Il labirinto di specchi

spcchiNon era stato facile per Isabel attirare Zelda nel labirinto di specchi. L’aveva progettato fin nei minimi particolari. Avrebbe catturato l’anima della sua temibile nemica.
«Ci vorranno anni!» esclamò il vecchio artigiano a cui aveva affidato la costruzione delle migliaia di specchi che le occorrevano. «Ti darò una mano», lo incoraggiò lei, «non è un’impresa impossibile. Ti metterò a disposizione tutti i mezzi e tutti i lavoranti che vorrai. Quanti pensi che te ne servano per terminare il lavoro in sei mesi?»
«Ci vorrebbero almeno 300 uomini», disse il vetraio, «ma dove li troverai?»
«Non devi preoccuparti», disse Isabel, «tu devi solo pensare a come costruire gli specchi.»

L’uomo ebbe tutto il materiale e tutte le braccia che aveva chiesto. Si mise al lavoro. Non sapeva per il momento a cosa servissero tutti quegli specchi.

«Non devo fare molte domande, vero?»
«Meno cose sai e meglio è per te», rispose Isabel.

Lei passava al termine di ogni mese per sincerarsi dello stato dei lavori. Aveva studiato varie tipologie di labirinti, compreso quello progettato da Dedalo. Ne aveva scelto uno a pianta circolare.

«Quando avrai terminato il lavoro porterai gli specchi ai margini del bosco di betulle», disse.
«A quel bosco vengono attribuiti oscuri poteri. Lavoreremo lì dentro?» chiese impaurito il vetraio.
«È un bosco sacro», disse Isabel, «mai profanato da tempo immemorabile.»
bosco di betulleSecondo la descrizione di Lucano racchiudeva sotto la volta dei suoi rami gelide ombre. Le fronde facevano da schermo ai raggi del sole. Non lo abitavano né Ninfe né altri signori delle selve. Nell’antichità vi si celebravano cerimonie e riti barbari.

Dagli altari, durante sacrifici, il sangue umano sprizzava su ogni pianta. Persino gli uccelli avevano paura di posarsi su quei rami, neppure la folgore si abbatteva su quel bosco. Le fronde degli alberi avevano un brivido tutto loro, senza che il vento le scuotesse. Acque abbondanti cadevano da cupe sorgenti. Si narra che spesso muggivano per i terremoti le profondità delle caverne. Si vedevano bagliori nelle selve senza che vi fossero incendi e draghi striscianti si avviticchiavano ai tronchi. Le genti non si radunavano più al suo interno per celebrarvi il culto. Avevano lasciato quel bosco agli dei. Quando Febo era a metà del suo corso e in cielo si stendevano le tenebre della notte, neppure i sacerdoti osavano addentrarvisi…

«Questo è il regno di Zelda, la più perfida delle sacerdotesse druidiche. Proprio ai margini del suo dominio ho intenzione di disseminare le prime trappole che la spingano verso l’ingresso del labirinto che la inghiottirà.»
«Si dice che all’interno del bosco di betulle siano nascoste le tombe dei Druidi», disse l’artigiano.
«Per molto tempo si è creduto», disse Isabel, «che i menhir, i dolmen e gli allineamenti di pietre giganti fossero tutti monumenti eretti dai Druidi, sacerdoti e custodi della religione celtica. In realtà i Druidi si limitarono ad utilizzarli. Erano stati eretti almeno un millennio prima dalle grandi culture del neolitico. Nel bosco di betulle sono nascosti i loro segreti terrificanti protetti da Zelda che si oppone alle divinità benigne dei boschi.»

«Con i tuoi specchi mi aiuterai a renderla inoffensiva per molto tempo», proseguì Isabel. «Costruiremo un labirinto così ardito da rappresentare un non luogo. Un mondo parallelo che porta nello spazio bianco dove c’è una nuova dimensione: il disorientamento. Lì Zelda troverà il bianco accecante, l’annientante. Passerà attraverso il nulla e si perderà.»
L’artigiano non era convinto di volerlo fare. Le spiegazioni di Isabel sembravano spaventarlo più che rassicurarlo.
«Perché hai scelto proprio me?» le chiese, maledicendosi per aver accettato il lavoro.
«Perché sei un bravo artigiano e un uomo giusto. Posso fidarmi di te.»
«Quando Zelda scoprirà che ti ho aiutata, vorrà vendicarsi», si lagnò il vetraio.
«Io sono la più forte. Ti proteggerò. La natura è dalla mia parte.»

L’uomo cominciò a capirlo quando vide la natura assecondare Isabel mentre predisponeva una sorta di imbuto di trappole che conducevano all’ingresso del labirinto.
Allora riprese il suo lavoro, seguendo fedelmente il progetto. Iniziò a montare gli specchi l’uno a fianco all’altro, ai margini del bosco di betulle. Le trappole furono poste proprio tra i giganteschi menhir ed il bosco. Isabel disseminò la zona di pozzanghere, laghetti stagnanti, ogni genere di superfici riflettenti, irresistibili per il narcisismo di Zelda. La natura aiutava davvero Isabel. L’acqua rimaneva immobile per far sì che la superficie non avesse increspature. Le gocce di rugiada, dilatandosi, apparivano enormi specchi ammiccanti. Anche le foglie più grandi e brillanti assumevano proprietà riflettenti. Un rimando di specchi naturali avrebbe guidato Zelda fino all’ingresso dell’intricatissimo labirinto. La sua pianta era complicata e tortuosa. Sembrava impossibile orientarsi al suo interno. La strega si sarebbe perduta nel rincorrere la propria immagine e non ne sarebbe più uscita.

«Per vedere comparire Zelda è sufficiente aspettare la notte che precede l’alba del primo novembre che annuncia l’inizio della stagione dei mesi neri», disse Isabel.

«Di notte? Come potrà cadere nella nostra trappola di specchi al buio?»
«Non preoccuparti. Spazzerò via le nuvole e la luna sarà nostra alleata. Renderà la sua immagine riflessa nell’acqua e sulle foglie ancora più bella. Zelda s’innamorerà perdutamente di sé; seguiterà a cercarsi fino a che non verrà catturata dal labirinto.»

Quando tutto fu pronto, non restò che aspettare l’arrivo della sacerdotessa dei Druidi.

Arrivò con una folata di vento, arruffata nel suo abito di nubi nere. La avvolgevano come un vortice, plasmandosi sul suo bellissimo corpo. I raggi di luna accentuavano il contrasto tra la parte illuminata dei suoi lineamenti e quella in ombra. Riflessi d’argento si adagiavano sui capelli corvini. Zelda si adorava. Si specchiò nello stagno. Rimase ammaliata dalla sua immagine. Iniziò a piroettare avviluppata da veli neri e raggi di luna. Si piacque ancora di più nel dinamismo della danza. Le superfici riflettenti sapientemente disposte da Isabel la inseguivano nel suo volteggiare e le restituivano immagini lunari finché non fu ingoiata dal riflesso totale, dallo smarrimento di un labirinto progettato per restituirle la sua immagine in eterno, senza via di scampo.

Restò intrappolata così dall’ingordigia di sé.

Passate centinaia di anni, in una notte di plenilunio, un’ombra scura si impadronì del bosco di betulle.

La natura iniziò a manifestare paura. Gli animali si rifugiarono nelle tane. L’ombra nera di un pianeta cominciò ad oscurare la luna.

eclissiLa potenza magica del labirinto nasconde il discorso velato del mito e permette di penetrare nel fondo oscuro dell’animo umano e nell’abisso del tempo.
Improvvisamente la bellezza di Zelda fu annientata dall’avanzare del buio.

Zelda iniziò un percorso che la condusse al proprio centro, verso l’autocoscienza. Senza la luce della luna si vide come era in realtà. Ebbe orrore di se stessa e si spaventò.

Gli specchi furono privati della loro fonte di energia.

Così il labirinto, privato del suo scopo, collassò su se stesso in un gran fragore di schegge impazzite durante un’eclissi totale di luna del 6 settembre 1979.

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