Il Buon Falegname

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Tommaso era un buon falegname, onesto, lavoratore,  paziente.  E anche un buon diavolo come si dice: guardando le sue braccia robuste e le sue gambe piantate come querce non avreste sospettato fosse anche d'animo mite e delicato.

Timido con le donne, cortese con gli uomini, sempre un buon sorriso stampato sulla sua facciona.  Era rimasto alle elementari, ma non se ne vergognava. Il lavoro, diceva, è la miglior medaglia per un uomo di pace.

Ma, quasi di nascosto, nella sua casetta nei boschi vicina alla grande segheria, leggeva, leggeva nel tempo libero tutto quel che poteva e trovava: storia, romanzi, poesia e trattati di naturalistica, i suoi favoriti. Sarebbe stato un ottimo botanico se non fosse stato già un ottimo falegname.

Così il buon Tommaso, una sera, il caffè già fumava sulla stufa e lui era sprofondato nelle incredibili avventure dei tre moschettieri, quando la porta si spalancò d'un botto. Entrarono due tipi loschi (loschi è dir poco). Uno spianava un dannato fucile a pompa, l'altro, un biondino con un sorriso da far paura, aveva una pistola automatica e una valigetta.

«Vuoi che ci sentano fino al paese, idiota? Chiudi!» 

L'altro obbedì. Tommaso non fiatava. 

«Chi sei? Che ci fai tu qui?» chiese brusco il biondino al nostro falegname.

«Lavoro alla segheria, vivo qui, che volete?»

«Le domande le facciamo noi, bel montanaro. Sei solo qui?»

«Sì. Che cercate?» 

Il biondino sorrise ancora.

«Sappiamo che conosci bene i boschi; questa è casa tua, no?  Il confine non è lontano. Tu ci porterai là stanotte! E, se farai il bravo, forse, ti daremo un paio dì biglietti…»

Così dicendo socchiuse la valigetta. Buon Dio! Era gonfia di mazzette di banconote, nuove e ben disposte.

«Mi dispiace ma non vado da nessuna parte. Prendete i vostri soldi e andatevene! » esclamò Tommaso.

L'altro tizio grugnì con una brutta smorfia, senza dir nulla avvicinò il fucile a Tommaso, poi lo rigirò dalla parte del calcio e lo sbatté sui denti del buon falegname.

Il sangue andava giù dalla bocca, colando fin sugli stivali.

«Niente obiezioni amico mio. Forse adesso ci siamo spiegati. Prendi la tua giacca e andiamo. Abbiamo poco tempo!»

Tommaso non disse nulla: mise giacca e berretto, spense la lampada e aprì la porta.

 Era una notte magnifica, notte di luna piena nei boschi. «Troppa luce per noi, accidenti alla luna! Vai avanti tu, noi ti veniamo dietro.»

Cosi lasciarono la capanna e incominciarono a salire la collina tra gli abeti. Tommaso si puliva dal sangue col suo fazzolettone, guardava avanti e poi lassù  la luna. Conosceva la strada a memoria. Adesso non aveva più il suo buon sorriso sul faccione. Se gli altri due avessero potuto guardarlo negli occhi, avrebbero notato uno sguardo tagliente come un coltellaccio ed un sorriso diverso che non aveva più nulla di umano. Tommaso se li portava dietro, nel folto della macchia e loro non potevano certo vedere, da dietro, le sue guance diventare ispide e folte, le sue mani e le sue dita diventare spaventosi artigli …

Era una bellissima notte di luna piena, i lupi ulularono fino all'alba come dannati, in particolare se ne udiva uno, certo un capobranco, da far rabbrividire la gente giù al villaggio. Dei due loschi individui non se ne seppe più nulla, tantomeno della loro valigetta.

Il buon Tommaso dormiva ancora come un bambino quando suonò la sveglia. Col suo buon sorriso, bevendo il caffè, si disse: «Forse è ora che vada  in pensione.  Avrò più tempo per leggere...»

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Salentino di nascita, romano di adozione: pittore, poeta, critico d’arte, con trascorsi di grafico, vignettista, scenografo.
Insegna da più di quarant’anni discipline pittoriche.

 

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