Il Baratto

treno di notte

Ormai ero arrivato, pioveva come se non ci fosse potuti aspettare un domani.

Camminai fuori dalla stazione lentamente, accesi una sigaretta, attento a rimanere al riparo dalle gocce rimanendo con le spalle al muro. Di li a poco, penso fosse mezza sigaretta, nel passaggio delle tante persone, si avvicinò una ragazza, portava con se una di quelle grandi valigie lucide, un po’ logore.

"Ciao", mi fa lei.

"Ciao", rispondo.

"Senti, visto che te ne stai li a guardarmi le gambe, perché non mi dai una mano con la valigia?"

Rimasi un attimo sulle mie con un frullato amaro di pensieri in testa, era giovane, che diavolo andavo a pensare, e poi effettivamente quelle gambe erano davvero così perfette da riuscire a distrarre il marito di qualunque donna per bene, insomma che mi aspettavo. Non risposi, semplicemente mi avvicinai e presi la valigia stampandomi sul volto un’espressione banale, forse stavo di nuovo facendo la figura del fesso. Avevo già conosciuto in precedenza ragazze decise e a volte anche sfacciate, dopo i vent’anni avevo imparato e le schivavo, le lasciavo ad altri in maniera da evitare una parte delle buche che la vita ti porta a superare.

Attraversammo l'atrio, attesi che facesse il biglietto, e traversammo tutto il corridoio per arrivare ai binari.

"Senti, la prossima volta però, cerca una valigia con le ruote!" sbottai con tono grave.

Lei sorrise alla mia battuta, che tale non voleva essere, e fece anch'essa una faccia banale. In quel momento la guadai attentamente. Possibile che non si discostasse così tanto dal mio modo di guardare le persone? Attesi ancora un minuto. Lei mi fissò ancora per un attimo.

"Dove vai?", chiesi.

La ragazza alle mie parole spostò lo sguardo, e disse "Vado a Lubiana, da mia zia".

La voce della ragazza era così, leggera, mi sembrava di parlare con un angelo. Il corto impermeabile rosso che l'avvolgeva faceva sembrare la sua figura ancor più slanciata e snella.

"Viaggio anch'io verso est, magari potremmo viaggiare insieme".

La ragazza mi guardò dritto negli occhi e disse: "Non so nemmeno come ti chiami. E probabilmente hai vent'anni più di me".

Se ne uscì con questa frase acida, facendomi tornare alla mente il fatto che fossi il solito imbecille, nato vecchio. Decisi di controbattere e non mollare, le porsi la mano.

"Mi chiamo Giorgio e sono un viaggiatore".

Lei a quel punto, anche per educazione, strinse la mia mano calda con la sua che pareva esser di ghiaccio.

"Ascolta" ripresi io, "prendiamo un caffè e poi partiamo. Ci sono due combinazioni, una ora e l'altra tra mezz'ora così fatte due parole magari si può viaggiare insieme".

La ragazza mi guardò ancora.

"Ok, ma la valigia la porti tu".

Sentii un'allegria salirmi su nel petto. "Si, va bene, la porto".

Afferrai la maniglia della valigia uscimmo dall'entrata principale e ovviamente inciampai in maniera grossolana e maldestra, ma non so come rimasi in piedi, sotto la doccia. Finalmente vidi un suo sorriso disteso e disinteressato. Avrei barattato qualunque cosa per un sorriso in quella giornata, e lo sforzo fu meno impegnativo di quel che pensavo. Portare una pesante valigia e inciampare in cambio di un sorriso: se me l'avessero proposto non avrei accettato. E' questo il bello, la vita va e devi farti portare.

Uscimmo dalla stazione senza ombrelli, ci avvicinammo al bar, lei si avvicinò camminandomi a fianco e quando mi urtò cercando l'equilibrio sui tacchi rossi, istintivamente la avvolsi con la mano libera e così rimanemmo per ancora quei quattro passi all'entrata del bar. Il campanello suonò alla spinta sulla porta con la scritta "lotto - edicola - bar".

Entrammo, non c'era molta gente, giusto qualcuno in piedi al bancone. Prendemmo un tavolo, lei si sedette e accavallò le gambe.

Rimanemmo lì ad attendere, poi cominciai a sentire in lontananza una voce che urlava, protestava. Guardai fuori dalla vetrina cercando di capire, ma scorsi solo le gocce della pioggia scorrere sul verto sfuocato. Poi compresi: era la mia coscienza che stava cercando di rompere la campana di vetro che mi avvolgeva la mente. La sentivo, ma dopo un po' non l'ascoltai più; ci sono situazione in cui non ci si riesce, così iniziai a trasformarmi in quello che non ero io, almeno secondo me.

"Allora, studi?"

"Si studio, qua a Venezia, vado da mia zia perché i miei hanno avuto un po’ di problemi, sono transfrontaliera, studio qui in Italia ma vivo a Lubiana con mia zia e mio zio".

"Ah anch'io ho avuto dei problemi con i miei da giovane".

Ripresi in mano il mio pensiero. Da giovane? Cavolo è possibile che io non sia in grado di cavarmela ogni volta che incontro una donna che mi piace davvero?

Lei interruppe i miei pensieri.

"Senti non sembra ma ho ventiquattro anni, e so badare a me stessa, conosco gli uomini e conosco lo sguardo di quelli pericolosi. Non sarei mai venuta qua con te altrimenti". Poi continuò: "Mi chiamo Dyana. E tu sei strano, ma non pericoloso". Poi chiese un caffé.

"Ah... si, ehm, si, anche per me".

Il cameriere irruppe nella nostra conversazione dalla mia sinistra,  come un  agente delle forze speciali, e mi fece sobbalzare. Non sapevo come reagire, in effetti tra me e lei c'erano nove anni. Pochi, o molti? Capii che mi ero fossilizzato sul pensiero dell'età e. per empatia o per preoccupazione, avevo contagiato anche lei.

Mi fermai bevvi il caffè, quando alzai la tazzina incontrai la sua iride del colore del cielo di quel giorno, così grigia da far sembrare il mio cuore una tempesta. Cadde un fulmine e il tuono ci investì. Facemmo ancora qualche parola e poi uscimmo dal locale.

La pioggia continuava a battere e questa volta Dyana infilò di proposito il suo braccio sotto quello di Giorgio, e camminarono fino alla loro fermata. Mancavano ancora alcuni minuti all'arrivo della coincidenza.

La guardai con i miei occhi che ormai riconoscevo innamorati come non mai.

"Dyana, prima di partire, facciamo un gioco. Scambiamoci un ricordo". Un classico gioco da adolescente. Ma che diavolo sto dicendo!

Lei però non si scompose.

"Certo comincio io. Quando avevo diciassette anni conobbi un ragazzo che rimase poco qui a Venezia, mi innamorai di lui. La prima cotta, ma lui era troppo grande per me, aveva già una morosetta, e io per lui non ero nulla. Poi la sua famiglia dovette trasferirsi ad ovest, non lo so bene dove forse a Torino. Chissà dov'è finito ormai. Ricordo che si chiamava Giorgio, come te".

Raggelai, ripensando al padre severo della ragazzina che avevo conosciuto un sacco di tempo addietro, qui a Venezia e che ora era davanti a me. Compresi il suo discorso sugli uomini.

Allora, poiché perché la mia mente era piena di ricordi che la riguardavano, di dicerie della gente e di mille altre cose, decisi di inventarmi un ricordo.

Questa volta, barando, barattai un ricordo per un falso ricordo. Che peccato, avrei voluto essere onesto. Lei era bella, così bella che quello con la cotta ora ero io. Pensai che non avrei più voluto lasciarla.

Il treno partì, sferragliava e la notte ormai era calata su noi ma non sulle nostre discussioni che si insinuarono ovunque. Ad un certo punto tra i discorsi da adolescente che mi ronzavano, chissà perché in testa mi sovvenne il motto del mio grande amico tredicenne Alessandro che a suo tempo cercava di illuminarmi. Recitava, il bacio della bella non lo puoi chiedere, lo devi rubare. Le porsi un giornale e feci finta di farlo cadere, la trappola era tesa, e con mio immenso stupore la feci scattare, la baciai chinandomi per raccogliere quello stupido giornale.

Compresi in un attimo mille cose, ero davvero cotto di lei, non m’interessava più se lei era quella ragazzina che conoscevo, il mio viaggio poteva fermarsi qui, riuscii anche a pensare di essermi sdebitato, perché avevo rubato un bacio, ma alla persona che forse voleva farselo rubare.

Un ricordo per un bacio rubato, mi sembra un buon baratto.

L'unica luce fioca dentro il treno buio ci cullò per qualche minuto e la notte scorse sui binari come rapide su un fiume.

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