Laura

5 racc laura

Laura è una bambina.
Cattiva. Sei cattiva.
Laura vive con i genitori in una casetta sulla collina.

Laura ha due sorelle.
Loro sì che sono brave bambine.
Una si chiama Adelaide. L’altra Carolina.

Perché non sei come loro, Laura?

Laura disprezza le sue sorelle.

Le odia perché sono carine, buone, perché amano vestirsi bene e profumano di borotalco. Le odia perché le portano via l’amore di mamma e papà.

Fin da neonata, quando le sorelline si affacciavano nella culla per osservarla e cianciarla, lei gli artigliava il viso con le sue minuscole ma affilate unghiette.

Non l’ha fatto apposta: è piccina, diceva allora la mamma, elargendo amorevoli sorrisi mentre tamponava le ferite.

L’allattamento è per Laura un momento di pura beatitudine.

La mia mamma. La mamma è tutta mia.

Ma se le sorelline si avvicinano a Lei e Lei, la sua mamma, dona loro una carezza o, mio Dio, un bacio, Laura le addenta il capezzolo con innato furore, fino a farlo sanguinare.

Non l’ha fatto apposta: è piccina, dice sempre la mamma, abbozzando un sorriso per nascondere il dolore.

Laura cresce, e l’odio con lei. Cova e si nutre del suo risentimento come la malabestia nel ventre della Terra.

Eppure le vogliono tutti bene. Anche il suo papà.

È il mio, papà. Solo, solo mio.

Folletto di Bosco, la chiama, forse per via dei suoi capelli neri sempre arruffati, o forse per il suo sguardo fiammeggiante, chissà.

Ma quella volta che il papà prese in groppa Adelaide e Carolina per giocare al cavalluccio, dimentico di Laura, il suo folletto di bosco afferrò un paio di forbici e gliele piantò in una coscia.

Non l’ha fatto apposta: è piccina, continuò a dire la mamma mentre lo accompagnava al pronto soccorso.

Però, dall’espressione che le velava il viso, non ne sembrava più tanto convinta.

Laura non gioca mai con le sorelle.

Prova un’invidia profonda verso i loro giocattoli – che sono anche suoi, del resto – tanto da non volerli mai condividere. E, appena possibile, li distrugge. Digrignando i denti, le labbra arricciate in un ghigno selvaggio, Laura riduce a brandelli i vestiti delle bambole, le decapita e ne nasconde la testa chissà dove sulla collina; dilania i peluche e sparge l’imbottitura dappertutto; strappa e brucia nel camino le pagine dei loro libri di fiabe.

Il tutto per il puro gusto di sentire le sorelline piangere.

«È stata lei! È stata Laura!» geme allora Adelaide.

«È cattiva, mammina! Cattiva!» incalza Carolina.

E la mamma cerca ogni volta di consolarne il pianto disperato continuando col suo non-l’ha-fatto-apposta-è-piccina.

Ma ormai sa che non è vero.

Una percezione, forse, o un nefasto presagio aveva fatto tintinnare quel campanello d’allarme che ogni madre ha dentro.

Laura non è più tanto piccina: ha già nove anni.

«Perché fai così, Laura?»

«Io non ho fatto niente, mammina.»

«È una bugia, Laura, e tu lo sai benissimo!» ribatte la mamma sventolando la carcassa sventrata di Winnie the Pooh, l’orsetto arancione regalato a Carolina per Natale.

«Non sono stata io! È stato Randy!»

«Randy è un bravo cane e non fa certe cose! Di’ la verità, una buona volta!»

Un lampo sinistro le balena negli occhi. Ecco di nuovo quel ghigno animalesco deturpare il suo bel musetto. E la sua gola vomita un urlo tremendo.

«TU CREDI SOLO A LORO, MAI A ME! PENSI CHE IO SIA CATTIVA INVECE LE CATTIVE SONO LORO! E ANCHE TU SEI CATTIVA! TI ODIO! VI ODIO TUTTI!»

La mamma si accascia sulla poltrona, nelle mani ancora i resti di Winnie the Pooh, guardando la sagoma della figlia sparire correndo su per la collina e chiedendosi il perché di una tale punizione divina.

A Laura piacciono gli animali.

Laura chiede ai genitori un gattino per il compleanno.

Potrebbe addolcirsi, pensa la mamma.

E Laura ha il suo bel gattino.

Lo chiama Tigre per via delle striature sul mantello.

E lo vuole tutto per sé.

Ogni volta che Tigre tenta di avvicinarsi alle sorelle, Laura lo strattona con violenza per sottrarlo alle loro carezze e si chiude con lui nel ripostiglio. Poi, nel segreto di quelle quattro mura, lo picchia,

Non ci devi andare da loro…

lo picchia,

… tu sei mio, solo mio, hai capito, brutto…

lo picchia,

… brutto cattivo! MIO!

Ma più lei lo punisce, più il gattino cerca rifugio tra le braccia di Adelaide e Carolina.

Così, un giorno, il povero Tigre viene ritrovato poco distante da casa. Dall’innaturale angolazione della testa si capisce che ha il collo spezzato.

Sei cattiva, Laura! Cattiva!

Tutti temono, nessuno osa parlare.

«Quella è una pazza assassina! Lei ha ucciso Tigre!» bisbiglia Adelaide alla sorella, chiuse nella loro camera.

«Cosa?»

«Sì! L’ho vista uscire di corsa col gatto penzoloni tra le mani e così l’ho seguita! Lei se l’è appoggiato sul ginocchio e l’ha spezzato in due… Allora sono scappata, per la paura.»

«Perché non l’hai detto a mamma e papà?»

«Scherzi? Se quella se ne accorge ammazza pure me!»

«Ma, Ade, non possiamo tenere segreta questa cosa: dobbiamo dirglielo!»

Laura non dorme con le sorelle.

Laura ha una stanza tutta per sé. Ma ascolta sempre i loro discorsi, attraverso un foro nascosto da un manifesto.

E quello che ha sentito non le piace per niente.

Ti diranno che sei cattiva, Laura.

Ti puniranno.

Mamma e papà non ti vorranno più bene. Mai più.

Pensa, Laura. Pensa.

E mentre pensa, non si accorge di stringere i pugni tanto da farsi penetrare le unghie nella carne.

Il giorno dopo, Adelaide scompare.

Tutti la cercano febbrilmente, anche Laura.

La ritroverà proprio lei, impiccata. La corda legata al tronco di un albero, il corpo penzolante nella Grande Rupe, uno strapiombo roccioso di un centinaio di metri. Nessuna possibilità di appiglio. Nessuna possibilità di salvezza.

I genitori sono distrutti dal dolore. Anche Carolina. E Laura.

Che ora piange e cerca conforto tra le braccia della mamma.

Mamma è mia. Tutta mia.

Ma poi.

«Hai ucciso tu Adelaide, brutta strega. Come Tigre! Lo dirò a mamma e papà, loro ti faranno rinchiudere in manicomio!» le sibila in faccia Carolina.

Sei una bambina cattiva!

Laura si avventa sulla sorella come una belva, l’afferra al collo e stringe, stringe con una forza disumana, fino a impedirle di respirare.

«Prova a dire una sola parola e ti stacco la testa. Haicapito

Carolina, atterrita, fa cenno di sì col capo.

Però una minaccia non basta a far dormire sonni tranquilli.

Qualche giorno dopo sparisce anche Carolina.

Altri febbrili ricerche. Altra angoscia.

La polizia avanza l’ipotesi del serial killer.

È sempre Laura a richiamare l’attenzione degli agenti. Questa volta devono scendere giù, in fondo alla Grande Rupe, per recuperare il cadavere. La bambina è caduta, forse scivolata. Si è fracassata il cranio sulle rocce.

Disperazione. Ancora dolore. Abbracci consolatori.

Miei! Mamma e papà sono solo miei! Solo MIEI!

Laura è buona.

Laura è una brava bambina.

La brava bambina che i genitori desideravano che fosse.

Ma un pomeriggio, al ritorno dalla scuola, la mamma è strana. Non l’abbraccia, non le rivolge la parola, la evita.

«… è un mostro, capisci?» bisbiglia tra le lacrime al marito, tra le pareti della loro stanza da letto.

Ma anche le pareti bisbigliano.

«Ho trovato questo: è il diario di Carolina.»

Il marito fa scorrere le pagine con timore.

Fruscio di carta sfogliata.

Ha paura. Paura della verità.

“Una cosa terribile: è stata Laura ad ammazzare Tigre! Me l’ha confidato Ade, l’ha vista! Dovremmo avvertire mamma e papà ma lei dice che quella fa fuori pure noi se ci scopre…”

E ancora.

“Mia sorella Laura è un’assassina! Oggi stava per strangolarmi, ti stacco la testa se fiati, mi ha detto. Povera Ade… Se avessimo avuto il coraggio di parlare, lei non sarebbe morta. Gesù, che devo fare?”

I due si guardano sgomenti negli occhi velati.

«Io le credo…» dice la moglie stringendogli le mani fra le sue.

Lui serra forte i pugni e scoppia in un pianto dirotto, disperato.

Cattiva, Laura! Ti porteranno via!

No!

Ti rinchiuderanno in manicomio!

No! NO!

Ma tu invece, vuoi restare con loro.

Sì!!

Perché mamma e papà sono tuoi, solo tuoi!

Solo miei! Per sempre!

«SOLO MIEI! PER SEMPRE!»

L’urlo selvaggio copre lo schianto della porta che si spalanca.

Un fucile da caccia, quello di papà.

Due colpi in canna.

Bastano.

Laura è una bambina.

Laura vive con i genitori in una casetta sulla collina.

Ora è una bambina felice. Ora che le voci tacciono.

«Bella, la mia mammina! Ti voglio tanto bene! E anche a te, papà!»

Nessuno le porterà più via il loro amore.

E poco importa se restano lì, immobili, su quel letto. Se la mamma non prepara i suoi deliziosi pranzetti, se non le lava i vestiti. Se il papà non va al lavoro.

Poco importa se emanano un fetore insopportabile. Se i vermi, giorno dopo giorno, si cibano delle loro carni putrescenti.

Poco importa.

Ciò che conta, per Laura, è averli tutti per sé.

Per sempre.

 *

Tratto da “Donne in noir” (edizioni Il Foglio)

www.simonettasantamaria.net

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