Tra ricchi e poveri: il duplice significato della “potenza” nello Stato

ricco e poveroDistribuzione della ricchezza: una tematica che oggi più che mai emerge, grazie ad economie in coma profondo.

Analizziamo i rapporti di causa o conseguenza che la (complessa) distribuzione della ricchezza intrattiene con lo zoppicare dell'economia.

Le economie in dissesto, protagoniste di questi momenti, nelle condizioni di coma profondo in cui sembrano vigere, pur nella complessità delle questioni, evidenziano la (storica) problematica della distribuzione della ricchezza. Una tematica che non emerge solamente adesso.

Ma urge per lo meno analizzare i rapporti di causa o conseguenza che la (complessa) distribuzione della ricchezza ha con lo zoppicare dell'economia. Il caso italiano risulta davvero interessante. Accanto ai noti poveri(ssimi) da cassa integrazione troviamo alcune famiglie multimilionarie. Accanto a coloro che comprano solo del pane, troviamo coloro che acquistano teiere da vagonate di euro.

Dopo aver sentito le condizioni di salute dell'economia italiana, vedere l'encefalogramma piatto della società civile anima uno spirito giacobino, credo, in molti. Soprattutto dopo aver preso visione delle agiatissime e al contempo disagiatissime condizione di vita dello Stivale. Ma l'obiettivo che mi propongo non è una vaga, vuota e retorica critica agli squilibri che animano questo Paese articolata solo in una fragile pars destruens. Quest'ultima è tuttavia necessaria per prendere minimamente, in modo di sicuro ancora insufficiente, visione della scena su cui sono chiamati a recitare ricchi e poveri.

L'interrogativo reale riguardo lo statuto di legittimità della ricchezza e lo statuto di legittimità del comportamento del ricco. Non intendo ricalcare posizioni vetero-marxiste: significherebbe non prendere coscienza della mutazione avvenuta anche nella distribuzione della ricchezza. I termini della questione - almeno quella europeo/americana - infatti non sono più il proletariato e i “signori” bensì l' alta finanza e la classe media. E quando si dice “legittimità”  con ciò non si deve intendere  la deduzione storica della povertà o della ricchezza (la risposta sarebbe ovvia: si, esiste la ricchezza storicamente), ma piuttosto la compatibilità con l'organismo politico a cui è soggetta (cioè l'Italia) e l'evoluzione storica determinata dall'esercizio della ricchezza.

Non bisogna proporsi di valutare la ricchezza sotto il profilo squisitamente morale ma invece di valutarne la funzionalità storica. E ritornando ai giorni nostri il tema che interessa la sfera d'azione del cittadino inserito nella vita democratica è quello concernente le pari opportunità, o meglio eguali possibilità. Le varie Carfagna, Prestigiacomo, Fornero, Idem e adesso la Guerra hanno animato questo Ministero che è inteso come semplice garante della dell'uguaglianza sociale tra uomini e donne, e poco compreso come reale garante delle uguali possibilità per ogni cittadino. E il tema della ricchezza rientra e neanche in maniera tanto indiretta ma, anzi, a gamba tesa dal momento che garantisce le migliori possibilità per chi la detiene.

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Allargando la messa a fuoco, preparare condizioni storiche uguali in diversi momenti della storia oltre che apparire arduo può apparire ad alcuni contraddittorio. Occorre dunque sancire l'impossibilità delle pari possibilità nella storia?  Il costante divario tra ricchi e poveri sembra davvero rappresentare una costante storica dal momento che il rapporto paesi poveri vs paesi ricchi è cresciuto dall' 8-1 seicentesco all'odierno Qatar-Zimbawe 428-1. Ma analizziamo nuovamente lo scorcio italiano: le fabbriche chiudono e gli orefici aumentano, ma soprattutto i ricchi si arricchiscono mentre il sistema economico collassa.

Rinunciamo per un momento alle pari possibilità e postuliamo la ricchezza e il divario che essa determina come un ineluttabile motore economico. Ai ricchi sembra concesso un campo d'azione che non conosce limiti, dal momento che essi operano per una ricchezza storicamente necessaria. No. Il ragionamento cade, e anche abbastanza fragorosamente, di fronte allo stato economico. La ricchezza italiana è utile solo ai ricchi, e la relazione col sistema politico a cui è soggetta è deleteria perchè sottrae forza d'acquisto alle classi che consumano. 

Dal punto di vista della Storia

di Lorenzo Paolini

Il pregio dell'articolo a fianco sta soprattutto nell'identificazione del problema: un nuovo significato della ricchezza (la concentrazione di essa nelle mani dei finanzieri), la regressione nella classe media degli imprenditori medio piccoli e la ascesa nella classe media di quella operaia.

In altre parole la scissione del binomio padroni-operai confluita nel dualismo "banchieri"-popolo.

Se a tutto ciò si aggiunge il fatto che la classe politica agisce in nome e per conto dei banchieri (vedi ad esempio i rapporti Monti/Draghi/Bilderberg o Prodi/Goldman Sachs) si comprenderà come ogni aspirazione di "potenza" sia destinata ad un miserabile fallimento a meno che non si riesca ad interrompere il potere assoluto dei banchieri sulla politica. Recenti esempi di ciò sono la volontà di attaccare la Siria ad ogni costo, malgrado nulla sembri giustificarlo (neppure la convenienza politica) e la reiterata richiesta di austerity verso Italia, Grecia e Spagna da parte della Commissione Europea.

In tempi molto più "semplici" la situazione che nel XXI secolo è arrivata al punto di rottura, ha provocato  in Francia la rivoluzione dell'89. L'inevitabile restaurazione del potere aristocratico, seppur permeata di concessioni liberali, ha generato il marxismo e le sue conseguenze.

Temo che i tempi siano maturi perché nell'Europa mediterranea possa accadere qualcosa di simile, ma non conterei molto sull'indipendenza dei politici, né su un loro ravvedimento.

L'azione della Presidenza della Repubblica in questi anni ha dimostrato come i poteri forti sappiano condizionare lo Stato fino alle sue massime cariche, cosa che è stata confermata dalla cancellazione dal contesto politico di un personaggio come Berlusconi (che certo non ammiro). Fin dalla sostituzione forzosa del suo governo con quello presieduto da Monti, per arrivare alle vicende odierne, è ormai chiaro che un "cane sciolto" capace di opporsi all'austerity, alla permanenza nell'area euro e di alleanze blasfeme come quelle con Gheddafi, Putin, Djukanovic, Nazarbayev doveva essere espunto.

Giacché il piano dei banchieri è ormai chiaro e consiste nell'impoverimento e nella riduzione in stupidità e schiavitù dei popoli mediterranei dopo averli depredati delle loro ricchezze, non riesco a confidare in un' auspicabile inversione del processo di divaricazione della forbice povertà-ricchezza se non sulle punte dei forconi dei disoccupati e dei disperati piuttosto che attraverso l'iniziativa della classe politica.

 

Questo difficile quanto interessante problema deve essere analizzato nei termini di possibilità-realizzazione come indirettamente è stato già fatto. Quando si giudicano frettolosamente impossibili le pari opportunità, lo si fa perchè si considera erroneamente un tutt'uno la possibilità e la realizzazione di quest'ultima, giudicando impossibile dunque l'uguaglianza delle possibilità data la manifesta eterogeneità delle realizzazioni.

E il ruolo dei ricchi, più che della ricchezza in se stessa, entra nuovamente a gamba tesa. Questi ricchi infatti, e non i ricchi in generale, chiudono i loro corpi nei centri per ricchi e le loro idee nei pensieri per ricchi. Il figlio del ricco farà la stessa professione del ricco padre, e il figlio del figlio idem. Così la frattura che sa di profondo taglio tra ricchi e classi medie si approfondisce. Ma soprattutto i poveri faranno i poveri e i ricchi faranno i ricchi, esisteranno certe possibilità per ricchi e certe possibilità per poveri. Si badi bene che qui si parla di possibilità e non più di realizzazioni. Ma ciò al sistema politico che cerca di guadagnarsi un solco nella storia fa male, lo fa tremare. La contrazione dei consumi delle classi medie aumenta mentre il mercato del lusso non conosce depressioni.

Si sono generate due economie incapaci , nella rispettive cecità, di vedere l'altra: quella dei meno abbienti e quella dei facoltosi e la separazione tra le due fa attrito con la salute del Paese. E' per questo che urge riconsiderare i rapporti che intercorrono tra la sfera delle possibilità come potenzialità, e quella delle realizzazioni in quanto risultati.
La ricchezza è storicamente necessaria alla società civile ma i ricchi non sempre lo sono: se i ricchi negano i capovolgimenti propri della storia (la dialettica servo/padrone docet) e cercano di arrestare e congelare la storia nell'attimo, di recitare sempre con la medesima maschera, di conservare anacronisticamente il proprio status, essi divengono zavorra.

L'edificio democratico si costruisce invece sulla uguaglianza delle possibilità e l' eterogeneità dei risultati. L'errore nuovo consisterebbe nel non considerare la differenza tra “possibilità” e “realizzazione” abbandonandosi così a posizioni vetero-marxiste, profetizzando l'uguaglianza totale per tutti e confondendo strumenti politici e strumenti economici.
Per l'economia, dunque, un esito felice consisterebbe anche nel ristabilire una democrazia eretta sull'uguaglianza nelle possibilità, ma oltre una meritocrazia quasi darwinianamente protesa a scegliere il migliore e lontana da un approccio organico al problema politico. Occorre nella soluzione dei rompicapi economici trovare soluzioni per le problematiche politiche, e ciò non può essere compiuto senza restituire al termine “potenza” il duplice significato di forza e possibilità. Si delineerebbe così uno Stato che fa delle possibilità la propria forza, del potenziale la propria potenza.
La ricchezza risulta dunque storicamente necessaria, garante della naturale tensione che anima i rapporti economici e sociali. L'interrogativo che emerge è quello concernete le forme che ha intrapreso la ricchezza. Sarebbe un errore credere che l'alta finanza sia una forma di ricchezza che si slaccia dalla storia dell'economia, che goda di uno statuto speciale quanto sarebbe un errore considerare la finanza e il rapporto che ha instaurato con la classe media una dinamica ininfluente e poco importante.

Quello che viene delineato in questi tempi, è un ritratto che dipinge una finanza “potente”. Con questo termine non indico il classico, noioso e presunto diktat che le dinamiche di borsa dichiarano alla politica ma individuo il rapporto con la democrazia che viene a consumarsi.

Ritengo che una delle peculiarità delle dinamiche finanziarie siano le insolvenze, all'origine spesso di bolle speculative vere e proprie. Insolvenze che conferiscono potenzialità straordinarie alle aziende che operano in borsa e conseguentemente una vera e propria potenza, tradotta in atto. Economie virtuali che sottraggono possibilità e quindi potere a quelle reali.

La politica può solo fare professione di vittimismo o recitare segretamente il ruolo di cerniera tra società civile e finanza (Monti e Letta presunti soci della Bilderberg ne sono l'esempio).

Ne viene fuori una finanza ingessata, che manca di responsabilità storica, perchè cieca, incapace di vedere la sproporzione tra possibilità finanziaria e possibilità reale. Il collasso del sistema economico è il risultato più naturale.

 

 

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