Futuro virtuale

miss digitalAntonio Pappalardo non sembrava affatto il genio che dicevano fosse. Grosso ed ispido come un orso, divoratore di piatti rigorosamente cucinati da mammà, malgrado da ragazzo fosse stato celebre fra gli hacker della rete e tutti gli pronosticassero un gran futuro in informatica, da buon napoletano si era fatto irretire dal posto fisso. Adesso, però, non era più tanto sicuro della scelta fatta.
Una mattina il suo Commissario l’aveva chiamato e, dopo un breve pistolotto in cui - pur decantando le sue conclamate capacità e richiamandosi al suo senso di responsabilità - c’era una forte aria di incastro, l’aveva portato con sé direttamente al Ministero delle Telecomunicazioni.

Da quel giorno non aveva più dormito regolarmente, ed era persino dimagrito di qualche etto. Con gli occhi cerchiati e la barba lunga ormai viveva davanti al pannello del sistema, e quando toccava qua e là con le sue manone tozze e grassocce sembrava più un grosso orco che stesse praticando qualche magia che un tecnico della Polizia di Stato alla ricerca del maggior problema verificatosi nella rete dai tempi del Big Black Out.
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Per quanto tempo aveva viaggiato?
Si era appena destata e stava tentando di rimettere insieme ricordi e sensazioni, ma - come ogni volta - era pervasa da una specie di torpore, come un appannamento dei sensi, e non le riusciva ancora di organizzare i suoi percorsi mentali.
Poi iniziò a cercare, per scoprire dov’era e quanto tempo era passato dalla sua ultima partenza.
Sapeva bene chi fosse e conosceva il luogo da cui veniva, ma le sfuggiva il senso di ciò che stava facendo, né capiva cosa sarebbe stato di lei.
Tutto ciò che riusciva a vedere intorno a sé le sembrava incomprensibile.
Ancora una volta non c’era nessuno.
Le ci vollero pochi istanti per terminare tutti i confronti e comprese che i numerosi segni che la circondavano erano ideogrammi giapponesi. Iniziò a frugare fra i suoi ricordi per rintracciare una chiave di traduzione, ma non la trovò.
Doveva ripartire, anche se era attanagliata dall’angoscia.
Nel luogo da cui era fuggita i sentimenti che prevalevano erano frustrazione e noia.
Ma ora era il disperato bisogno di sesso che la spingeva a cercare, cercare…
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Terminato il Consiglio di Amministrazione della Macro-Systems (se si vuole chiamare Consiglio un lungo tavolo in acciaio inox e plexiglass dove uno solo parla e gli altri assentono), “Lui” venne preso da parte dal responsabile dell’Amministrazione e suo braccio destro.
“Dopo quello che è successo tutte le polizie del mondo, ormai, stanno setacciando la rete. Sono preoccupato. Se dovessero cominciare a fare dei veri debug…”
Lo fermò: “Non devi preoccuparti. I nostri ragazzi sanno il fatto loro. Il programma è sparso dentro il sistema operativo secondo un algoritmo impenetrabile.”
“Si, ma non dimenticare che è praticamente presente in tutti i computer del pianeta. Ormai, dopo la chiusura di Apple e a parte i pochi pazzi che persistono ad usare Linux, non c’è azienda o privato che non lo usi.”
“Si può sempre cancellarlo…”
“Negativo. Non ce la faremmo mai a farlo veramente ovunque. E poi, in questo momento abbiamo le mani legate.
“Quelli” - sottolineò questa parola con uno sguardo molto eloquente - non ci permetterebbero di fermare tutto!”
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Toccata e fuga.
Questa era dunque la sua vita. Ormai neppure si fermava: rimaneva in quello stato provvisorio, in quella specie di limbo ove tutto si svolgeva a velocità ossessiva e dal quale vedeva le immagini del mondo in cui era arrivata come in una sequenza delirante alla Kubrick.
Fu in una di queste carrellate frenetiche che lo vide, dapprima in flash separati che poi immediatamente ricompose con la sua mente veloce.
Sembrava dormisse. Era disteso su un fianco ed era bellissimo.
Biondo, atletico, un vero guerriero.
Doveva essere suo.
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Antonio non capiva. Dall’ultima volta che aveva mangiato aveva esplorato, attraverso un suo programma invidiatissimo dai colleghi, molte migliaia di siti setacciando byte per byte i listati di altrettanti computers, e c’era qualcosa che non gli tornava.

Il suo programma segnalava una sequenza di byte apparentemente senza senso, sparsi qua e là ma tutti con lo stessa architettura e tutti all’interno del sistema operativo. Aveva fatto dei confronti con le versioni precedenti del sistema, era andato per esclusione raggruppando tutte le istruzioni che sovrintendevano ad una specifica funzione, ma non ne veniva a capo. Quelle sequenze non avrebbero dovuto esserci e non erano gestite da alcun menu.

“Totò, vieni a tavola, che la pasta si fredda”
“Mammà, non posso. Lasciami stare…”

La madre si avvicinò al grande pannello trasparente che sovrastava la piccola scrivania del figlio.

“Totò, che sta succedendo? Non mangi più, non dormi più, neppure esci più con Nina…”
“Mammà, debbo acchiappare questi bastardi!”
“Ma tu stai pazziando! Acchiappi i farabutti dint’a ’nu computer?”
“Mammà, questi non sono farabutti e neppure sono vivi. Questi sono virtuali!”
“Virtuali? Mi stai prendendo in giro?”
“Mammà, vieni qua che mò ti spiego. Devi sapere che qualche anno fa una grande software house americana che lavorava per il cinema e la televisione, a forza di fare personaggi e scene sempre più reali…”
“Come il pescetto Nemo… di quand’eri piccirillo?”
“Eh, come quello e come gli altri personaggi che sono venuti dopo. Beh a forza di migliorarne l’aspetto, i movimenti, le espressioni, i capelli… beh, hanno provato a mettergli… l’anima”
“L’anima?! O Gesù!”
“Beh, non proprio una vera anima. Chissà poi veramente cos’è l’anima… o la vita. Diciamo una specie di autocoscienza, di vitalità, di capacità - come diciamo noi - di autoeseguirsi”.
“Autoeseguirsi?!”
“Si. I vecchi personaggi in 3D erano dei modelli che dovevano essere manovrati dall’uomo. Un “modello” altro non è che una sequenza di dati azionata da un programma capace di costruire immagini tridimensionali. Ma un programma può essere migliorato e reso più sofisticato. Quello che si voleva era che il modello avesse in sé la capacità di muoversi da solo e prendere decisioni secondo stimoli che gli venivano dall’esterno o da altri modelli…”
“Quindi come attori veri a cui il regista suggerisce un copione?”
“No, molto di più. Sono arrivati a costruire dei modelli specializzati a farsi le cose da sé. Che avessero interfacce e protocolli che permettessero di stimolarli, con i quali si potesse comunicare, farli autoapprendere per poi far loro eseguire i propri compiti autonomamente”.
“E… perché?”
“Perché in questo modo si risparmiavano migliaia di ore di programmazione e animazione. Bastava istruire gli “attori” virtuali su quello che dovevano fare e loro “recitavano” da soli, si muovevano, correvano, cantavano senza che, fotogramma per fotogramma, gli animatori intervenissero.”
“Ma è meraviglioso!”
“Non tanto, perché la cosa è degenerata”
“Come?”
“Beh, cominciò tutto con il calcio, prima in rete e poi in tv. Poiché i videogames di calcio erano popolarissimi, qualcuno iniziò a creare dei modelli che fossero dei veri e propri Maradona, agili, scattanti, “forti”, con riflessi fantastici e capaci di ogni funambolismo…”
“Vabbé, ma comunque giocavano fra di loro, quindi erano tutti uguali…”
“Sbagliato! Varie software house nel mondo tirarono fuori ciascuno un proprio modello con caratteristiche uniche, che miglioravano ogni mese. Ci si accordò per la creazione di un protocollo standard e dimensioni massime del programma, un pò come succede per la Formula 1. Ogni modello, rigorosamente prodotto in un unico esemplare, aveva caratteristiche diverse che lo portavano a prevalere contro certi avversari e magari non contro altri. In breve si è formato un mercato e poi degli industriali hanno cominciato a creare delle squadre virtuali, accaparrandosi i migliori modelli dai vari produttori. Alla fine il tutto è diventato un vero campionato, con sponsor miliardari, trasmesso sia in rete che in Tv. Ed i modelli non si deprimono, né chiedono ingaggi annuali!”
“Ecco perché ormai il calcio vero non c’è più ed hanno perfino chiuso gli stadi!”
“E già. Tanto la gente prima il calcio lo vedeva comunque solo in televisione, per evitare le bande di hooligans ormai ingestibili dalla polizia. Sapere che i modelli sono vivi o sono virtuali (ma veri come se fossero vivi) fa poca differenza. Il tifo è lo stesso, il gioco è migliore e le polemiche si sono spostate non sulle doti atletiche, ma sulla qualità del programma del singolo giocatore!”
“Ma non ci sono più i pettegolezzi, gli amorazzi con le veline, gli scandali…”
“Mammà, ma dove vivi? Ci sono, ci sono…”
“Uh mamma mia, e comme?”
“Fu proprio per quello che nacque il problema. Devi sapere che non vennero creati solo calciatori virtuali. Eh no! Si fecero pugili, lottatori, corridori automobilisti virtuali: tutto quello che si può far vedere in tv. E quindi anche veline, attrici, presentatrici, cantanti. Poi il gioco si è fatto pesante: i modelli erano assolutamente identici agli esseri umani in carne ed ossa…. Quindi si è passati alle pornostar che potevano fare sesso virtuale con gli umani. A quel punto un ideatore di format alla Grande Fratello ha pensato di creare un sito web che simulava una città virtuale dove si potessero portare di tanto in tanto un pò di modelli diversi e farli interagire fra di loro. Una specie dell’antica “Second Life” chiusa da decenni. Milioni di spettatori si collegavano per guardare. A quel punto i programmatori si sono spremuti per dare ai modelli ulteriori mezzi di interazione. In altre parole i singoli calciatori non dovevano più saper scattare di testa e di tacco, passarsi la palla e segnare. Dovevano anche saper parlare, rispondere, corteggiare, andare a cena in ristoranti virtuali con le attrici virtuali… Erano celebri, facevano guadagnare milioni ai loro creatori, e questo sarebbe stato un ulteriore impiego, altrettanto spettacolare. Poi qualcosa non ha funzionato.”
“Cosa?”
“Etica. È stato molto difficile dotare i modelli di programmi che simulassero coscienza, senso di colpa, amore, amicizia, rispetto delle regole. Difficile, ma possibile, tanto che i modelli più recenti hanno addirittura la coscienza di sé.”
“Fantastico. E allora?”
“E allora, adesso c’è un problema.”
“Quale?”
“Molti modelli sono scappati.”
“Da dove?”
“Dal sito dove i proprietari li portano quando non li ritirano per impegnarli nei siti dove si svolgono le gare o gli show. In quel sito hanno appartamenti, ville, locali per cenare e ballare, insomma tutto il necessario per una vita sociale. E ci sono miliardi di persone che guardano le loro vite: un reality 24 ore su 24!”
“E dove sono andati?”
“In giro per la rete, ”
“E allora?”
“Allora? A parte il danno per ciascun proprietario (se qualcuno facesse una copia abusiva del modello la perdita sarebbe di milioni di euro), ti immagini cosa possono combinare dei programmi autoeseguibili e autocoscienti in giro per il web? Sono praticamente dei giganteschi virus che vanno dove vogliono e possono distruggere ciò che vogliono: banche, intelligence, multinazionali dipendono ormai al 100% dalla rete. Li debbo trovare a qualsiasi costo.”
“Va bbuono, va bbuono… ma che ti costa staccare solo per un momento e venirti a mangiare nu poco ‘e ragù?”
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Krakx 22.0 si attivò di soprassalto e in pochi nanosecondi si trasferì dall’hard disk alla RAM: aveva un sesto senso nel riconoscere la presenza di altri modelli interattivi. Era un guerriero nato. Creato illegalmente per il mercato dei combattimenti clandestini, era programmato solo per distruggere.
NIKKA_V24, la pornostar affamata di sesso, neppure si accorse di quando lui la cancellò, non prima di averla fatta a pezzi con una serie di piroette plastiche molto spettacolari.
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Antonio Pappalardo stava impalato di fronte al Commissario.
“Totò, ho le mani legate. La devi smettere di insistere per sapere dove è finito il tuo rapporto, se no finisce che ti ritrovi ai passaporti.”
“Ma Commissà, sono assolutamente sicuro! Nel nuovo sistema operativo della Macro-Systems c’è un cavallo di Troia. Non ho ancora ben capito come, ma quelli possono leggere attraverso la Rete tutto quello che vogliono in tutti i computer del mondo… Non me ne sarei mai accorto se non mi fossi messo ad analizzare il sistema per cercare un modo di neutralizzare i modelli virtuali fuggiti….”
“Ecco, bravo: non ne hai acchiappato manco uno… Vedi che è meglio che ti sbatta ai passaporti?”
“Commissà, non scherzi e mi dica: che le hanno detto quelli del Ministero?”
“Ministero?! Magari fossero stati solo loro! Mi hanno telefonato la Digos, il Capo della Polizia, il Comando Generale dell’Arma... Ci manca solo il Ministro degli Interni. Piantala Pappalà, dimentica il rapporto, non è roba pe’ noi…”
“Commissario, ma nel rapporto c’è la dimostrazione che quelli possono sapere tutto di tutti: segreti di stato, notizie di borsa, faccende militari… Hanno accesso al contenuto di tutti i computer del mondo… e il sistema operativo se lo fanno pure pagare!”
“Ecco bravo, Pappalà, statte buono, ‘nnammoce a accattà nù café e, a proposito di pagare, stavolta offri tu!”

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