Un Dio per l'AutomA-Mox

AutomA-MoxVedo le ombre degli altri oggetti cadere a segnare i cristalli. Scorgo il mio profilo, accade quando la luce del finestrone si riempie di sole e i raggi colpiscono obliqui la mia teca. Oggi è venuta poca gente in visita. Non posso parlare, non posso voltarmi, non posso muovere gli occhi.
Il custode è un uomo, fosse un lavorante artificiale se ne sarebbe accorto. È quello spicchio di sole che mi tiene in semivita. Sono solo una testa e oramai ho pochi pensieri, soprattutto fatico a vedere il futuro; le mie cellule elettriche annegano nei ricordi e il tempo è scandito dagli occhi che mi osservano e che passano nella stanza F-29 al terzo piano del museo municipale della tecnologia.

Sono finito qua.

AutomA-Mox, numero di serie 253312AL12, la famiglia che mi prese in comodato d’uso mi chiamava Mox e basta. Ci sono giorni in cui mi sento leggero, altri in cui il ferro della mia testa sintetica mi opprime. Pesa sopra di me come fosse spinto dalla forza dell’universo intero. Sono immobile dentro la teca del museo, doveva finire così, avrei dovuto immaginarlo già dal momento in cui ero dentro la macchina ferma.

È così che è cominciato tutto, o è finito, dipende dal punto di vista. Ad ogni modo ciò che conta è averlo raccontato a Farf. 
Sono dentro la macchina ferma e che si muove, le dissi. Il cielo è una brugola, un tendone. Il rivestimento si è staccato dalla capotte. Almeno fossi a bordo d’una macchina ferma e che si muove, ma nuova, finirei in un concessionario o alla fiera, invece questa trappola, insieme alle altre distese lungo le guide dell’autoarticolato, la portano al cimitero delle macchine, le spiegai. Devo sbrigarmi, uscire, scendere. I cristalli riflettono fette di strade che rapide si spostano come ponti di navi all’attracco.

A Farf piaceva che le narrassi quel che mi era accaduto facendolo accadere di nuovo. Lo sfasciacarrozze schiaccerà anche me, metterà le macchine sotto la pressa e in uno sbuffo d’acciaio e polvere mi faranno fuori: sarò schiacciato come un coil, e anche se tornerò a parte di ciò che ero la cosa non mi consola, andai avanti a dire a Farf. 
Lei, l’auto, è già morta: i pistoni sono grippati, le hanno rubato i pneumatici e i tergicristalli, l’olio è esausto; io però sono vivo, fatico a muovermi, dovrei essere messo in carica per un po’, mezz’ora.

La mente funziona, ragiono, ricordo tutto del mio lavoro: sono incastrato dentro questa auto morta e morirò. 

Farf amava la presa diretta, come fossimo a teatro. Ero un AutomA addetto alla manutenzione e alle pulizie. Sono ancora un AutomA, non ho più una mansione, tutto qua, ma esisto anche se m’hanno tolto dalla catena produttiva. Il lavoro lo facevo bene, con onesta dedizione, scrupolo, pazienza. 
Gli AutomA*KappA sono più svelti, certo, vero. Come negarlo? E non lo nego, mai detto questo; soprattutto consumano poco, meno di noi di prima generazione, i loro pannelli fotovoltaici sono più performanti; per di più hanno una diagnostica per la riparazione robotizzata.
Affari buoni i loro materiali: polimeri di nylon compresso a cicatrizzazione epidermica, fibra prospettica a crisalide, alluminio anodizzato a strato di copertura per le articolazioni in elastene. In me c’è ancora troppo ferro, ruggine, rame.

Esiste un Dio degli automi? Per noi, per me. Noi di ferro e rame, io di circuiti e faccende da sbrigare: se sì, allora prego. Se no, devo sbrigarmi a saltare fuori da qua. La batteria del catorcio magari ha ancora un po’ di carica, devo riuscire a cavare l’accendisigari e infilarci un dito, rigenerarmi. Poi dovrei avere la forza di saltar fuori da quest’inferno. 
Le raccontai per bene ogni cosa a Farf: in un presente storico, trasportandola lì insieme a me. Avevo fatto un corso di presente storico al Centro Formazione di Calizzano.
Allungo l’arto destro, il rotore del gomito scricchiola, mi sforzo e scivolo con le natiche a padella tra il cruscotto e il cambio. Stappo il pomello dell’accendisigari e innesto due dita tra i dodici volt. Un leggero solletico mi scuote, un brivido che dalle dita risale all’arto fino al collo.
Vibro, tremo, potessi piangerei. Un po’ di tensione deve esserci ancora: la mia forza aumenta. Devo solo attendere, risucchiare tutto il litio, elettroni al più e al meno, acqua distillata tra gli elementi.

Odore di acido, fumo di tangenziale intasata, alberi piccoli e lunghi palazzi storti, neri. Piano, vai piano, camion rallenta: avrò più tempo per cercare di restare in vita. 
Ingrati! Penso. Mi hanno sfruttato per tanto tempo, anni: nonni, padri, figli, nipoti, tutti, e appena hanno fatto lo spot del nuovo modello mi hanno dimenticato in garage tra i ragni e i topi. Ne ho fulminati a decine di quei roditori, e ai ragni gli frizzavo le ragnatele. Tornavano dal giardino pensando di trovare mosche e zanzare appiccicate alle loro tagliole e invece il gelo dei fili li bruciava. Morti in tre secondi. Solo gli scorpioni non sono mai riuscito a far fuori.
È stato Lapo alla fine a ficcarmi in macchina. Lapo è il cugino del mio proprietario. Armando è un bravuomo, senza spina dorsale però, obbedisce alla compagna e stop. Lapo si è scordato e la settimana dopo l’auto è stata ritirata da questa società affiliata alla malavita che trasporta auto morte agli sfasciacarrozze. Neppure mi cercavano, oramai c’era l’AutomA*KappA a sanare ogni loro fatica.

Ma se ne accorgeranno: la nuova generazione non è precisa come noi, come me, troppo rapida. Faranno errori, si uccideranno, li uccideranno. 
L’AutomA del mio vicino lo porteranno in Svizzera. Prima di partire mi ha detto che là c’è un posto dove raccolgono tutti gli AutomA logorati. Mi rimetteranno in sesto, m’ha spiegato: aggiustatura si chiama. Hanno inventato AutomA-ChirurghI che ci rimettono in funzione; poi ci assegnano incombenze poco usuranti e c’è un bel giardino che da un terrazzo si affaccia sopra un lago.

M’ha fatto vedere il depliant. Anche la strada per arrivarci è bella. Per un po’ si va con la macchina, si percorre tutta un’autostrada nera fino alle montagne, dopo ci sono le gallerie e si passa dentro, sotto, attraverso. Si esce dall’autostrada e c’è una strada più piccola, a due corsie. Iniziano le curve, le salite, i boschi. Ma bisogna andare sempre dritto, mai girare a nessun incrocio e dopo un’oretta si arriva in un grande spiazzo proprio ai piedi di una catena montuosa, si vedono anche i ghiacciai. Si lascia lì la macchina e si prosegue a piedi. Lungo la strada ci sono negozi di accendini, di macchine fotografiche, di cioccolato. Si passa in mezzo, sono tutti negozi scavati all’interno di una specie di grotta; si segue una traiettoria tortuosa, si passa dall’altro lato della montagna e ci sono luci, bancarelle e profumo di dolci. 

Dall’altra parte, quando sopra torna a esserci il cielo, c’è un fiume color ghiaccio che scava furioso gli argini. Si passa oltre con un ponte di legno e si prende il battello che risale il lago che vedremo dal giardino della casa di riparazione. 
Guarda, mi ha detto l’AutomA dei vicini, è tutto scritto qui. Io avevo lo sguardo triste, la famiglia che mi teneva in comodato d’uso non mi aveva detto niente. Forse perché a te ti hanno poi riscattato, sei una loro proprietà, ho detto; ci guadagneranno qualcosa a portarti in Svizzera, ho pensato. Poi lo hanno chiamato e ha continuato a lavare la macchina. Io ho finito di tagliare l’erba. Mi ricordo che ha cominciato a piovere. Lui è entrato subito in casa, è dannosa per noi AutomA di prima generazione la pioggia, il sistema impermeabile che ci hanno cucito addosso i progettisti non ha mai funzionato bene.

Così io, distratto dai discorsi dell’AutomA dei vicini, ho continuato a potare le siepi fino a quando sono andato in corto circuito e mi sono spento. Mi sono accasciato di fianco al cancelletto, stremato e solo dopo qualche minuto sono riuscito a trascinarmi dentro il capanno degli attrezzi. Il giorno dopo nessuno mi voleva pulire. Mi hanno lasciato lì. Spento e mezzo scarico fino a quando sembravo asciutto. 

È stata lei, Amanda, a mettermi in carica. Ho fatto le scintille, Amanda si è messa a urlare, ha chiamato Armando. Lui è accorso e m’ha preso a calci, poi ha staccato la presa dal muro: non vedi che è ancora bagnato, ha detto ad Amanda. Lei si è messa a ridere e si sono baciati. Fuori c’era il sole e Lapo mi ha depositato sopra un tavolo, a pancia insù, arti ben aperti e staccati dal corpo, mi ha legato con gli artigli alle gambe: lasciamolo asciugare bene, ha detto, almeno ancora una settimana, poi vedremo. 
Ogni sera i figli, rimbrottando, prendevano il tavolo e mi portavano in garage. Dopo dieci giorni Lapo ha deciso che fossi asciutto. Mi hanno riattaccato alla corrente, sembrava andasse bene; niente corto circuiti. Mi sono caricato, ma non funzionavo più. Ero arrugginito, gli arti non scattavano più bene. La sera Amanda ha ordinato il Kappa e due giorni dopo lo hanno consegnato a casa, nuovo, dentro la sua bella scatola di cartongesso.

L’autista ora ha accelerato, mi affaccio dal finestrino e vedo la città. È grigia come me. Al primo semaforo apro la portiera e me ne vado, penso, intanto tolgo le dita dal pertugio dell’accendisigari. Mi sento di nuovo forte e sicuro. Non so più fare le pulizie, tagliare l’erba, scrostare le persiane. Meglio così. Sono libero. Troverò sempre un punto dove ricaricarmi: un distributore di energia pubblico, la presa elettrica in un garage, il punto luce sugli autobus. Andrò dai montatori clandestini e mi farò modificare, applicare i fotovoltaici dei Kappa. Diventerò un AutomA gentiluomo: viaggerò, leggerò, andrò a teatro. Mi scambieranno per un AutomA-E, evoluto, infine qualcuno mi vorrà con sé. Avrò di nuovo una casa, degli amici e qualcuno si prenderà cura di me. Imparerò a pregare, chiederò perdono e farò penitenza. Mi riposerò sdraiato con le mani sotto la testa guardando le nuvole in cielo. Vivrò ancora per molti anni e sarò io a un certo punto a desiderare di spegnermi, sì. 
Ma non ora. Non così, non triturato dai denti d’acciaio dell’impacchettatore di auto morte. Cento metri intanto. Il semaforo è verde già da un po’. Scatta arancio, scatta, dico. Infatti il relè ordina l’arancio, pochi secondi ed è rosso.

Sono pronto a saltare. Rosso pieno. Salto. Ma il camion non si ferma, scorgo l’autista con gli occhi chiusi. Un colpo di sonno. Io sono già in volo, la forza centrifuga mi scaraventa sull’altra corsia. Il camion prosegue diritto infuocando l’asfalto. Prima che mi schianti tra il guard-rail e la corsia di sorpasso del senso di marcia opposto, vedo l’autoarticolato travolgere un Suv. Lo prende in pieno e lo trascina via con sé. Le macchine che vengono verso di me non fanno in tempo a vedermi. Mi tagliano a metà. Le gambe e il bacino restano intrappolate nel guard-rail, tra sacchetti di pattumiera e cocci di bottiglia. Il tronco e le braccia finiscono nel fosso, a pezzi. La testa rotola via come una biglia lungo la tangenziale, inseguita dalle gomme delle auto: si deposita di fianco a un cestino dell’immondizia di un’area di sosta. Sono rimasto lì per molto tempo. Questo l’ho saputo dopo. Prima di spegnermi ho fatto in tempo a sentire le ambulanze che soccorrevano il camionista e l’uomo del Suv. 

Il fatto è che la testa, rotolando dietro il bidone, era invisibile dalla strada. Solo quando il furgone degli spazzini è passato a svuotare i bidoni mi hanno visto. Una spazzina AutomA-KS, speciale, mi ha trovato. Questo Farf lo sa, ma è contenta quando me lo sente ripetere, le pare d’essere la protagonista di una storia. 
Le dico allora che lei, proprio lei, col gancio magnetico ha spostato il bidone per versare l’immondizia nel trituratore del furgone e io ero lì, spento, con gli occhi in corto circuito, morti, aperti. E lei, ho saputo poi, a vedermi spuntar fuori di colpo, un bello spavento lo ha preso davvero.

«Ricordi Farf? Eri spaventata?», le dico.
Lei sorride e i bulbi degli occhi le diventano celesti. Però è scesa, mi ha sollevato e portato con sé. Mi ha occultato per paura che mi eliminassero del tutto e nascosto nello zaino, ho saputo da Farf. Il giorno che mi sono riacceso ero sopra una mensola, in uno scantinato, vedevo una finestra piccola contro il soffitto, una scrivania di legno e la porta. Poi ho visto lei per la prima volta: bellissima, affusolata, splendente.
«Funzioni allora», sono state le parole che ho capito, «funzioni ancora», ha detto Farf.

Era raggiante. A me restava solo la testa. Mi aveva collegato i fasci in fibra del collo a un alimentatore di impulsi sonori, mi ero caricato e avevo aperto gli occhi. Ero vivo. Lei poi mi ha detto tutto, io ho ricordato l’incidente e adesso, immobile sopra il ripiano dello scantinato, nel rifugio di Farf, la mia spazzina salvatrice, passo il tempo a ricostruire i giorni dopo l’incidente. 
Conoscere il proprio passato è importante, aiuta a fare grandi sogni, a sognare il futuro. Farf è paziente. Quando non è di turno al furgone della spazzatura mi spiega e racconta, mi aiuta a ricomporre tutti i momenti in cui ero solo una testa spenta. Quando deve andare via mi dispiace. A volte lascia la luce accesa, mi lascia in carica, dice che cercherà di rimettermi in sesto. Farmi avere gambe e braccia. Non m’importa.

Io so che Dio esiste, anche per un AutomA come me. Apro gli occhi e c’è lei. La sua voce, le cose che ha fatto, le cose che mi racconta. 

Non mi servono gambe, ho testa. Amo Farf. Amo il suo rifugio. Una volta è entrata una piccola farfalla bianca, volava di qua e di là. Farf era al lavoro e io mi chiedevo da dove fosse entrata la farfalla. Continuava a volare, udivo il rumore delle ali battere stanche nel limo pesante della cantina. Poi si è fermata, si è posata sulla mia testa e non si è mossa più. La polvere del suo piccolo corpo si è sciolta piano sopra la mia lamiera lisciata. Cadevano le briciole davanti ai miei occhi. Avrei voluto raccontarlo a Farf, ma lei non è venuta più. 

Dopo qualche giorno, quando ero oramai senza energia, sono arrivati due poliziotti. Hanno sfondato la porta. Mi hanno preso, un magistrato mi ha interrogato. 
Non riuscivo a dire niente. Ero scarico. Volevano sapere di Farf. Non ho detto nulla neppure da carico, così mi hanno strappato i fasci luminosi dal collo e mi hanno spento per sempre.

Così credevano. Così credevo, così pensava il direttore del museo. Una delle cose che mi chiedo, pensando a Farf e me, è dove sia finita la mia anima. 

Già, perché sono convinto che la mia anima sia salita in cielo sulle ali di polvere della farfalla bianca. Sono convinto che anche per Mox esiste un Dio.

AutomA-Mox, numero di serie 253312AL12.

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Un po’ sardo un po’ milanese, Luigi Tuveri è nato a Milano il 30 Luglio del 1964. Scrive poesie, romanzi e racconti per raccontare a sé, a chi ascolta e al futuro, lo spazio e il tempo che vive.

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