Il vecchio bisturi

7 racc bisturi

L’astuccio in vellutino blu-slavato presentava bizzarre chiazze di alopecia e la chiusura mancava della parte inferiore.

«Ragazzi, è magnifico, davvero!» esclamò Renato mentre ammirava il dono dei suoi amici.

«Avrà almeno duecento anni. Vedi? La lama è più tondeggiante e lunga, non intercambiabile, segno che veniva sterilizzata con tutto il manico. E quando si spuntava ci voleva l’arrotino!» spiegò Paolo.

Duecento anni, eppure quel bisturi… Renato inclinò l’astuccio per far sì che la luce incidesse sul metallo ormai opaco. Paolo e Rossella si guardarono soddisfatti; mai regalo di laurea più azzeccato di quello. Ottimo auspicio per un neo-dottore.

«Potresti farlo cromare» gli suggerì Alessandra con una smorfia. Fosse stato per lei, avrebbe buttato via ogni cosa più vecchia dei loro quattro anni di fidanzamento.

«Già, è piuttosto malandato» ammise Paolo. «Dev’essere appartenuto a svariati chirurghi. Ma è proprio questo il suo fascino. Chissà, magari potrebbe trasmetterti l’esperienza dei predecessori: niente male per uno che ha deciso di passare la vita a squartare pance!» 

Renato sfiorò la superficie fredda e liscia del bisturi. La sensazione del metallo sotto le dita gli provocò un brivido che s’insinuò come una subdola serpe dalla punta dell’indice su fino al centro del cervello. Lo soppesò, lo maneggiò, poi lo impugnò, ma non come gli avevano insegnato in tutti quegli anni di tirocinio in sala operatoria; Renato strinse il manico con la sua mano da chirurgo, adagio, come a voler assaporare quegli istanti, orientando la lama verso il basso nel modo in cui Jack lo Squartatore avrebbe impugnato il coltello. La sollevò all’altezza degli occhi e ne osservò l’orlo slabbrato e consunto.

Potrebbe trasmetterti l’esperienza dei predecessori.

Il giovane sorrise.

*

La chirurgia era una passione che Renato si portava dentro dalle scuole medie. In scienze era il migliore della classe, con quelle sue meticolose ricerche sul corpo umano che facevano sempre il giro dell’istituto. Per studiarli meglio comprava i pezzi anatomici in macelleria e passava interi pomeriggi a sezionarli, ne riportava su un quaderno caratteristiche e particolarità. Ora, il tirocinio in sala operatoria non lo soddisfaceva più. Lui voleva provare. Provare il brivido di avere nelle mani la vita di un altro uomo, arrivare laddove nessun altro avrebbe mai posato lo sguardo.

Voleva provare a sentirsi come Dio.

Già dai primi anni di università aveva attrezzato una piccola sala operatoria nella cantinola. Aveva iniziato interventi chirurgici sui topi, poi era passato ai conigli. Quella sera aveva in programma una resezione di colon; in ospedale ne aveva viste fare diverse, ma la sua mansione al campo operatorio non era mai andata oltre il ferrista. In fondo lui era solo uno sporco tirocinante.

Il coniglio lo guardava tristemente attraverso le sbarre della gabbietta.

«Non preoccuparti, andrà tutto bene» gli sussurrò mentre praticava il preanestetico. Nel frattempo sistemò i ferri chirurgici sul tavolo.

«No, porca…! bestemmiò sbattendo un piede sul pavimento. Scagliò lontano la scatola ormai vuota delle lame bisturi e prese a passeggiare su e giù per l’angusta cantinola. Il coniglio intanto già dormiva a pancia all’aria.

Fu così che gli venne l’idea.

Si precipitò nella sua camera, alla scrivania, dove faceva bella mostra di sé il vecchio bisturi regalo di Paolo e Rossella.

In cucina azionò l’affilacoltelli elettrico: la lama spuntata prese a fare scintille ma poi si lasciò arrotare. Contento come un bambino col suo nuovo giocattolo, Renato tornò in cantinola. Una volta fissate le zampe al tavolo con dei lacci, procedette alla rasura del pelo sul ventre, alla disinfezione della cute e infine incise.

Sì, tutto sarebbe andato secondo i piani.

*

La sveglia lo strappò da un sonno profondo. Renato si sollevò sui gomiti e sentì subito la testa pesante come un piombo. L’intervento era durato diverse ore e il vecchio bisturi aveva fatto il suo dovere in modo egregio; la lama riaffilata non lo aveva tradito. Con quel ferro tra le mani, a Renato gli era parso di volare; aveva effettuato ogni passaggio con la rapidità e la sicurezza di un veterano.

Ansioso come un debuttante corse in cantinola.

Strano. Avanzando verso il tavolo Renato notò che quel coniglio bianco ora sembrava quasi marroncino sotto la luce artificiale.

Un altro passo.

No, non marroncino.

Un altro ancora.

Rosso. Color sangue.

Renato non poté trattenere una smorfia di orrore. Nella gabbia c’erano i resti di quello che la sera prima era il suo coniglio da esperimento. Sembrava fosse stato fatto a pezzi, smembrato senza alcun criterio. La flebo aveva sgocciolato il suo contenuto sul pavimento e il vecchio bisturi giaceva accanto alla gabbia, lordo di sangue come tutto il resto intorno.

Doveva essere entrato qualcuno. Ma non c’erano tracce di effrazione. La porta era regolarmente chiusa a chiave e nulla era fuori posto, tranne il povero coniglio. Quello, nessuno avrebbe potuto rimetterlo in ordine.

Ripulì tutto alla meglio. Quando fu il turno del bisturi Renato notò che il metallo era tiepido. Eppure lì dentro faceva un caldo boia. Una volta finito tornò a casa, rimise il bisturi nell’astuccio sulla scrivania e filò in ospedale dove lo attendeva un turno lungo. Tuttavia non fu facile concentrarsi sul lavoro. Il pensiero tornava sempre a ciò che era accaduto, in cerca di una spiegazione. Di una cosa però Renato era certo: l’intervento chirurgico andava eseguito nuovamente su un altro involontario volontario.

*

Stessa procedura, stesso esito perfetto. Tra poco Renato avrebbe proposto al suo primario di lasciarlo operare, e gli avrebbe dimostrato di esserne capace. Andò a dormire col sorriso sulle labbra e un sogno nel cuore.

Ma l’alba del nuovo giorno spense quel sorriso. In cantinola, il coniglio giaceva nella sua gabbia brutalmente squartato. Il bisturi era ancora lì, sporco di sangue, come la sera prima.

Ed eccola, la paura. Paura che potesse essere proprio lui l’autore di quegli scempi.

Del resto chi poteva essere, se non lui? Nessuno, oltre lui, aveva le chiavi. E la serratura non era stata forzata. Con la fronte imperlata di sudore e il cuore in fibrillazione, infilò i poveri resti in un sacchetto e ricominciò a pulire.

Il bisturi. Renato si fermò a osservarlo e gli sembrò che il metallo opaco avesse riacquistato parte dell’antica lucentezza. Lo prese, se lo rigirò tra le mani, poi con lo straccio umido cercò di grattar via dalla lama il sangue rappreso.

«Ahi, maledizione!» Un brutto taglio si era materializzato sul dito indice, purpureo e aperto come una bocca famelica. Prese il cerotto e confezionò delle rudimentali farfalline che applicò sulla ferita in modo da farne combaciare i lembi, augurandosi che il coniglio non avesse qualche strana malattia.

«Che hai combinato?» gli chiese Alessandra quella sera.

«Niente. Mi sono solo tagliato con quel vecchio bisturi.»

La ragazza fece la solita smorfia. «Te lo ripeto, devi far cromare quel ferro. È pericoloso.»

*

Quella notte fece un gran caldo e Renato stentò a prendere sonno. Se ne stava lì, con gli occhi sbarrati a guardare le ombre proiettate sul soffitto quando ebbe la gelida sensazione che una di quelle ombre fosse scesa giù per la parete. Con un guizzo si sollevò a sedere e prese a scrutare la penombra. No, ora ne era certo. Aveva visto qualcosa. Nel silenzio della notte si possono udire i battiti di un cuore impazzito in un corpo di marmo. Si voltò adagio, millimetro dopo millimetro. Appena in tempo per scorgere una massa informe, impalpabile, scagliarsi su di lui avvolgendolo tra spire di nebbia. Non riuscì a gridare – non un suono uscì dalla sua laringe irrigidita – e neanche a muoversi. Poi qualcos’altro spuntò dal nero. Renato lo riconobbe subito.

Argenteo. Scintillante. Maligno. Dritto verso la sua gola.

Il ragazzo avvertì appena il freddo del metallo sull’esofago; fu come se il bisturi gli avesse squarciato quel groppo che gli impediva di urlare. Sentì finalmente l’aria riempirgli i polmoni.

E l’urlo lo riportò alla vita. Ancora nella sua stanza, ancora notte. Udì appena il tintinnio di un oggetto che cadeva sul pavimento.

Da piccolo Renato sognava il babau, peloso e con gli occhi fiammeggianti, che apriva l’armadio e ce lo trascinava dentro. Nel buio. Ma ora era troppo grande per credere al babau.

Da grandi, il babau si chiama incubo.

Istintivamente si tastò la gola. Dovette alzarsi e accendere la luce per capire cos’era quel senso di viscido sotto le dita. Aveva inciso sì, a giudicare da tutto quel sangue. E non solo la gola: sottili tagli gli ricamavano il torace. Tanti tagli.

Assaggi.

Guardandosi i piedi Renato notò il bisturi a terra. Era certo di averlo pulito e riposto nell’astuccio sulla scrivania. E invece era lì, accanto al suo letto.

Seduto con le mani tra i capelli, cominciò a riflettere. Possibile che quell’arnese infernale avesse una sorta di volontà propria? Quando gli era stato regalato aveva l’aspetto di un ferrovecchio e ora, dopo i conigli, la cromatura sembrava quasi perfetta.

L’aveva usato per l’intervento sul primo coniglio e l’indomani la bestia era a brandelli; col secondo coniglio l’epilogo era stato ancor più devastante. Poi lui si era tagliato un dito nel pulire la lama…

Era tutto chiaro. Il vecchio bisturi l’aveva assaggiato e ora ne voleva di più.

Si chinò per raccoglierlo ma non lo trovò. Il tempo di guardarsi intorno ed eccolo, luccicante come nuovo, a un palmo dalla sua coscia.

Renato si avventò sul ferro però fu costretto a mollare la presa perché il metallo scottava. Imprecando avvolse la mano in una maglietta, lo afferrò e lo ficcò nell’astuccio, lo sigillò col nastro adesivo e lo confinò in fondo a un cassetto che chiuse a chiave.

Niente più sonno, per quella notte. Renato restò immobile a fissare il cassetto finché la sveglia non suonò. Dopo il turno in ospedale si sarebbe sbarazzato di quel malefico ferro.

Andò al lavoro sereno, come non accadeva da giorni. E tornò a casa animato dal pensiero di farla finita con quella maledetta storia.

Ma il cassetto della scrivania era aperto e dell’astuccio col bisturi non c’era traccia.

«CHI DIAVOLO HA APERTO IL MIO CASSETTO?» strillò.

La madre spuntò dalla cucina guardandolo come si guarda un folle.

«Eeh! Che gridi? È passata Alessandra, stamattina; cercava non so quale libro… L’ho accompagnata in camera tua e così ha visto quel bisturi tutto arrugginito…»

Renato ebbe un sussulto. Che diavolo stava dicendo, sua madre?

«Nel rimetterlo nell’astuccio s’è pure ferita a una mano!»

A quelle parole, le ginocchia gli cedettero sotto il peso dell’orrore.

L’ha assaggiata!

Il ragazzo afferrò la madre per la maglia e la scosse.

«Dov’è adesso?»

«Non lo so… S’è infuriata! Ha detto di averti avvertito che vicino a quella vecchia lama qualcuno avrebbe potuto farsi male. Se l’è portato via…»

NOO!

Buttò all’aria la donna e corse al telefono. Compose il numero del cellulare della ragazza.

La sua voce. Renato ebbe un sussulto.

«TORNA SUBITO INDIETRO!» gli urlò. «Riporta qui quel FOTTUTO BISTURI!»

«E non ti arrabbiare! Dovresti ringraziarmi, mi sono pure affettata una man… frrrscc… Non ti sento più!»

La ragazza non capiva che le urla di Renato non erano di rabbia ma di disperazione.

Disperazione per ciò che sapeva sarebbe accaduto di lì a poco.

«ALEE! Mi senti? BUTTALO VIA!»

«Cosa? Ma cer... frrrscc… che non l’ho buttato via! Sta qua, sul sedi… frrrscc… Ahi! Ma che… frrrscc… AAH! AAAH! AAAARGH!»

«ALEEEE!» Renato lanciò quell’ultimo, disperato grido che coprì lo stridore dei freni e lo schianto dell’auto contro il guard-rail.

Poi, calarono Buio e Silenzio. Su entrambi.

*

Ai funerali della ragazza Renato non partecipò. Era ricoverato in ospedale in stato di shock; farneticava di oggetti maligni, il poveraccio. Che dire, vivere in diretta dal cellulare la morte della fidanzata… Fu Paolo ad arrivare per primo alla morgue e a lui, in qualità di medico e amico di famiglia, l’addetto aveva consegnato gli effetti personali di Alessandra.

Riconobbe subito il bisturi che lui e Rossella avevano regalato a Renato, la lama più lunga e tondeggiante, non intercambiabile, sebbene non sembrasse più il pezzo d’antiquariato che era; scintillava. Chissà come, se l’era ritrovato nella tasca della giacca il giorno dei funerali. Aveva infilato la mano e zac, un bel taglio.

Pazienza. Lo avrebbe comunque tenuto lui, in attesa di restituirlo a Renato.

Prima o poi.

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Tratto da “Black millennium” (La tela nera)

www.simonettasantamaria.net

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