Impasse

impasse

La Terra accoglie nel suo grembo le creature tutte, le plasma, le nutre della sua linfa vitale, le chiama a sé nell’ora della morte, lì nel suo polveroso e umido terriccio. Come una madre che raduna i figli e ne scongiura la dispersione. Poi muta, infrange la primordiale armonia cosmica e diviene essa stessa Matrigna spietata, malefica, sorda al grido delle anime erranti. E così che avvolge le nostre essenze, ci stringe,fino a soffocarci.

Ci lega alla realtà con le sue corde invisibili e ci trascina negli anfratti di un eterno senza fine. Siamo incastonati in un limbo opaco, in una parentesi di vita, dove il cielo bacia il mare divenendo una cosa sola. Relegati in un angusto spicchio galattico, testimoni inerti di una sacrilega dissolvenza e di un macabro evolversi della specie. Il progresso ha divelto le nostre speranze, ha scavato la fossa ai nostri sogni e noi, deputati alla resa, ci siamo caduti dentro come sacchi vuoti, insulsi. Non sorge più l’alba, con i suoi profumi e la sua rugiada. Non cala neppure la notte, con il suo fascinoso manto di stelle. Persino l’infinito non sembra poi così irraggiungibile. Siamo sopravvissuti all’ultimo disastro nucleare per poi morire lentamente. La nostra città in Giappone, Namie il suo nome, fu rasa al suolo. Sopravvivere è una disgrazia più che un miracolo! Non sappiamo se sia stato così anche per altri luoghi della Terra; noi siamo rinchiusi in un soffocante imbuto temporale. A voi posteri lasciamo queste poche righe, a testimonianza della nostra maledetta condizione.
Andrea e Lara

- Che stai facendo? Dammi subito il coltello! Ti prego, Andrea, troveremo il modo di…
Feci due passi indietro, non volevo che Lara mi fermasse. Ero deciso a farla finita e nulla me lo avrebbe impedito. Neppure il mio amore per lei o i suoi grandi occhi neri.
-Lasciami in pace! Non ne posso più Lara. Devo sfogare la mia rabbia, voglio ridurmi in pezzi.
Si, pezzi così piccoli da farti venire il vomito!
Mi sedetti in terra, a gambe incrociate, come facevo da bambino quando ero triste.
-E non pensi a me Andrea?
- Si che ci ho pensato Lara! Ma come cazzo si fa a vivere così? Il tempo non esiste più. L’unica certezza è questo splendido tramonto, che non si compie mai! Sto impazzendo. Ho scritto una breve lettera per informare… non so chi… non lo so. La nostra vita viaggia su un binario temporale invisibile. Non so che giorno sia, e se il tuo compleanno è già passato; gli orologi sono fermi e non abbiamo coordinate di nessun tipo. Non ho sonno e mangio solo quando il mio stomaco brontola. Siamo soli, non c’è neppure un’anima in giro. Dimmi, che altro occorre per definirlo inferno? Non resisteremo a lungo.-
Una leggera brezza interruppe il mio discorso, sfiorò i capelli di Lara, che le coprivano il volto rigato di lacrime . Con il vento si alzò pure una nube di polvere e per istinto chiusi gli occhi. Quale momento più favorevole per Lara! Non esitò, afferrò il coltello che avevo nella mano destra e lo lanciò il più lontano possibile. Pericolo scongiurato.
-Maledizione Lara! Non posso neppure morire in pace adesso? Se incontrassi il diavolo baratterei la mia sporca anima in cambio di una vita normale. Sono stanco e desidero solo morire.
-E cosa cambierebbe Andrea? Nulla! Mi lasceresti affrontare tutto da sola, senza di te. Che ne sarebbe di me? Non possiamo arrenderci! Non prima di aver superato questa impasse.
Ero alquanto determinato nel mio vile intento. Neppure la disperazione di Lara riusciva a dissuadermi e a sollevarmi dal profondo sconforto. Eppure per lei avrei fatto di tutto. Non avevo più forze. L’inerzia mentale e fisica durava da troppo, mi aveva logorato l’anima. Prigionieri di un incubo, non avevamo più speranze. Come dirle di rassegnarsi a quell’infame destino? E che morire sarebbe stato meglio che sopravvivere?
Lara continuava a parlare; il tono della sua voce cominciava a darmi noia, sempre più lento e roboante. La mia vista si offuscò. Svenni, non so per quanto. Al risveglio mi sentivo come un pezzo di carne passata al tritacarne. La prima cosa che vidi fu il volto di Lara. Sembrava quello di un angelo. Mi sorrideva. Mi aggrappai alla sua camicetta rosa, la tirai a me e le stampai un bacio sulle labbra. Adoravo la sua grinta, la sua forza e soprattutto la sua bocca. Facemmo all’amore, rotolandoci sull’asfalto nero, come due sfrontati liceali. Mi piaceva farla godere, era l’unica cosa bella di quel cesso di vita.
Non c’era anima viva in giro, così ogni volta ci prendevamo come e dove ci garbava. Ci addormentammo, stretti l’uno delle braccia dell’altro. Al risveglio guardai verso l’alto, lo facevo ogni volta che aprivo gli occhi, sperando cambiasse qualcosa… Invece nulla. Il cielo amaranto era sempre più gravido del suo tramonto incompiuto.
Avevamo una scorta infinita di Coca Cola, ci piaceva da matti. Ne bevemmo tanta, e appena recuperai energia c’incamminammo di nuovo. Vagavamo come sempre senza meta. Da qualche parte doveva pur esserci una cazzo di uscita! Attraversammo terre desolate, praterie devastate, prive di alberi e fiori. Neppure l’ombra di un cane. Nulla.
Il grigiore della natura circostante avvolgeva la città in un manto cupo; le strade, ammorbate di nubi e polveri tossiche, erano piene di relitti sventrati dall’ esplosione. Le case in pietra o in cemento armato erano accartocciate sul terreno come sacchi vuoti. A ostruirci la strada, un traliccio della corrente, divelto dall’onda d’urto. Lungo i fili elettrici c’erano ancora i corpi dei volatili carbonizzati.
- Andrea, ma… quello cos’è?
- Non saprei. Aspetta, non guardare Lara!
Un fagotto scuro, accasciato sul ciglio della strada, a pochi metri dal traliccio. Un groviglio di carni sventrate, sangue a interiora putrefatte. Era tutto quello che rimaneva di un uomo. A pochi metri un pezzo di gamba, frammento di umanità che reclamava la sua interezza. Cercai di distrarre Lara ma non feci in tempo: vomitò tutto, pure gli occhi. Ci volle un bel po’ prima che riuscisse a riprendersi. Per la prima volta vidi impressa sul suo volto la disperazione. La strinsi a me, tremava come un agnello condotto al mattatoio.
Proseguimmo, silenziosi e stanchi. Lara trascinava a stento le sue esili gambe, camminava piano sull’asfalto caldo, come se portasse tutto il peso del mondo. Il braccio destro le penzolava lungo il corpo e nel pugno serrava una piccola borsa.
- Vedi anche tu quello che vedo io?
- Sì Lara, un gruppo di persone sedute in circolo attorno a un falò. Non abbiamo scelta, dobbiamo avvicinarci, sono gli unici esseri viventi con cui possiamo interagire. Forse potranno esserci d’aiuto. Dammi quel fazzoletto bianco che hai in borsa, così capiranno che non abbiamo intenti aggressivi.
Appena ci videro alzarono le mani per tranquillizzare anche noi. Salutai nella nostra lingua, il giapponese:”Salve a tutti”.
Ci risposero lesti con fare accomodante: ‘’Italia!’’.
- Siete italiani! - Esclamai sorpreso. - Perfetto! Mio padre era Trevigiano, conosco bene la vostra lingua. Io e la mia fidanzata veniamo in pace, siamo gli unici sopravvissuti al disastro nucleare di Namie. Siete i primi umani che incontriamo. Voi perché siete qui?
- Siamo ricercatori della facoltà di geofisica. Il nostro intento era quello di fare dei sopralluoghi e raccogliere quante più informazioni possibili sulla vostra vicenda. Poi, una volta finito il lavoro, volevamo tornare a casa, ma non ci siamo riusciti. Abbiamo provato in tutti modi, da questo maledetto paese non si esce mai. Sembra di fare ogni volta il girotondo. Non ci sono vie di fuga, in un modo o nell’altra ci si ritrova sempre al punto di partenza. Abbiamo fame e in giro non ci sono più scorte alimentari. Un incubo. Anche il tempo si è fermato, non sappiamo che ora sia. È sempre giorno. Forse sono passate un paio di settimane da quando siamo a Namie.
- A quanto pare siamo tutti nella merda fino al collo – commentai a voce alta.
Nel gruppo di ricercatori c’era una ragazza, Mina, incinta di quasi nove mesi e vedova. Avrebbe partorito a breve e il conta alla rovescia era iniziato. La sua sarebbe stata l’ultima missione, poi sarebbe dovuta rientrare a casa e portare a termine la gravidanza in serenità.
- Partorirò in questa dannata terra! Speriamo non sorgano complicanze, non ci sono medici che potrebbero curarmi - disse Mina preoccupata.
Ci avviammo all’uscita di Namie. Dietro il cartello che indicava l’ingresso in un'altra città c’era lo stesso, identico panorama che ci stavamo lasciando alle spalle. La città finiva e ricominciava lì, nello stesso punto. Come se fosse riflessa in uno specchio. C’era da impazzire! Intanto cominciavano i primi segni di smarrimento e instabilità psicologica di alcuni del nostro gruppo.
- Sempre la stessa storia. Arriviamo fin qui e l’uscita non c’è. Cazzo! Ci dev’essere un modo per andarsene di qui!
- Piantala di lamentarti, Piero, così non si cava un ragno dal buco.
- Ehi, ma senti chi parla! Il giovane rampollo di casa Manzini, i ricchi signorotti di Treviso! Cosa c’è, stavolta il tuo paparino non può salvarti il culo, eh Luca?
Luca si scagliò contro Piero e con furia selvaggia gli affondò il coltello nello stomaco, non una ma sei volte. Lo finì sotto lo sguardo atterrito dei compagni e quando Piero, esalando l’ultimo respiro, gli si accasciò contro, se lo scrollò di dosso e lo lasciò scivolare a terra.
Luca sogghignò e gli sputò in faccia.
Mina si sentì mancare; non solo per la scena raccapricciante a cui aveva appena assistito, ma per le doglie. Il suo bambino stava per nascere. Accorsero tutti intorno a lei, nessuno però riusciva a darle conforto. La guardavano senza proferire parola. Mentre lei, tra grida e sudore, si sforzava di mettere al mondo un figlio in quella terra di nessuno.
Udì il vagito del bimbo, lo bevve in un sorso. E anche lei si sentì rinascere.
Qualcuno tagliò il cordone ombelicale. Mina adagiò la testa su una pietra pomice. Era molto stanca e si assopì per qualche minuto. Poi aprì gli occhi e girò il capo verso nord: vide i suoi amici allontanarsi da quel luogo a passo svelto. Li seguì con gli occhi, ma non aveva ancora la forza di alzarsi e soprattutto di reclamare la sua creatura! Uno di loro lo portava in braccio, avvolto in un panno di lana sporco di sangue…

 

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