Il Monopoli planetario

Potere-della-FinanzaViviamo in una economia di guerra, sotto attacco di forze subdole capaci di agire sui fronti delle Borse, dello spread, delle valute, del rating mentre condizionano governanti, Banche Centrali e l’opinione pubblica attraverso la stampa e le televisioni.

E mentre ci avviamo lentamente verso tenori di vita insospettabili fino a dieci anni fa, c'è il rischio che l'avidità dell'aristocrazia finanziaria internazionale inizi a soffiare nuovi venti di guerra.

Anche in casa nostra.

Future-Town 

Wall-street-Bull

Neppure due anni fa, ancora ingenuamente convinto che la crisi in cui si dibatte il mondo occidentale fosse frutto di contingenze e non di un piano globale accuratamente preparato, scrissi un articolo (“il Dubbio”, FinMag settembre 2011) in cui commentavo due articoli dell’Economist e del Financial Times sulla crisi del capitalismo e sulla necessità di riformarlo. Come se sull’Osservatore Romano si cominciasse a riflettere sull’opportunità di riconsiderare il Dogma della Trinita!

Martin Wolf, l’autorevole capo opinionista economico del Financial Times, proponeva una “riesamina del capitalismo”, e si domandava se il liberismo deregolato che ha caratterizzato gli ultimi cinquant’anni non sia arrivato alla sua fase terminale, al contrario del capitalismo di Stato che governa i Bric (Cina, Brasile, India e Russia) che sembra aver risolto il problema della crescita e dell’equa distribuzione della ricchezza fra le diverse classi sociali.

 “The dream of global free market capitalism is dead” scriveva, ammettendo che l’idea di una “estinzione del capitalismo” non è più quell’utopia che sembrava sei anni fa, quando si riteneva di essere nell’epicentro della crisi. “Oggi prende sempre più corpo l’idea che la crisi non sia ciclica, ma strutturale, e che dipenda da una metastasi che sta rapidamente erodendo il sistema. Jeremy Paxman, uno dei più seguiti anchorman della BBC, ha addirittura annunciato “la fine del Capitalismo”.

Dal capitalismo industriale al capitalismo finanziario

Cose che il sottoscritto scriveva da oltre 15 anni, con la differenza che tutti gli autorevoli economisti allora intervistati rispondevano che “il mercato avrebbe certamente trovato in sé quegli anticorpi che lo avrebbero ciclicamente stabilizzato”.

Oggi tuttavia debbo riconsiderare l’intera situazione sotto un’altra luce.

Il punto centrale non sta nel riformare o meno il capitalismo industriale (il cui “capitale” era costituito da macchinari e know-how), ma nel prendere coscienza che le sue debolezze e l’inevitabile squilibrio nel quale è cresciuto lo hanno messo alla mercé di quello che avrebbe dovuto essere un partner ed è diventato un nemico: la finanza (il cui “capitale” è costituito dal solo “denaro” nelle sue forme più virtuali).

Siamo passati dall'era in cui il finanziamento era un mezzo dell'industria per produrre e vendere beni a quello nel quale la finanza è il fine ultimo e la produzione di beni un intralcio, da limitare solo allo scopo del sostentamento minimale utile al funzionamento delle infrastrutture del pianeta.

Cui prodest?

Da http://www.grandeoriente-democratico.com

il sito di una loggia massonica in aperta polemica con le principali obbedienze massoniche italiane, riportiamo uno stralcio di un articolo di Gioele Magaldi (che ne è Gran Maestro) che di trame massoniche certamente se ne intende:

"...cosa vuol dire, oggi, essere un imprenditore o un commerciante greco (o italiano) appena fallito; un disoccupato greco (o italiano) in mezzo a una strada e a un passo dalla tentazione di suicidarsi per mancanza di lavoro, dignità e alternative; un cittadino (greco o italiano) tramutato in suddito che debba anche far finta di credere che le misure di austerità imposte con sadica e cinica determinazione da potentati remoti siano il viatico di sorti magnifiche e progressive in un futuro indeterminato e indeterminabile (per il semplice fatto che tale futuro non esiste e mai esisterà, hic stantibus rebus)?
Laboratorio Europa, laboratorio Grecia (e Spagna, Portogallo, Irlanda, etc.) e laboratorio Italia.
Laboratori per creare la de-industrializzazione sistematica di questi Paesi, per far fallire aziende e licenziare lavoratori, far crollare i consumi e dunque far crollare la domanda di merci e servizi e, con tale crollo, come in un diabolico circolo vizioso, far fallire ulteriori aziende, che non sanno più a chi vendere i propri prodotti sul mercato interno.
Crisi delle aziende e dei lavoratori, ma crisi anche dei liberi professionisti, che lavorano sempre meno e i cui clienti diminuiscono a vista d’occhio o non hanno più soldi per pagare i servizi richiesti.
E il circolo diabolico e vizioso continua, perché anche i liberi professionisti, al pari di ex imprenditori o ex lavoratori (ora disoccupati) sono costretti a consumare di meno.
Pensionati e cittadini in genere messi in ginocchio scientemente anche dall’aumento del prelievo fiscale, IMU in primis.
CUI PRODEST, tutto ciò?
Tutto ciò giova a chi ha speculato per mesi e mesi sulle differenze tra i rendimenti dei vari titoli di stato delle nazioni europee (sarebbe bastato creare degli eurobond, cioè dei titoli di stato europei unificati, per far cessare all’istante qualsivoglia speculazione sul famigerato SPREAD);

giova a chi ha i mezzi per acquisire aziende dei vari Paesi in crisi a prezzi di saldo;

giova a chi si accinge ad acquistare a prezzi vantaggiosi e stracciati beni e aziende di Stato messi in vendita a quattro soldi per fare cassa e favorire amici e amici degli amici di amministratori pubblici corrotti e infingardi;

giova a chi si accinge a speculare sulla privatizzazione di servizi pubblici essenziali per la vita quotidiana (privatizzazione motivata con le stesse pseudo-ragioni con cui si vorrebbe svendere il patrimonio immobiliare e aziendale statale e para-statale: bisogna fare cassa per diminuire il debito pubblico e poi lo Stato deve essere “minimo”, in omaggio ai principi della teologia dogmatica neoliberista);

giova a chi desidera avere, nel cuore dell’Europa e dell’Occidente, una massa enorme di disoccupati disperati, rassegnati a costituire una manodopera a buon mercato per i nuovi padroni sovra-nazionali dei mezzi di produzione locali, acquisiti a prezzo di favore proprio grazie alla CRISI;

giova a chi ha progettato una de-strutturazione sociale e politica delle lande europee, ritrasformando i cittadini in sudditi con gli occhi rivolti al basso e solleciti soprattutto della propria sopravvivenza materiale, in modo tale che la sovranità, dal popolo, venga dirottata de facto (salvando le forme esteriori della democrazia, ma svuotandole di senso e contenuti) verso nuovi aristoi, padroni e sorveglianti elitari di un nuovo perimetro concreto del Potere, in cui la stessa politica rappresentativa dei partiti-movimenti sia decisamente subalterna ad ambienti altri, esterni e sopra-elevati rispetto ad essa".

 

C'è una logica dietro i fatti

Mi sono a lungo domandato il perché di tutto questo. Da storico ho sempre visto il binomio finanzieri-Stati sovrani e poi finanzieri-grandi industriali come il motore dello sviluppo e non ho potuto che ammettere come tale connubio ci abbia fatto crescere agli attuali livelli di benessere e cultura, seppur attraverso guerre e distruzioni.

Ma come storico avrei dovuto rendermi conto che a partire dalla celebre dichiarazione di Nixon (1971) sulla sospensione della convertibilità del dollaro in oro, l’era capitalista si era definitivamente chiusa aprendo quella di un nuovo sistema economico basato esclusivamente sulla finanza.

Nixon

Il potere passò dai gruppi industriali, detentori dei mezzi di produzione ed interessati al benessere delle masse in quanto consumatrici dei loro prodotti, alle grandi Banche d’affari, interessate solo al profitto generato dal denaro, per le quali le masse erano solo strumenti per la produzione di beni e servizi primari che assicurassero il funzionamento del pianeta.

Un "Monopoli planetario" il cui scopo è accumulare e annientare l’avversario, non produrre beni utili al progresso e al benessere dell’umanità.
Oggi comprendo che dalla fase del consumismo siamo passati a quella dello schiavismo.

E mi diviene chiaro che la crisi permanente che dura ormai da oltre otto anni altro non è che la lenta discesa verso una condizione di semipovertà nella quale i lavoratori vengono pagati in termini di mera sopravvivenza, narcotizzati attraverso la tv spazzatura, penalizzati in ogni loro aspirazione, depredati dei loro beni, resi rassegnati ad una vita di tipo medioevale.
Dunque eccoci qui, con la forbice della ricchezza talmente divaricata fra ricchi e poveri che è arrivata al suo limite di rottura. Con la benzina a quasi 2 €, le pensioni sempre più insufficienti ed i giovani privati di ogni speranza di lavoro, casa e famiglia.

La Federal Reserve

e la difesa del "dollaro di carta"

Nessuno ha oggi la forza per difendersi dal potere delle aristocrazie finanziarie. A parte alcuni Stati chiaramente al di fuori da questo progetto di assetto mondiale: la Russia di Putin, la Cina, l'India, molti stati sudamericani che vivono una nuova ricchezza e che da sempre soffrono gli effetti dell'egemonia americana.

Non si tratta di teorie complottistiche, ma di fatti.

Non tutti sanno, ad esempio, che la Federal Reserve, la Banca d’emissione Americana, non è di proprietà del Governo degli Stati Uniti, ma è un ente privato, i cui azionisti sono grandi Banche, di cui molte europee, fra cui la Banca Rothschild di Londra, la Banca Warburg di Amburgo, la Banca Rothschild di Berlino, la Goldman-Sachs di New York, la Chase Manhattam Bank di New York (fonte http://www.apfn.org/apfn/fed_reserve.htm).
Ora sarebbe del tutto improbabile che gli azionisti di queste Banche, soci oltre che nella FED anche in migliaia di altri business, non si riunissero per concordare strategie e politiche per promuovere i loro interessi.

Che si tratti di Bilderberg, Trilateral, Bruegel o altre consorterie massoniche più o meno segrete, sta di fatto che molti dei personaggi che hanno indirizzato le politiche che ci stanno conducendo alla rovina vi partecipano a vario titolo: basterebbero gli esempi di Mario Draghi, ex vice presidente di Goldman Sachs e di Mario Monti, Membro Permanente del Comitato Direttivo del Club Bilderberg, le cui strategie ci hanno fatto precipitare ancor di più verso il fondo. 

GAP

Il nuovo capitalismo finanziario

al potere globale

Mentre il capitalismo industriale classico era orientato a sviluppare l’occupazione il capitalismo finanziario ha generato disoccupazione e diseuguaglianze sociali.

Chi ha creduto di identificare i motivi di tutto questo nella globalizzazione e nel progresso tecnologico ha sbagliato: tutto ciò è dipeso dall’avidità di profitto di gruppi ricchi e potenti che sono in grado di condizionare la politica ed imporre le leggi.

Con un unico obiettivo: fare profitti nel bilancio trimestrale, affinché il titolo salga di valore in borsa. L’unica religione di questi gruppi sta nella “tutela dell’azionista”. Come se l’azionista non facesse parte di una società resa sempre più marcia da questo tipo di mentalità, che “fabbrica” diseguaglianze grazie ad un sistema politico schiavo delle oligarchie.
La questione sociale, che dovrebbe essere il tema centrale in una democrazia (almeno in quella utopica), si è estremizzata, dimostrando l’inadeguatezza dell’attuale sistema degenerativo.

Imperativo categorico: informarsi e resistere

Al potere assoluto del capitalismo finanziario, tuttavia, in un mondo globalizzato da internet e dalla tecnologia (non a caso figli del capitalismo industriale che aveva come obiettivo la vendita di prodotti sempre più utili ed “affascinanti” da vendere a individui-consumatori in grado di comprarli) non si può che rispondere con la resistenza sociale e, se inefficace, come è già accaduto per la fine del sistema economico aristocratico-feudale, con la rivoluzione, visto che i Governi, incluso quello europeo, sono emanazione del capitalismo finanziario che ne controlla l’ascesa e la rovina.
I sintomi iniziano ad esserci: i vari movimenti più o meno violenti (dagli “Indignados” ai “Black Blocks”) indicano uno stato diffuso di infelicità e insoddisfazione in un range sorprendentemente esteso di classi sociali ed è certamente molto preoccupante che la media borghesia inizi a far parte della protesta. Protesta che con il perdurare della crisi, ormai strutturale nella maggior parte dei paesi occidentali, grazie alla Rete potrebbe degenerare, provocando reazioni a catena dalle conseguenze inimmaginabili.
Del resto l’ottusità avida del capitalismo finanziario non riesce a comprendere come nel benessere delle masse ci sia la chiave di un equilibrio illuminato che porterebbe vantaggi sia a loro che ai cittadini.

Keynes riconosceva come fondata la critica socialista al capitalismo, basata sulla sua intrinseca avidità.
“L´avidità è una passione incontrollabile” scriveva. “Anziché tradursi in un processo virtuoso di prosperità si può avvitare in un circolo vizioso di sistematico arricchimento. Fine a se stesso. E allora il tacito accordo che assicura la base del consenso necessario si rompe”.
È già avvenuto dopo la fine della prima guerra mondiale, provocando una crisi economica devastante che dette il via a reazioni totalitarie, dal Fascismo, al Nazismo, al Franchismo. Ed è ciò che rischia di avvenire .

Anzi oggi la parola d’ordine impartita ai governi è quella di spostare il finanziamento della spesa pubblica sul lavoro dipendente, di abbattere il risparmio finalizzato all’immobiliare (tassandolo in modo insopportabile) e spostarlo sul deposito bancario a basso tasso d’interesse.
Ma tirare troppo la corda significa spezzarla: il lavoro dipendente non può sostenere una tale pressione, specie a causa dello shock demografico per l’arrivo all’età pensionabile delle generazioni più popolose, né masse relativamente acculturate ed assuefatte ad un moderato benessere possono accettare passivamente uno stato di semischiavitù.
Indubbiamente terribili periodi di crisi sfociano in rivoluzioni oppure in grandi riforme: non va dimenticato che quelle keynesiane del dopoguerra vennero attuate come reazione alla grande ascesa del movimento operaio e dell’Unione Sovietica. In quell’età dell’oro, che coincideva con la fine di lutti e sofferenze, gli egoismi vennero temperati pur di ritrovare le basi del consenso sociale.

LOVE1

Oggi, invece, il clima è diverso: se i banchieri decideranno che la “crisi” debba continuare e la disoccupazione toccherà vertici finora mai immaginati, il clima sociale diverrà analogo a quello dei tempi di guerra e società e governi si troveranno di nuovo di fronte al vecchio bivio che la storia tante volte le ha presentato: riforma o rivoluzione.
Il quadro odierno presenta tuttavia un rischio, gravissimo.

Quello per il quale – come già accaduto in passato – dalla stanza dei bottoni si decida di tacitare le istanze della gente comune, amplificate dalla Rete, con una guerra mondiale (non nucleare, intendiamoci) che le crei problemi ben più seri del come arrivare a fine mese.
I Bush, al servizio delle Banche che dovevano difendere il petrodollaro, non esitarono ad inventarsi due guerre contro l’Iraq e ad invadere l’Afghanistan. Obama ha continuato col distruggere la Libia che voleva vendere il suo petrolio in Euro.

Chi ci dice che, fomentata la rivolta nella Siria alleata dell’Iran, non si prosegua con un attacco all’Iran sostenuto, come si sa, da russi e cinesi…?

SEGUICI

Per sapere quando ci sono novità, inserisci la tua mail:

Clicca per seguirci su Twitter

Twitter Image

PASSIONI

Cultura cucinalibri racconti

Golf dipendenza

Copyright © 2010 - FORUM della SALUTE
Tutti i diritti riservati