Mi amerai con tutto te stesso?

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Me lo chiedeva sempre. La stessa domanda ripetuta migliaia di volte, e io lì a rassicurarla, a dirle sì, con tutto me stesso, per tutta la vita. Una vita di coppia breve ma intensa.

Ci siamo conosciuti su Internet. Una di quelle chat su cui si può perdere un’inutile mezz’ora di un’inutile serata. Mi colpì il suo nickname: Carneviva. Piuttosto bizzarro rispetto ai soliti Pussycat, Bella Pupa ’71, Trottolina. Del resto nemmeno il mio brillava per originalità: Happysingle, capirai…

«Xché Carneviva?» le chiesi.

«Da piccola mi rosicchiavo le unghie fino a farmi sanguinare le dita» digitò lei.

«Crudelmente tipico di molti bambini» risposi, mettendo in bella mostra il goffo psicologo che è in me.

«Sì, ma io lo faccio ancora :)»

Un dialogo tra deficienti, sembrerebbe, perciò non sto a raccontare cosa ci siamo detti dopo. Eppure la sua franchezza, quel candido mostrare il suo lato infantile, m’incuriosì. Da allora cominciai a collegarmi alla chat con regolarità, ogni sera, dopo cena. Quasi senza rendermene conto, iniziai a cercare il suo nickname tra quelli connessi. E lei era sempre lì, ad accogliere il mio ingresso con un festoso messaggio di benvenuto.

Ben presto finii col mangiare un panino in compagnia del mio computer. Il vantaggio di vivere da solo è che sei libero di fare il porco comodo tuo.

«Chatti molte ore?»

«Quasi tutta la notte. È un modo come un altro per combattere la solitudine. Brutta cosa, la solitudine:( » mi rispose.

Cosa c’era dietro quella frase? E l’emoticon dalla faccina triste, non l’aveva mai usato prima. Volli insistere.

«Eppure tu sembri allegra, piena di vita. Non t’immagino chiusa in casa, senza un amico con cui passare la serata.»

«Non sono gli amici che mi mancano.»

Eccola là. Si stava scoprendo. «E cosa, allora?»

«Un uomo. Io non sono Happysingle come te. Io desidero dividere la mia vita con qualcuno, amarlo ed essere riamata, perdermi in lui… :) :) »

Tesoro, ma gli uomini farebbero a cazzotti per una come te. Perciò, o sei un pacco o…

Come se mi avesse letto nel pensiero mi chiese: «Hai lawebcam

No. Non ce l’avevo. Mi sentii uno sprovveduto, un Tagliatore di Teste senza il machete.

«Peccato. Avresti potuto vedermi.»

Il giorno dopo corsi a comprare una webcam. La sera mi collegai alla chat, eccitato come un ragazzino. Digitai il testo in maiuscolo, per simulare un urlo di gioia.

«CE L’HO! LA webcam! :) :) :) »

«Magnifico! Inauguriamola, allora.»

Mentre mi giungevano le immagini sentii la lingua calarmi in gola come un flaccido verme morto. Carneviva, lei era… stupenda. Bionda, coi capelli ondulati che le si poggiavano morbidi sulle spalle nude…

«Scusa, sono in camicia da notte.»

Ne indossava una color oro antico, certamente di seta, a giudicare dai riflessi e dalla morbidezza delle pieghe. Occhi chiari da cerbiatta, poco trucco, e sensuale come una dea.

Ogni maschio sano avrebbe fatto capriole pur di passare una serata con una femmina di tale fatta. E io sono… ero un maschio sano e belloccio. Le piacqui. Ma mai quanto lei piacque a me.

Quella donna mi ha stregato.

Per ciò che mi successe poi, non saprei spiegarlo diversamente.

Lei, lei e solo lei. Carneviva occupò ogni millimetro del mio cervello. Non riuscii più a fare un sonno sereno, sul lavoro ero costantemente distratto, il pensiero rapito dalla sua immagine. Dimenticavo perfino di mangiare, niente più uscite goliardiche con gli amici, niente cinema, niente biliardo, niente… In me ardeva un solo desiderio: tornare a casa e accendere il computer e lawebcam. Vedere quella donna era diventata l’ossessione della mia vita. E non conoscevo neanche il suo nome.

«Ma che mi hai fatto?» le dissi una sera. «Non passa momento che io non pensi a te.»

«Davvero? Me lo hanno detto in tanti.»

«Allora come mai sei sola?»

«Perché me lo hanno detto in tanti. Parole che poi svaniscono. Io non voglio l’avventura, di quelle potrei averne a bizzeffe. Io cerco l’uomo della vita.»

L’uomo della vita. Improvvisamente mi sentii ridicolo nel mio nickname.

Le mani si mossero da sole, le dita digitarono veloci: «Incontriamoci.»

«Non lasciarti trasportare. Te l’ho detto, io cerco un uomo che voglia amarmi, amarmi con tutto se stesso.»

Mi stavo infilando in un vicolo cieco. Per quasi quarant’anni non avevo mai pensato né cercato un rapporto fisso con una donna ma lei, lei era diversa, lo sentivo. Per lei avrei fatto qualsiasi follia.

«Tu non saresti un’avventura. Mi è successo qualcosa, qualcosa di inspiegabile.» Mi feci forza e glielo dissi. «Ho la sensazione di non poter vivere senza di te.»

«Potremmo essere lontani.»

«Non fa niente. Le distanze non sono un problema.»

Fissammo un incontro. L’inizio del mio calvario.

Chiesi una settimana di ferie in ufficio, mi ficcai in macchina e macinai chilometri col cuore in tumulto man mano che mi avvicinavo alla meta.

La riconobbi subito, seduta sui gradini di piazza di Spagna. Bella come una rosa tra gli sterpi.

«Ciao» mi disse, e la sua voce mi sembrò una musica celestiale. Mi venne subito in mente il vecchio cartone animato di Bambi, quando il coniglio Tamburino incontra quella che sarà la sua compagna. Lei gli dice «Ciao» con un tono così seducente da farlo rincitrull-lu-lire. Non c’erano dubbi: ero completamente rincitrull-lu-lito anch’io.

Girammo per Roma a braccetto come una vecchia coppia. Avvertivo il profumo speziato dei suoi capelli. Mi sentivo un re. La portai a cena in un ristorante di Trastevere.

«Non conosco ancora il tuo nome. Chi si cela dietro Carneviva?»

«Mi chiamo Barbara. E dietro Happysingle?»

Barbara. Era perfetto.

«Michele.»

«Ok, Michele. Ho una sorpresa per te.»

Tirò fuori della borsetta un foglio. Era la prenotazione in un albergo di Roma.

«Stanza 308. Matrimoniale. Se ti va.»

Non me l’aspettavo. Ero felicemente confuso.

«Ma io credevo che…»

«Lo so» m’interruppe sfiorandomi le labbra con un dito. «Definiamola una specie di prova. Nessun impegno da parte tua.»

Io invece sentivo che per lei mi sarei impegnato; per tutta la vita, se fosse stato necessario.

Nella penombra, la vidi uscire dal bagno e avvicinarsi al letto. Un fisico statuario, con addosso una camicia da notte corta, di seta. Il solo contatto con la stoffa mi fece impennare le pulsazioni. Una notte che non dimenticherò mai. Quel suo profumo, la sua pelle morbida, la flessuosità del suo corpo… Mi persi completamente in lei, affogai e riemersi da un mare di sensazioni travolgenti per cento, mille volte e mi sembrò di non essere mai sazio.

«Michele… oh, Michele,» continuava a ripetermi tra gli spasimi di piacere, «dimmi che mi amerai… mi amerai per sempre!»

«Sì, sì, ti amerò… per sempre, per tutta la vita.»

«Con tutto te stesso? Dimmelo, giuramelo!»

«Te lo giuro… con tutto me stesso. Tutto me stesso.»

Lo giurai e mantenni fede al giuramento. E la mia vita non fu più la stessa.

La seguii a casa sua, ammaliato e fedele come un cagnolino trovatello. Quel giorno detti un colpo di spugna al passato. Non ho più rivisto il mio ufficio, i colleghi, gli amici. Sparito. Da allora ho vissuto solo con lei e per lei. Sono pazzo di quella donna, che ci posso fare. Tuttavia, non è passato giorno che lei non mi abbia chiesto “ Mi amerai con tutto te stesso?”

Quando tirò fuori il bisturi per la prima volta, a letto, ricordo che non ebbi la reazione che un oggetto del genere avrebbe suscitato in chiunque.

«Che vuoi farci, amore?» chiesi mentre lei sussultava sul mio ventre. Avevo le gambe attanagliate tra le sue.

«Tu mi ami? Mi ami con tutto te stesso?» La sua voce aveva il suono della lussuria.

«Sì, sì…»

«Dimostramelo, allora.»

«Cosa vuoi… cosa vuoi che faccia? Qualunque cosa, qualunque!»

Lei cambiò posizione, mandandomi in fumo il cervello.

«Dammi un pezzo di te, amore mio» sussurrò allora.

Non trasalii, non mi scomposi. È folle, difficile da capire, eppure è così. Lei era lì, tra le mie braccia, morbida e voluttuosa, padrona dei miei sensi e della mia anima. Lei era mia.

Avevo giurato che l’avrei amata con tutto me stesso. Stavo per comprendere il senso di quell’incessante richiesta.

Mi lasciai legare i polsi alla testata del letto, come in un gioco erotico. Mi lasciai praticare delle iniezioni sotto cute di anestetico locale tutt’intorno al polpaccio destro. Mi lasciai sezionare l’intero muscolo. Lasciai che mi cauterizzasse lo squarcio con un ferro incandescente. E la vidi mangiare la mia carne sanguinolenta con la bramosia di una bestia selvatica. Quel suo bizzarro nickname: era tutto chiaro. Non ho vergogna a dirlo, ma ebbi uno degli orgasmi più violenti della mia vita, e lei con me.

Da allora tutto si è svolto come un rito. Un rito d’amore.

Non è rimasto molto di me, ormai.

Questo letto che ci ha visti amanti è diventato il mio giaciglio perpetuo.

Ho accettato che lei si cibasse di me, poco a poco. Polpacci, cosce, natiche, spalle, petto, braccia… Una a una anche le dita delle mani e dei piedi.

Nonostante sia ormai ridotto a un essere informe, deturpato dalle cicatrici, Barbara mi ama ancora. Fa ancora l’amore con me, delicata come una piuma, donandomi quel sollievo che nemmeno la morfina riesce più a darmi.

Presto morirò. Tuttavia non me ne pento. Sarò pure pazzo, ma felice.

Oggi è il suo compleanno.

Chissà cosa mi chiederà, come regalo :)

Tratto da “Donne in noir” (edizioni Il Foglio)

www.simonettasantamaria.net

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