La cometa di Halley

guernica«Cosa ti serve per essere felice?»
«Non desidero essere felice».
«Supponiamo che tu lo voglia».

«Non vedere soffrire le persone che amo».
«Ami, dunque sei felice».
«Vivo».
«Sei uno di quelli che cercano le comete?»
«Esisto, sono nato, cammino nel mondo».
«Hai delle emozioni, è questo che vuoi dire?»

«Amo le parole, vedono il futuro».
«Avere una casa, un lavoro. Non soffrire la fame, il freddo. Avere un paio di scarpe, non credi che saresti triste se dovessi sopravvivere di stenti?»
«Il cielo non è per i bombardieri, falciano le persone quelli».
Il capomedico della casa di predetenzione di Vetrobaio, Mio Magnifico, si alzò dalla sedia, girò attorno al tavolo e andò a mettersi dietro l’indagato: «Una donna, un film, un piatto di carbonara», sussurrò ponendogli le mani sulle spalle, «ci sarà una cosa che ti fa felice?»

«Fossi felice non m’accorgerei», rispose Mario Fenis infastidito dalla pressione che il medico esercitava con le dita: «Fossi felice, esageratamente felice, morire mi diverrebbe insopportabile».
«Ossessivo pensiero di morte».
«È la mia decima vita, altre due e non rinascerò più: dall’alto dell’albero maestro è il tempo delle decisioni custodi del mio destino».
«Che discorsi inutili e tristi», il medico buttò un’occhiata alla sua assistente, Isa Trevi, rimasta seduta di fronte a Mario: «Inevitabile la cura del vissero tutti felici e contenti», dichiarò.
Mario Fenis fu trasferito nel Carcere delle Favole sull’isola di Certomifido. L’elicottero impiegò tre ore a compiere la rotta e per tutto quel tempo Mario rimase col naso appiccicato al cristallo dell’aeromobile. Era la distanza giusta per vedere le persone formiche, le auto a molla, gli alberi rotondi, percepire la vita scorrere in un sogno, lenta, e tutto quello che accadeva, pur senza senso, pareva possibile rifarlo. E si ripeteva, tanto che ogni errore avrebbe potuto risolversi col perdono. Quello che stupì Mario, ripensando al viaggio, fu Mio Magnifico: il medico non guardò mai giù e serio osservò lui scrutare la terra; riflessi nel vetro, lo psichiatra e la sua assistente, univano i loro corpi molli prendendo appunti e parlando sottovoce, vicini, assetati l’un dell’altra e scoprendosi loro stessi infetti dell’inadeguatezza che il mestiere li costringeva a recingere e combattere.
La prima favola che gli raccontarono fu Hansel e Gretel. Vennero a prenderlo al mattino due guardie, lo scortarono nella sala del the, attesero pazienti che terminasse caffè e croissant, poi lo condussero nella camera dell’ascolto. Durante il tragitto, quel primo giorno, non incontrò nessuno. I corridoi erano lunghi tunnel a colori spezzati da porte lucenti che si spalancavano al loro passaggio. Nella camera, in cima a un palco di legno alto mezzo metro e inchiodata alle assi, c’era la seggiola dell’auscultazione. A Mario ricordò un patibolo, ma evitò di spaventarsi e si lasciò legare polsi e caviglie ai braccioli e ai sostegni inferiori. Il cuscino era morbido, foderato da una stoffa variopinta. Gli applicarono alle orecchie le conchiglie d’intercettazione amplificata. Le guardie avevano la consegna del silenzio e della gentilezza, più che sorveglianti parevano maggiordomi. Scendendo dal palco collegarono i fasci di fibra ottica, piantumati sul dorso delle conchiglie, alle pareti della camera e, come uscirono, le quattro mura si accesero in sequenza come grandi schermi tivù. A ogni lampo la seggiola virò verso la luce. Mario si lasciò scuotere dalla giostra, strizzò le palpebre cercando un impatto idoneo con il balenio che trasformò la camera in un grande cubo splendente.
«Davanti al bosco abitava un povero taglialegna che non aveva di che sfamarsi; riusciva a stento a procurarsi il cibo per la moglie e i suoi due bambini: Hansel e Gretel», sul primo schermo apparve smisurata una vecchina con la pelle raggrinzita che, con voce decisa, prese a narrare la favola. Le conchiglie collegate alle videopareti iniettavano le parole direttamente nel corpo di Mario evitando dispersioni; l’effetto era lo stesso di un’iniezione e le parole un fluido che allagava la carne del detenuto. In dodici ore, la favola venne raccontata a Mario dodici volte da dodici persone diverse. Dopo la vecchina, da una bambina che assomigliava alla sua, da un adolescente che pareva suo figlio, da una donna giovane e bella, da un omone balbuziente, da un giocatore di golf, da una professoressa di pietre preziose, da un politico esacerbato, da una donna stesa al sole in spiaggia, dal capitano al timone di una nave, da Isa Trevi, da un poliziotto seduto in un blindato. Ognuno gliela ripeté daccapo senza cambiare le parole e intonandola a piacere.
«Quando trovarono la loro casa, il padre si rallegrò di cuore rivedendoli, non aveva avuto un giorno di felicità da che non c'erano più. Ora i bambini portarono ricchezze a sufficienza perché non avessero più problemi, e vissero tutti felici e contenti». La favola risuonava in Mario che stordito provava a dormire con la testa piena di bombe e le orecchie cotte come hamburger, c’era un dettaglio nel finale che non lo convinceva ma non sapeva dire cosa. Provò a ricordare la favola, era certo d’averla letta, ma c’era un muro davanti a quelle memorie. S’addormentò pensando alla volta che non aveva fatto l’amore con Mina e Mina era bellissima, con l’ombra delle foglie del giardino disegnata sulla pelle.
I giorni successivi a Certomifido non furono diversi dal primo. Mario veniva svegliato da canzoni gioiose che illuminavano il telaio del letto; si lavava, si vestiva e puntuali giungevano le guardie per portarlo nella camera dell’auscultazione. Nei corridoi, durante gli spostamenti, e nella sala del the, capitava a volte che incrociasse altri detenuti. Li vedeva marciare, stretti nella morsa silenziosa dei guardiani. Alcuni reclusi erano loquaci, spesso articolavano discorsi pazzi, altri stavano zitti, con gli occhi fissi a un punto invisibile. Un giorno aveva incrociato una ragazza giovane, si erano guardati con sospetto, Mario le aveva chiesto il nome e lei, prima di sparire in un corridoio avvolta da un lungo vestito con lo strascico che la faceva assomigliare a una cometa, aveva sussurrato qualcosa come Fina, Mario non ne era certo, ma nei suoi pensieri la evocava così, Fina, sussurrando le quattro lettere in un soffio.
Per dodici giorni, a ogni nuova giornata, gli narrarono una favola diversa. I narratori erano sempre gli stessi, cambiava lo scenario attorno, gli abiti, il tono delle voci, come se un computer mescolasse senza logica i componenti del programma. Così era capitato che il giocatore di golf fosse in bikini a prendere il sole o che la professoressa parlasse al comizio o che Isa Trevi fosse al timone della nave vestita da poliziotta: cappucetto rosso, biancaneve, cenerentola, la bella e la bestia, i tre porcellini, barbablu, i musicanti di brema, il gatto con gli stivali, l’acciarino magico, la piccola fiammiferaia, peter pan; queste le undici favole che si aggiunsero, ed erano quelle le trame, niente da dire, solo il finale non convinceva Mario.
Dopo 36 giorni, Mio e l’assistente tornarono all’isola per interrogarlo. Ultimate le formalità, andandosi a sedere vicino a Mario, Isa domandò: «Vuoi essere felice dunque?»
Fenis si alzò e fece un giro per la stanza, si sedette, si rialzò di nuovo; si accucciò con la schiena alla parete adagiandosi sul pavimento, lasciò cadere il volto tra le mani, riaprì gli occhi nella luce della cella: «No», rispose dopo tre ore di meditazione.
Seguirono 36 giorni di favole e di vissero felici e contenti, quindi l’interrogatorio e la domanda: «Felice?». Risposta: «No!», e seguirono così dieci cicli da 36 giorni a coprire un anno e Mario ancora non aveva intenzione d’essere felice. Isa Trevi si decise a domandare come mai.
«La mamma di Hansel e Gretel muore», iniziò a dire Mario: «Il cacciatore squarta il lupo, la strega precipita dalla rupe».
«Calma, calma! Che stai dicendo?»
«Ciò che i narratori non han detto», rispose Mario andando avanti: «Le sorellastre vissero di stenti, Gaston precipitò dal castello della bestia, il lupo morì bruciato nel fuoco, il fratello dell’ultima moglie lo uccise con dieci coltellate nel petto, i musicanti morirono prima di suonare, l’orco si trasformò in un topo e il gatto lo divorò in un boccone, balzarono sui sovrani e li fecero precipitare dall'alto del palco sulla piazza ove si sfracellarono, la nonna la portò in cielo con lei, i bambini sperduti restarono all’isola che non c’è», poi fece un gran respiro, «non vissero tutti felici e contenti».
«Settantadue giorni di favole!», ordinò Isa Trevi guardando Mio.
Le guardie prelevarono il detenuto e lo portarono via, e tutto ricominciò: c’era una volta Mario Fenis che non voleva essere felice. Perché? Gli chiedevano tutti: dotti, medici e sapienti. Psichiatri, narratori e poliziotti. Lui si sforzava di non ascoltare la tivù, non seguire le mode, non fare footing; per essere fragile, inadeguato e malinconico, e soprattutto per trovare le parole giuste e spiegare come mai non voleva vivere felice e contento. Così un giorno, dopo tre anni passati all’isola di Certomifido, sottoposto a interrogatorio da Isa Trevi, rispose: «Molte canzoni sono tristi, le parole, la melodia. E la musica è una gran cosa, è una barriera contro l’avanzare del male. Non si può fermare il male con la felicità. Bisogna essere soli e malinconici per avere la forza di combatterlo».
«E del male, che mi dici?»
«Guernica».
«Guernica?», sgranò gli occhi Isa girandosi a guardare Mio.
«Come è inutile restare qui con te», fece Mario, «i nostri passi alzano la polvere, occorre liberarsi del vano peso, essere leggeri, ancorarsi alla gravità del mondo con l’infinitesimale particella di Dio. E chiedere perdono».
«Cosa dici? Blasfemo!», urlò Magnifico alzandosi in uno scatto furibondo.
Mario Fenis però si era librato nell’aria e svolazzava nella stanza come un palloncino dispettoso: «Ecco», disse, «vi vedo», sorrise dissolvendosi lento, «vi vedo bene».
L’attimo dopo non c’era più. Le pareti si accesero e nei cristalli liquidi di quei grandi monitor, nella rifrazione di una cometa che passava, a Isa parve di vedere pezzi lucenti di Mario Fenis. Lo disse a Mio, ma il medico stava urlando ai guardiani di spegnere le videopareti e non le diede retta.
«Ci vediamo tra settantasei anni», si udì chiaramente prima che la corrente venisse tolta lasciando il Carcere delle Favole al buio: «Per l’undicesima vita».
Sopra l’isola di Certomifido avvolta dal buio, seguiva il suo periplo la cometa di Halley.

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Luigi Tuveri
È nato a Milano nel 1964. Perito industriale, padre di tre figli, ha lavorato come sistemista informatico presso “Il Sole 24Ore”. Con il racconto L’altra porta è stato tra i vincitori dell’annuale premio per gli inediti di Terre di Mezzo, finendo nell’antologia pubblicata dalla casa editrice. Altri racconti sono stati pubblicati in volume, rivista e web. Un po’ sardo e un po’ milanese, scrive per raccontare a sé, a chi ascolta e al futuro, lo spazio e il tempo che vive.

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Web: www.luigituveri.it

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