Anatomia del Suicidio di Stato

Suicidio Priorini

Oltre ogni semplificazione (suicidio per difficoltà economiche) l’insano gesto occulta tutta una serie di motivazioni, valenze e significati.

L’escalation di suicidi per difficoltà economiche, che dagli inizi del 2012 ad oggi ha coinvolto imprenditori, funzionari, pre-pensionati e semplici operai licenziati non sembra destinato a diminuire. Anzi: in considerazione della formazione del nuovo governo Letta, di “larghe intese” – che solo i cerebrolesi sono incapaci di riconoscere come la più scellerata combriccola neo-liberista che abbia mai governato questo povero paese – il fenomeno sembra destinato ad accelerare.

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Perché l’atto di porre fine alla propria vita non è mai banale, non rimanda a una stupida debolezza caratteriale e, soprattutto, non è una dinamica dalla quale, con certezza, chiunque di noi possa sempre sentirsi immune. Il suicida non è un “Diverso” e il suo gesto non si fonda su meccanismi psico-biologici dissimili da quelli che determinano tutti noi.

Esaminare tali processi nelle loro molteplici componenti – allora - oltre a soddisfare il nostro bisogno di conoscenza e a farci contemplare più da vicino il dramma interiore di tutti coloro che hanno posto fine alla loro vita, potrebbe aiutarci a difendere noi stessi qualora, senza avvedercene, finissimo nella loro medesima spirale negativa.

Cominciamo dunque a considerare che occorre sempre e comunque una forza sovrumana per sopraffare quell’elementare istinto di sopravvivenza che alberga in ogni organismo vivente e le cui radici – appunto - sono biologiche. E proviamo a chiederci se, e in quali condizioni, la difesa della Vita possa essere derogata. In altre parole dobbiamo verificare se esista un qualche meccanismo naturale che predisponga l’organismo vivente a rifiutare se stesso.

 

Non esiste una "predisposizione" genetica al suicidio.

Il più celebre studioso di questi processi fu senza alcun dubbio il neuro-scienziato Paul McLean, il cui modello teorico fu in seguito ripreso e ampliato dal biologo francese Henri Laborit. Dalle ricerche di quest’ultimo, infatti, intorno agli anni 50 nacque appunto la Psicobiologia.

Grazie ai suoi studi accurati, McLean aveva osservato come il comportamento umano, più che da un unico cervello, sembri piuttosto derivare dalla attività sovrapposta di tre differenti livelli cerebrali: da quella dell’archeoencefalo (o cervello rettiliano), che presiederebbe agli istinti; da quella del mesencefalo (o cervello paleo-mammaliano) che attraverso il sistema limbico presiederebbe alle emozioni; e infine da quello della neo-corteccia cerebrale, ultima nata, che presiederebbe alle attività logiche razionali. Ma diversamente da quanto la nostra supponenza di uomini moderni ci lasci presumere, l’ordine del potere gerarchico sarebbe del tutto invertito: l’antico tenderebbe a mantenere un dominio sul nuovo. Perciò, soprattutto in condizioni di vita estreme, il primato andrebbe al cervello rettiliano, seguito da quello emozionale e solo per ultimo da quello cerebrale.

Per ripercorrere quelli che a tutt’oggi sono ritenuti gli esperimenti più famosi di Henri Laborit basterebbe avere a disposizione alcune cavie da laboratorio, una gabbia a due compartimenti (separati da un varco che può essere tenuto aperto o chiuso), una griglia attraverso la quale far passare dell’elettricità e un piccolo segnale luminoso ed acustico che si attivi 5 secondi prima del passaggio di elettricità.

L’elettricità dovrà essere fatta passare per una decina di secondi.

1) Primo esperimento.

Nella gabbia si inserisce una cavia che subirà una scossa elettrica per 10 secondi, ogni 30 minuti, per 12 ore.

La cavia è un animale che impara velocemente (7 volte più velocemente di un cane) e capisce fin dalla prima volta che dopo il segnale arriverà la scossa elettrica. Quindi, già dalla seconda volta, al momento del segnale, passerà dall’altra parte della gabbia… dove l’elettricità non arriva. Lo farà per tutta la giornata.

Alla fine della giornata, si prenderà la cavia, si faranno delle analisi e si vedrà che la cavia è in perfetta salute.

2) Secondo esperimento.

Si mettono nella gabbia due cavie ma questa volta si chiude il varco attraverso il quale esse potrebbero passare nel settore isolato.

Si fa passare l’elettricità allo stesso ritmo del primo esperimento. Le cavie sono obbligate a subire l’elettricità perché sono impossibilitate a trasferirsi dall’altra parte della gabbia.

Allora, al momento del segnale, si raddrizzano su due zampe e cominciano a combattere. Ogni volta che arriva la scossa elettrica, esse combattono tra di loro.

Ciò nonostante, quando si faranno le analisi alla fine della giornata, anche queste cavie risulteranno in piena salute.

3) Terzo esperimento.

Una cavia viene inserita dentro la gabbia, il varco anche questa volta è chiuso ed essa sarà costretta a subire l’elettricità senza poter fare nulla. Alla fine della giornata, dalle analisi risulteranno che tutti i suoi valori organici sono fuori posto: la cavia è malata.

Con questo esperimento, Laborit riuscì a dimostrare che quando si ha un problema importante, se possiamo fuggire non ci ammaliamo. Se possiamo combattere, non ci ammaliamo. Se non possiamo né fuggire né combattere, ci ammaliamo. Quindi, quando si è nell’inibizione dell’azione ci si ammala. 

Ci si ammala perché non possiamo dare una risposta.

Se non possiamo dare una risposta, entriamo in uno stato di stress grave i cui sintomi iniziali andranno dall’ipertensione ai disturbi gastrointestinali, dalle cefalee agli eczemi, dall’insonnia alla tachicardia più o meno grave.

Molti anni più tardi anche la bioenergetica di Alexander Lowen prese in considerazione il fenomeno scoprendo che, in casi di prolungamento dello stress, nell’impossibilità di fuggire o di combattere, la risposta inibitoria poteva sfociare in una sorta di vera e propria depressione autodistruttiva: apatia, senso di angoscia, perdita della libido e, infine, caduta delle difese immunitarie con conseguente sviluppo di malattie degenerative.

Il modello teorico di Henri Laborit è più che rispondente alla realtà. Presenta tuttavia un limite non indifferente: gli esseri umani non sono cavie! Non sono animali evoluti, bensì creature che pur poggiando su un organismo biologico ricevuto in dono dall’evoluzione della specie si stanno sforzando di scalare il cielo.

Il pensiero umano nasconde infatti un potere rivoluzionario: se educato a varcare le soglie della pura razionalità e a sperimentare la propria radice di vita, può estendere il suo potere creativo e innovativo fin nelle profondità del mesencefalo e dell’archeoencefalo.

In fondo era a questo cui aspirava S. Freud quando promise all’umanità che: “Dove un tempo c’era l’Es un giorno ci sarà l’Io”. E anche se la psicanalisi freudiana, ancorata al riduttivismo materialistico, tradì la promessa fatta, comunque lasciò aperta la sfida. E approcci più spregiudicati e coraggiosi – come ad esempio quello di C.G.Jung o di altri moderni pionieri dello spirito – hanno dimostrato che quel traguardo può essere raggiunto.

Tuttavia, l’emancipazione dal determinismo biologico non può essere realizzata senza uno sforzo educativo: priviamoci dell’Arte, della Scienza e della plurimillenaria Cultura Spirituale, priviamoci della capacità di pensare in maniera autonoma e creativa e, in un tempo relativamente breve, precipiteremo allo stesso identico livello delle cavie di Laborit.

È quello che, di fatto, risulta all’osservazione della più moderna Psicobiologia: in presenza di condizioni di vita dure e irrisolvibili l’uomo moderno occidentale, incapace di attingere alle risorse che possedeva quando ancora si trovava all’alba della propria storia, ma altresì deprivato delle risorse culturali del proprio tempo, sarà facile preda dei più elementari meccanismi biologici. Perché in natura, quando la sopravvivenza individuale e la cura dei propri congiunti sono messe a dura prova e la neo-corteccia, il sistema nervoso volontario e la coscienza non riescono a garantirle, allora sarà il paleo encefalo e la psiche primaria arcaica a subentrare con le proprie risposte.

Che sono tre, non una di più, non una di meno!

Nell’ordine: 1) Fuga, 2) Aggressività, 3) Depressione autodistruttiva.

Ed ora applichiamo il modello di Laborit all'italiano medio annegato da anni nella crisi 

Se provassimo ad applicare il modello dell’esperimento di Laborit (in una maniera neanche troppo metaforica) alle vicissitudini dell’uomo italiano medio nel presente storico… ci accorgeremmo della loro sorprendente similitudine.

Le generazioni nate in Italia dopo il 1945 provengono, infatti, da un periodo storico caratterizzato da un più che discreto stato di benessere. Subito dopo la fine delle due grandi guerre, infatti, il paese conobbe una rinascita economica senza precedenti, si assistette ad un progressivo successo politico dei grandi ideali di comunanza e libertà e si realizzarono fondamentali conquiste civili, come il divorzio e l’aborto.

Forse inebriate da questi grandi successi, e speranzose in un futuro sempre migliore, nessuna di queste generazioni percepì il Male che cresceva nell’ombra e, con inscusabile superficialità, lo lasciarono prosperare.

In Italia più che altrove in Europa.

In maniera invisibile, silenziosa ma tenace, il clientelismo politico andò aumentando sconfinando nella connivenza mafiosa. La corruzione tra governanti e imprenditori dilagò ma, diversamente a quanto avveniva negli altri stati europei, non incontrò il limite di alcun minimo senso del pudore. Nessun ritegno, per quanto trascurabile, frenò la dissolutezza morale. Gli abusi e le ingiustizie si andarono moltiplicando in maniera esponenziale, in ogni campo e settore, determinando una situazione in cui tutti i maggiori responsabili della conduzione statale erano collusi e complici.

La massa della popolazione assistette indifferente allo smembramento dello stato civile perché abituata fin da sempre a pensare in termini egoistici e a doversela sbrogliare con qualunque mezzo proprio. Un popolo che mai – fin dai tempi dell’antica Roma – si era percepito solidale all’interno di uno stato sociale, un popolo di individualisti-opportunisti incapaci di accordarsi tra loro perfino in un condominio di quattro appartamenti, un popolo che aveva sempre cumulato genialità e sregolatezze, un popolo siffatto era ottimale per fare da cavia all’instaurarsi di un regime dittatoriale.

Le sue caratteristiche naturali furono avallate: la scuola pubblica fu fatta a pezzi e, con essa, andò eliminata l’educazione al pensiero in quanto unica risorsa davvero pericolosa per il futuro della tirannia. I programmi televisivi-spazzatura, come vera e propria droga di stato, furono incentivati e favoriti con tutti i mezzi possibili immaginabili, accompagnati dalla distorsione arbitraria di qualunque forma di comunicazione giornalistica. La realtà fu spacciata come spettacolo (le risse al parlamento, le feste del Bunga-Bunga, le “guerre di pace”) e lo spettacolo fu invece divulgato come fosse realtà (L’isola dei Famosi, Amici, Il Grande Fratello).

Il gioco del calcio fu incoraggiato a divenire religione, la religione abbracciò il culto del denaro come unica forma di verità e di vita.

Sarebbero potuti andare avanti molto a lungo così: un popolo di uomini e donne immaturi, instupiditi dal potere politico, dalla comunicazione di massa artefatta e dalla mancanza di cultura, ma con geniali capacità di arrangiamento fondate su ricchezze d’arte e paesaggistiche uniche al mondo.

Senonché il mondo, di cui a torto gli Italiani si sentivano padroni, all’improvviso si svelò cambiato. Non che fosse cambiato dall’oggi al domani… una lunga serie di operazioni scellerate si erano susseguite nel tempo e dagli Stati Uniti d’America, dove le criminali manovre della deregolamentazione bancaria ebbero inizio, con la complicità di quasi tutti i governi europei, si riversarono infine sul vecchio continente. Ma gli Italiani, come i viaggiatori sul Titanic intenti a folleggiare, non se ne resero minimamente conto.

Poi una mattina si svegliarono: il vecchio mondo economico, che usava il denaro per produrre merci e servizi, non esisteva più. Era stata soppiantato dal mondo finanziario che, al contrario dell’economia, usa il denaro al solo scopo di ottenere più denaro. All'improvviso chi tirava i fili non voleva più creare consumatori, ma schiavi.

In altre parole il popolo italiano si svegliò all’interno di una crisi voluta e generata da poche migliaia di uomini appartenenti all’Aristocrazia Finanziaria Globale che, oltre ad accumulare denaro per sè stessa al di là di ogni lecito ritegno, soprattutto ne controlla la disponibilità.

Come scrive il blogger Guido Mastrobuono, in verità, nel mondo, non ci sarebbe alcuna significativa penuria di mezzi di produzione, né di materie prime, né di forza lavoro… solo una scellerata gestione del flusso della moneta sottratto, con la complicità di governanti corrotti, alla sovranità delle nazioni.

Le responsabilità politiche

Quest’analisi è volutamente spicciola e non esaustiva.

Vorrebbe solo tratteggiare l’ambiente socio-economico nel quale, quasi all’improvviso, un giorno gli Italiani (e con loro i Greci, gli Spagnoli e i Portoghesi) si sono svegliati. Hanno aperto gli occhi e si sono trovati sottoposti a scariche continue di corrente elettrica ad alto voltaggio: zzzzz…lo spread, zzzzz…il debito pubblico, zzzzz…l’IMU, zzzzz…l’aumento vertiginoso di tutte le imposte, zzzzz…l’insolvenza impunita dello stato nei confronti dei propri debiti, zzzzz…l’accanimento di Equitalia – con tassi da strozzinaggio - nei confronti del più piccolo credito statale, zzzzz…il redditometro e lo spesometro, zzzzz…la chiusura dei prestiti alle piccole e medie imprese, zzzzz…la gozzoviglia dei partiti, zzzzz…la giustizia violata, zzzzz…l’informazione fasulla e fuorviante.

Uno scenario da incubo.

In questa situazione il varco che, metaforicamente parlando, potrebbe condurre la cavia nella parte della gabbia isolata dalla corrente, è stato chiuso.

Salvo per coloro che appartengono alle elite dirigenziali, ai loro figli, parenti allargati e clienti più stretti, per tutti gli altri non c’è modo alcuno di sottrarsi alla scariche di corrente: le banche non erogano più prestiti o mutui, il valore degli immobili è precipitato senza per questo riuscire a movimentare il mercato immobiliare, la produzione ristagna, le aziende falliscono, i lavoratori vengono licenziati, le tasse aumentano, i servizi pubblici collassano.

In questa situazione, per molti è difficile anche fuggire perché in un mondo globale e complesso come quello che abbiamo edificato le norme restrittive sono spesso insuperabili per chi non possiede un sostanziale patrimonio di intelligenza, competenze e creatività.

La cavia, cioè a dire la maggior parte dei cittadini, non dispone di molte scelte. O si lascia afferrare da insani - ma come abbiamo visto biologicamente inevitabili - istinti aggressivi, oppure soccombe a stati d’ansia prolungati, crisi di panico, depressione e infine autodistruzione.

Poco importa se questa avvenga per scelta semi-cosciente (salto nel vuoto, impiccagione, avvelenamento) o se per arresa inconscia a virus o a morbi che la compiranno per essa: sempre e solo di suicidio si tratta.

Suicidio di Stato, di cui tutti coloro che hanno detenuto il potere politico negli ultimi vent'anni sono direttamente responsabili!

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