Non è vero ma ci credo

occhigattoPsicologia della superstizione

E' inutile negarlo: tutti abbiamo avuto un amuleto che ci ha accompagnato in momenti importanti

“Se un soldino troverai… tutto il dì fortuna avrai!” A quanti di noi è capitato di ascoltare o pronunciare questa frase? Un soldino trovato casualmente in terra potrebbe veramente essere portatore di buona sorte per l’intera giornata? Eduardo De Filippo sosteneva: “Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male”.

Ma cos’è esattamente una superstizione?

Etimologicamente il termine ha un significato interessante, deriva, infatti, dal latino super stitio (stare sopra) ossia qualcosa che ancora sopravvive del passato. Per superstizione, quindi, si intendono tutti quei comportamenti ai quali si attribuisce il potere misterioso e irrazionale di promuovere un evento positivo o di scongiurarne uno negativo.

Portare con sè un oggetto porta fortuna, non passare sotto la scala, non rompere uno specchio, toccare ferro, indossare un indumento specifico sono solo alcuni tra i tantissimi rituali che l’uomo mette ogni giorno (in)consciamente in atto. La superstizione può manifestarsi in diverse forme e in differenti contesti.

Tali credenze sembrano affondare le proprie antichissime radici già nell’Antica Roma rafforzandosi nei secoli seguenti per giungere indiscusse (o quasi) fino ai nostri giorni. Per gli antichi romani, infatti, la superstizione e le pratiche sacro-magiche rientravano nei normali rapporti tra l’uomo e la divinità. Si pensava che queste ultime potessero inviare dei messaggi agli uomini attraverso numerosi segnali: il canto delle cornacchie, un sogno infausto, la caduta a terra di un’anfora di olio, cccccccccccccccccc.
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Le credenze popolari imponevano che l’uso di alcuni oggetti o la presenza di alcune persone fosse in certi casi vietata in quanto essi venivano considerati portatori di forze malefiche.

Nel nostro paese, oggi, la scaramanzia vuole che il numero 17, che in numeri romani si scrive XVII, venga considerato portatore di sventura; il suo anagramma VIXI significa “vissi”, epitaffio che veniva inciso sulle tombe dei defunti. Ad avvalorare tale credenza, c’è anche la data del diluvio universale che sembra coincidere con il 17 febbraio, così come cita l’Antico Testamento.

La credenza del venerdì, invece, la rintracciamo nella tradizione cristiana, secondo la quale, la crocifissione di Gesù accadde proprio in questo giorno, mentre secondo la tradizione musulmana il venerdì rappresenta il giorno in cui Adamo ed Eva mangiarono il frutto proibito.

 

Superstition1La Psicologia della superstizione

Da un punto di vista psicologico la superstizione indica la tendenza a dare una spiegazione a fenomeni oggettivamente inspiegabili. Rappresenta il tentativo da parte dell’uomo di manipolare il futuro con fantasie e credenze al fine di colmare il vuoto creato dalla ragione.

Nel momento in cui questa non arriva a interpretare i fenomeni, rintracciandone una causa oggettiva, subentra la credenza superstiziosa.

Se adottiamo un comportamento scaramantico è perchè vorremmo che il nostro atto influenzasse gli eventi futuri, ma in realtà, questo accade raramente e la statistica lo conferma dimostrando che la relazione è totalmente casuale. Potrebbe capitarci di avere una brutta giornata al lavoro ma non è detto che sia colpa del gatto nero che stamattina ci ha attraversato la strada!

Anche la psicanalisi e il suo più celebre esponente Sigmund Freud dedicano una riflessione sull’argomento. Nel libro “Psicopatologia della vita quotidiana” del 1904, Freud espone il suo punto di vista sul tema della superstizione descrivendola come una proiezione verso l’esterno di una motivazione che l’uomo dovrebbe cercare nel proprio intimo; egli definisce l’uomo superstizioso come colui che interpreta il caso per mezzo di un accadimento, invece che ricondurlo ad un pensiero.

Poichè il superstizioso non sa nulla della motivazione delle proprie azioni casuali, egli è obbligato a sistemarla mediante spostamento verso il mondo esterno.

Molti comportamenti risultano avere un preciso scopo psicologico, una risposta funzionale all’ansia esistenziale che cerca di esorcizzare l’angoscia derivante dalla consapevolezza del proprio limite umano e delle proprie insicurezze.

In occasione di un evento importante non è insolito osservare strani rituali, come ripetere formule magiche o portare con sé dei portafortuna. Nell’ambiente sportivo numerosi atleti, ad esempio, utilizzano sempre lo stesso abbigliamento o si allacciano le scarpe due volte prima di gareggiare, mentre in teatro non si indossa niente di viola sul palco oppure il copione non deve toccare terra.

Alcune ricerche, dunque, evidenziano che atteggiamenti superstiziosi celano dinamiche psicologiche positive nella vita quotidiana, in quanto consolidano la percezione di controllo degli eventi e il potere di trovarne un significato.superstizione-horseshoe

Il gesto scaramantico genera un’illusione di controllo e rinforza la fiducia in se stessi, potenziando la prestazione e creando la sensazione di poter far fronte al corso degli eventi.

Questa dinamica psicologica potenzia lo sviluppo dell’autoefficacia, incoraggiando il soggetto ad impegnarsi maggiormente e ad insistere per raggiungere il suo scopo.

Molte persone sono superstiziose e lo sono indipendentemente dalle differenze culturali, etniche e di genere. Uno studio di Roberto Pani, docente di Psicologia Clinica presso l’Università di Bologna, ha dimostrato che, in un campione di 1000 persone intervistate al Sud, Centro e Nord Italia, divise al 50% tra donne e uomini di tutte le età, il 90% afferma di non essere superstizioso mettendo, tuttavia, in atto rituali scaramantici. E’ emerso, inoltre, che la percentuale di atteggiamento superstizioso è equamente distribuita tra i sessi.

 

I piccioni "superstiziosi"

Il tema ha attirato l’attenzione degli studiosi del comportamento i quali hanno cercato di capire se la superstizione avesse radici profonde nell’evoluzione delle specie animali. Ricerche bibliografiche hanno riportato alla luce uno studio che risale al 1948 condotto dal behaviorista Skinner nei suoi laboratori. La ricerca, i cui risultati furono pubblicati sul Journal of Experimental Psychology, si intitolava “Superstizione nel piccione”. Skinner mise un piccione all’interno di una gabbia nella quale era posizionato un dispensatore di cibo collegato ad un meccanismo a tempo. Il cibo veniva somministrato a intervalli prestabiliti indipendentemente dal comportamento del piccione. L’animale, quindi, avrebbe potuto attendere tranquillamente l’arrivo del cibo. Al contrario, il piccione cominciò a ripetere quel comportamento che, in maniera del tutto casuale, stava compiendo prima che arrivasse il cibo. Skinner notò che anche altri piccioni mettevano in atto comportamenti ripetitivi ed insoliti come allungare il collo verso un angolo della gabbia o girare su loro stessi. Egli sapeva che l’arrivo del cibo dipendeva solo dal tempo ma il piccione no, e lo aveva associato erroneamente ad un qualche suo movimento che però non era efficace nella maggioranza delle occasioni. Tuttavia insisteva nel ripeterlo. Si trattava, quindi, di un comportamento superstizioso a tutti gli effetti.

Altri ricercatori hanno condotto un esperimento simile sugli esseri umani. Koichi Ono dell’Università Konazawa di Tokio, reclutò un campione di studenti e li informò che dovevano cercare di guadagnare più punti possibile, senza spiegargli come. Ben presto, come nell’esperimento di Skinner, in molti studenti emersero diversi comportamenti superstiziosi. L’esperimento di Ono ha mostrato chiaramente che l’uomo può sviluppare comportamenti superstiziosi così come fanno gli animali.

 

superst-berlusconiQuando la superstizione diventa una patologia

Ci sono dei casi però in cui tali credenze e rituali sono sintomi di un vero e proprio disturbo che prende il nome di DOC, Disturbo Ossessivo-Compulsivo.

Il soggetto che ne è affetto sente il bisogno irrazionale di compiere, oppure di evitare un determinato atto o una serie di atti, di dover pensare ad uno specifico oggetto, senza poter evitare di farlo, in modo meccanico e ripetitivo.

L’ossessione, seguita dalla compulsione, è una specie di rito magico, un rituale, che, agli inizi, serve a tranquillizzare e a ridurre l’ansia di chi lo mette in atto, ma che dopo un po’ perde il suo potere diventando un fenomeno autonomo, che costringe il soggetto a ripeterlo più e più volte, molto spesso, senza averne beneficio. Il rituale si trasforma quindi in una patologia a tutti gli effetti, che rende prigioniera la persona che ne soffre; il rito non allontana più l’ansia ma col tempo la rinnova e la aumenta.

È importante chiarire che erroneamente nel linguaggio comune le ossessioni vengono chiamate “manie” :”Quel tale ha la mania di lavarsi le mani” oppure, “Quel tale ha la mania dell’ordine”.

Nel linguaggio psicologico tuttavia il termine “mania” indica un disturbo dello spettro dell’umore caratterizzato da numerosi sintomi tra i quali: uno stato d’animo di eccessiva euforia, una esagerata fiducia nelle proprie capacità che può portare a perdere il contatto con la realtà o a compiere gesti con conseguenze dannose. Qualcosa quindi che poco ha a che fare con rituali e ossessioni.

Abbiamo potuto vedere quindi, come antiche tradizioni, credenze e rituali, possano avere ancora molta influenza ai giorni nostri, come possano incidere sulla vita dell’uomo al punto da poter modificare il suo modo di pensare e di agire.

È inutile negarlo, tutti noi, magari dimenticato in fondo a qualche cassetto, abbiamo un amuleto, un portafortuna che ci ha accompagnato in momenti importanti come esami universitari o gare sportive. E chi lo sa, magari domattina fuori dal portone di casa, davanti ai nostri piedi potremmo trovare una monetina; scommettiamo che molti di voi la raccoglieranno, sorrideranno (probabilmente ripensando a quanto letto) e penseranno: “oggi sarà una giornata fortunata!”

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