Il piacere femminile è una chimera?

   

Poiché la Natura ha disposto che per la riproduzione della specie sia sufficiente il seme maschile, il maschilismo imperante nella cultura occidentale ha ridotto il piacere femminile ad  un optional, anziché a una necessità biologica. 

Dopo la seconda guerra mondiale, quando anche in Italia la psicanalisi si andò affermando come la cura più appropriata per i disturbi dell’anima e alzò il sipario sull’intimità del mondo femminile, emerse il fatto che il 20%, forse anche il 30% delle donne in età adulta era affetto da ciò che allora era etichettato come frigidità (assenza di interesse e di piacere sessuale).

Non dovremmo stupirci più di tanto: l’Italia della prima metà del ‘900 patriarcale e maschilista, era pesantemente condizionata dalla sessuofobia della religione cattolica ed esprimeva una cultura rigida, borghese e provinciale. 

In un clima siffatto la donna era ben poco aiutata a scoprirsi come individualità autonoma, fondata su sé stessa e avente bisogni e diritti come minimo pari a quelli degli uomini.

Bronzino Venere

La fine della seconda guerra mondiale, tuttavia, segnò l’inizio della decadenza del patriarcato che, precipitando da più antichi fasti, oramai non poteva che rovinare su sé stesso trascinandosi nella caduta valori, usanze, culture, credenze, principi e norme di ogni tipo.

pari-opportunitaSmall

Giunsero infine gli anni della contestazione: e anche se tra mille errori, esasperazioni gratuite, reattività compensatorie ed equivoci grossolani, le tensioni accumulate in precedenza alla fine esplosero e mutarono il panorama interiore ed esteriore di uomini e donne.

Identico è l’impulso che anima l’Uomo e la Donna. Identica è la natura ultima della Libido che in quelle diverse forme si estrinseca. Identico il Desiderio di appropriazione, divoramento, incorporazione, impossessamento dell’Altro in quanto “oggetto” immaginifico del proprio irrefrenabile desiderio.

Per un brevissimo lasso di tempo sembrò che la rivoluzione sessuale preconizzata da W. Reich – pur con tutte le sue profondissime contraddizioni – stesse per realizzarsi, ispirando i giovanissimi ad esplorare territori e potenzialità inimmaginabili per la precedente generazione.

Ci parla di quegli anni il delizioso racconto: “Porci con le ali”, di Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera, a testimonianza di un anelito interiore verso la libertà così ingenuo nella sua irruenza da non poter evitare di farsi lo sgambetto da solo.

Furono anni di eccessi e autoinganni… comunque commoventi, se interpretati alla luce della radicale trasformazione che caratterizzò un’intera epoca. Il femminismo esplose, e anche se oggi è possibile addossargli la responsabilità di non aver centrato il proprio obiettivo e, paradossalmente, di aver allontanato la donna occidentale dalla propria più profonda natura, se non altro ampliò il suo orizzonte mentale rendendola più spregiudicata, più disinvolta, più coraggiosa.

Gli-amanti Eva-Antonini

La donna si arrogò il diritto della propria educazione sentimentale e legittimò ai propri occhi, e a quelli del mondo, la necessità di attraversare tutta una serie di esperienze sessuali prima di arrivare a conoscere davvero sé stessa e così poter scegliere l’uomo insieme al quale progettare il proprio futuro.

La donna scoprì così che la propria sessualità era sì meno spontanea di quella maschile ma, comunque, molto più raffinata, complessa, articolata, fine ed elegante.

Il motivo andava ricercato negli abissi della Natura che, per la riproduzione della specie, esigeva il seme maschile ma non il piacere femminile che – sempre dal punto di vista della riproduzione della specie – sembrava dunque più un optional che una necessità biologica.

In altre parole, una risposta da apprendere gradualmente, un accessorio psico-fisiologico volto semmai a motivare la donna all’atto amoroso e ad affascinare l’uomo che, di quel piacere, si sarebbe sentito l’artefice.

Di fatto, osservata al livello biologico, la sessualità maschile è sempre apparsa semplice, elementare e, a volte, nella sua spontaneità, rozza e grossolana. Quella della donna, invece, molto più articolata e ricca di elementi empatici, spesso semisconosciuti e incomprensibili alla rozza psiche maschile.

Osservata al livello biologico, la sessualità maschile è sempre apparsa semplice, elementare e, a volte, nella sua spontaneità, rozza e grossolana. Quella della donna, invece, molto più articolata e ricca di elementi empatici, spesso semisconosciuti e incomprensibili alla rozza psiche maschile.

Ciò nonostante la donna scoprì che, se adeguatamente educata e sviluppata, la propria sessualità poteva arrivare ad esprimere una intensità molto superiore a quella millantata dal più focoso dei suoi corteggiatori uomini. D’altronde i nostri antenati conoscevano questo stato delle cose se è vero, come è vero, che nella visione misteriosofica (esoterica) induista, così come in quella greca pre-socratica o in quella delle civiltà pre-colombiane in America Latina, il compito del “guerriero spirituale” era quello, appunto, di riuscire a contenere e a placare l’immane e caotica energia libidica del femminile.

Come se non bastasse, sempre in quegli anni, la donna rigettò la marginalità del proprio piacere che, se anche inutile da un punto di vista generativo, contribuiva invece al mantenimento del suo equilibrio interiore. Ben vissuta e compiutamente espressa, l’assidua pratica amorosa donava alla donna stabilità, tolleranza, misura nelle cose, moderazione energetica e piena felicità.

Da frigidità ad Anorgasmia
Dal canto suo la psicanalisi corresse il tiro della medicina tradizionale abolendo il termine di frigidità dalla propria nosografia (che restò valido solo in rarissimi casi) e sostituendolo con il più appropriato: “Anorgasmia”.
Non era una differenza da poco, considerando che, mentre il primo termine descriveva una condizione di vero e proprio disinteresse per l’attività sessuale in quanto tale e una mancanza di partecipazione e di piacere nella donna costretta a compierla, il termine di anorgasmia descriveva, invece, una condizione di sofferenza dovuta al fatto di desiderare intensamente l’atto sessuale e di poterlo perciò partecipare con pieno e totale coinvolgimento (fisico e mentale), senza però riuscire a risolverlo attraverso una scarica orgasmica finale.
In questa nuova prospettiva, se è vero che una donna che non riesce a raggiungere l’orgasmo può scoraggiarsi fino al punto da ritirarsi in sé stessa, con ciò perdendo il desiderio e qualunque piacere (frigidità), è anche vero che molte donne anorgasmiche possono mantenere un forte desiderio per il proprio partner e provare un intenso piacere nel rapporto.  In ogni caso resta il fatto che, mentre la donna frigida spesso deve la sua condizione ad una ostinata e persistente anorgasmia non risolta, la donna anorgasmica non necessariamente è frigida. Essa può continuare a provare piacere a prescindere dalla frustrazione e dalla sofferenza causatale dalla mancata liberazione conclusiva.
Gli studi e le ricerche sul fenomeno comunque si moltiplicarono: e avendo osservato che molto spesso (anche se non sempre) la frigidità discendeva dall’anorgasmia, fu abbastanza ovvio che entrambe furono fatte discendere da un panorama più o meno identico di paure, repressioni, insicurezze, chiusure e frustrazioni che – a loro volta - potevano essere di natura fisica, psicologica o comportamentale.
Oggi si ritiene che le più diffuse siano:
- un’educazione che ha represso qualunque manifestazione di sessualità e di erotismo
- un disturbo del modello femminile (spesso imputabile alla madre)
- un disturbo del modello maschile (spesso imputabile al padre)
- episodi traumatici durante l’età evolutiva (abusi sessuali o violenze, subite o osservate)
- una mancanza di autostima e/o una percezione distorta del proprio corpo
- la goffaggine, la mancanza di altruismo o la brutalità del primo partner e di quelli successivi
- routine sessuale
- dubbi riguardo al significato, al valore e alla libertà espressi nel realizzare ogni rapporto
- paura di lasciarsi andare e abbandonarsi al piacere
Oltre a ciò, vennero distinti due tipi di anorgasmia:
- quella primaria, che descrive l’esperienza sessuale di una donna mai arrivata all’orgasmo, né con la penetrazione né attraverso la stimolazione del clitoride
- quella secondaria, invece, che si riferisce alla donna ha già avuto almeno un orgasmo nel corso della propria vita sessuale
L’orgasmo clitorideo, per quanto molto appagante, è comunque superficiale giacché interessa le terminazioni nervose epidermiche che si diramano appunto sul clitoride. Quello vaginale, al contrario, è molto più intenso e liberatorio perché coinvolge le terminazioni nervose che affondano in profondità nei muscoli pelvici, che possono così dissipare una grande energia nei movimenti involontari che conseguono all’orgasmo.
Come che sia: dopo aver rivisitato e corretto la rappresentazione clinica del piacere e dell’orgasmo femminile, in un clima di libertà di costumi e di pensiero come quello attuale, ci si sarebbe aspettato da uomini e donne comprensione e aiuti reciproci volti a raggiungere un rapido superamento di tutti questi problemi. O, se non altro, un netto miglioramento della loro incidenza statistica.
Neanche a parlarne: secondo l’ultimo sondaggio effettuato dall’istituto Asper ancora oggi ben il 12,2% delle donne non ha mai provato l’orgasmo, il 33,6% non riesce a raggiungerlo durante il coito (il mitico orgasmo vaginale) e il 47,2% lo finge regolarmente.
Insomma, sembra che l’orgasmo sia più un problema che un piacere, e mentre la coscienza collettiva delle donne partorisce grandi aspettative nei confronti del “Viagra al femminile” (senza rendersi conto, purtroppo, che il Viagra non fa “venire” nessun uomo, ma rende solo ottimale  il funzionamento dell’erezione in presenza del desiderio) l’ansia da prestazione cresce anche in loro, che vanno così a far il paio con i loro stressatissimi compagni.
Se a questa pur breve e manchevole sintesi adesso aggiungiamo il fatto che la funzione sessuale umana - almeno secondo i ricercatori specializzati nella materia – è determinata soltanto nel 7% da fattori organici  e/o biologici, mentre il restante 93% è determinato da fattori psicologici e sociali, si potrà ben comprendere perché la psicoterapia sia l’unica prassi in grado di risolvere questo peculiare problema della donna alla radice.
E ciò, a prescindere dall’indirizzo specifico della terapia prescelta (psicologia del profondo, psicanalisi, sessuologia, bioenergetica) purché non si inciampi in indirizzi o scuole superficiali e in terapeuti incompetenti.
La stessa regola vale per quelle che, di volta in volta, saranno le strategie migliori per risolvere il blocco sessuale patito: ogni paziente deve rintracciare le proprie, a seconda del coraggio e delle potenzialità che avrà a disposizione o delle opportunità che le capiterà di incontrare. Pur tuttavia c’è un atteggiamento psichico o, meglio, una condizione interiore che molti terapeuti si sentono quasi sempre in dovere di consigliare alle donne, come se fosse una strategia indispensabile al superamento del loro problema. E, per farlo, usano un’espressione linguistica che, a causa dei limiti oggettivi della lingua parlata e delle rappresentazioni che la stessa comunica, si presta a continui inganni.
 

 

Altro che rilassarsi!
Faccio riferimento ai termini – e alle rappresentazioni concettuali ad essi collegate – di “distensione”, “rilassamento” e “abbandono”. Si vada a controllare su qualunque manuale pratico di sessuologia, su testi di psicologia o su siti Internet specializzati: dopo una spiegazione più o meno dettagliata del problema, delle cause che possono averlo generato e delle terapie atte a curarlo, sempre, immancabilmente, si troveranno indicazioni spicciole sulla necessità che la donna oppressa da questo sintomo possa creare dentro di sé una condizione psichica di tranquillità, di fiducia e di abbandono.
Ora, a parte la banalità di tali considerazioni in bocca (o comunque nella mente) di professionisti che dovrebbero ben conoscere la paradossalità dell’invito – non si può chiedere a nessuno di essere naturale, o spontaneo o rilassato senza per ciò stesso impedirne l’esperienza – a parte questo, dicevo, i termini usati si prestano a terribili equivoci perché veicolano rappresentazioni condizionate dalle matrici culturali della lingua parlata. Cercherò di spiegarmi meglio. Come ho già più volte sostenuto in altri miei articoli, la psicologia del profondo interpreta la Libido come una sorta di “Energia Vitale” che, partendo da una condizione di ripiegamento su sé stessa (dal concepimento ai nove mesi di gestazione), dopo la nascita va gradualmente aprendosi per poi dispiegarsi nel mondo.
La maturazione degli organi riproduttivi e la definitiva scelta dell’oggetto sessuale segnano l’inizio dello scorrere del Desiderio verso l’Altro e verso il mondo, innescando una tensione mai totalmente appagabile e che andrà estinguendosi solo verso la fine della vita.
In un contesto simile, la forza del Desiderio è ciò che indirizza uomini e donne l’uno verso l’altro, anche se con modalità e forme diverse per gli uni e per le altre.
Ma – e qui bisogna prestare la massima attenzione – se diverse sono le modalità, identico è l’impulso che le anima. Identica è la natura ultima della Libido che in quelle diverse forme si estrinseca.
Identico il Desiderio di appropriazione, divoramento, incorporazione, impossessamento dell’Altro in quanto “oggetto” immaginifico del proprio irrefrenabile desiderio.
È a questo punto, però, che intervengono quelle sottili diversificazioni dell’esperienza maschile e femminile che – condizionate da elementi culturali – finiscono spesso per creare equivoci micidiali.
Il motivo per cui Jung corresse l’ordinaria “contrapposizione dei contrari” è che egli aveva intuito come, per tuta una serie di motivi storici e culturali, la passività fosse correlata ad una sorta di Inerzia, a un’Inattività apatica e abulica che, nelle lingue occidentali, si contrappone appunto come polo opposto a quello dell’Attività. Jung intuì come tutto ciò fosse profondamente errato e risentisse dei pregiudizi della cultura patriarcale che aveva dominato l’Occidente negli ultimi duemila anni. Per questo si rivolse all’Oriente, scoprendo che nelle lingue di derivazione sanscrita l’atteggiamento polare, opposto e contrario all’Attività era appunto quello della Ricettività che implica un’agire, cosicché “Attivo” e “Recettivo” caratterizzano due Soggetti entrambi agenti, operativi, occupati in un “fare” ed entrambi protagonisti dell’esperienza che stanno esprimendo, pur nella diversità delle “forme” del loro  muoversi verso l’Altro.
In una visione siffatta sarebbe perciò impossibile distinguere, nell’incontro di un uomo e di una donna, chi sia stato a muovere il primo passo, o dove sia cominciata l’azione dell’uno e sia poi finita invece quella dell’altra, né più né meno come sarebbe impossibile fare le stesse distinzioni tra le due forze del polo positivo e quello negativo di due magneti: esse si attirano a vicenda!
Perciò, nell’attrazione tra un uomo e una donna – sia essa di natura semplicemente sessuale o invece erotica o addirittura sentimentale passionale – nessun soggetto dovrebbe mai percepirsi come inerte, del tutto estraneo all’accadimento, passivo, sottomesso o succube se non nei limiti in cui non vuole o non riesce a prendere coscienza del proprio agire-negativo che fa da contro immagine all’agire-positivo dell’altro.
Ecco dunque che il rilassamento, la calma e l’abbandono di sé esprimono in qualche modo il contrario esatto di ciò che potrebbe permettere alla donna di superare il suo problema.
Mi spiegherò meglio: è ovvio che una tranquillità psichica di fondo sia necessaria per poter sperimentare l’atto sessuale privo di sensi di colpa, privo di inibizioni, senza freni o tabù di sorta. Ma qui si vuole fare riferimento ad una condizione interiore profondissima, indispensabile a uomini e donne per potersi riconoscere come soggetti liberi e autonomi, legittimati a sperimentare il piacere dell’eros in tutte le sue forme.
- Ieri sera ho fatto l’amore con il mio ragazzo… ho finalmente compreso che è sacrosanto che io mi conceda questa esperienza, perciò ho cercato di rilassarmi, di lasciarmi andare, di abbandonarmi tra le sue braccia… mi piaceva fare l’amore ma… non è successo quello che speravo.
In trentasette anni di attività sono stato depositario di numerosi racconti simili. Quando ero ancora molto giovane ricordo che in genere mi destabilizzavo e, anche se cercavo di non darlo a vedere, di preciso non sapevo cosa rispondere alla paziente che avevo di fronte.
Sospettavo che il condizionamento inibitorio, contrariamente a quanto affermato dalla paziente stessa, non fosse stato del tutto superato e mi auguravo che con il tempo le cose sarebbero migliorate…
Oggi invece so, con una certezza assoluta, che l’orgasmo di una donna non arriverà mai se, una volta superati i propri tabù o le proprie inibizioni, essa non diventerà capace di Agire la propria sessualità. Di agire il proprio desiderio. Di porsi come Soggetto Protagonista assoluto del proprio desiderio.
Altro che rilassarsi o abbandonarsi.
La verità, “dietro le quinte”, è che i due amanti devono essere entrambi dinamici, operosi ed attivi, né più né meno di come accade ad esempio nel ballo del tango o nel “pattinaggio artistico di coppia” su ghiaccio: solo agli inesperti o agli ingenui “può sembrare” che l’uomo conduca la danza o che lanci la propria compagna nelle più azzardate figurazioni.
La verità è che la donna deve esercitare una “presenza” incredibile di sé per lasciarsi guidare dal compagno e deve possedere un’energia inverosimile per realizzare le figurazioni nelle quali “si lascia” lanciare.
La verità, dietro le apparenze, è che solo la perfetta sincronia delle due volontà permette ai due protagonisti di sperimentare ed esprimere il sublime.
Ma cos’è l’orgasmo femminile?
Alla fine di questo articolo non poteva mancare una riflessione su che cosa sia, in definitiva, l’orgasmo femminile. Gli organicisti lo sanno (o, almeno, credono di saperlo):
un graduale aumento della secrezione di dopamina, testosterone (anche nelle donne) e ossitocina che, alla lunga, determineranno una vasocongestione e una riduzione del lume vaginale; quindi un aumento progressivo della eccitabilità delle fibre nervose fino al raggiungimento di un plateau che scatenerà delle contrazioni muscolari intense ma involontarie.
Più superficiali nell’orgasmo clitorideo, più profonde e significative nell’orgasmo vaginale per l’interessamento delle fibre nervose perivaginali che sono più grossolane e meno discriminanti di quelle diffuse sul clitoride.
Quelli come me, invece, non lo sanno ma amano immaginarlo come il fluire di una corrente paradossale di Vita che, più fluisce, più aumenta di portata e intensità fino a produrre una condizione di insostenibilità.
Se l’Io è sufficientemente forte e sicuro di sé, a questo punto cede, si arrende o, per così dire, “molla la presa” sulla realtà ordinaria.
Il piacere dell’orgasmo, allora, diventa unico.
Può arrivare a un’esperienza di godimento così totale da far perdere coscienza… almeno per qualche attimo.
Non a caso l’esperienza è chiamata: Piccola Morte.
Dopo si rinasce… e la vita sembra allora più bella, più giusta e, soprattutto, più sacra di quanto non sarebbe se quell’esperienza non si fosse realizzata.

malditestaSmall

 

Da frigidità ad Anorgasmia

Dal canto suo la psicanalisi corresse il tiro della medicina tradizionale abolendo il termine di frigidità dalla propria nosografia (che restò valido solo in rarissimi casi) e sostituendolo con il più appropriato: “Anorgasmia”. 

Non era una differenza da poco, considerando che, mentre il primo termine descriveva una condizione di vero e proprio disinteresse per l’attività sessuale in quanto tale e una mancanza di partecipazione e di piacere nella donna costretta a compierla, il termine di anorgasmia descriveva, invece, una condizione di sofferenza dovuta al fatto di desiderare intensamente l’atto sessuale e di poterlo perciò partecipare con pieno e totale coinvolgimento (fisico e mentale), senza però riuscire a risolverlo attraverso una scarica orgasmica finale. 

In questa nuova prospettiva, se è vero che una donna che non riesce a raggiungere il piacere può scoraggiarsi fino al punto da ritirarsi in sé stessa, con ciò perdendo il desiderio e qualunque piacere (frigidità), è anche vero che molte donne anorgasmiche possono mantenere un forte desiderio per il proprio partner e provare un intenso piacere nel rapporto. In ogni caso resta il fatto che, mentre la donna frigida spesso deve la sua condizione ad una persistente anorgasmia non risolta, la donna anorgasmica non necessariamente è frigida. Essa può continuare a provare piacere a prescindere dalla frustrazione e dalla sofferenza causatale dalla mancata liberazione conclusiva. 

Gli studi e le ricerche sul fenomeno comunque si moltiplicarono: e avendo osservato che spesso (anche se non sempre) la frigidità discendeva dall’anorgasmia, fu abbastanza ovvio che entrambe furono fatte discendere da un panorama più o meno identico di paure, repressioni, insicurezze e frustrazioni che - a loro volta - potevano essere di natura fisica, psicologica o comportamentale. 

 

Oggi si ritiene che le più diffuse siano:

- un’educazione che ha represso qualunque manifestazione di sessualità e di erotismo 
- un disturbo del modello femminile (spesso imputabile alla madre)
- un disturbo del modello maschile (spesso imputabile al padre)
- episodi traumatici durante l’età evolutiva (abusi o violenze, subite o osservate)
- una mancanza di autostima e/o una percezione distorta del proprio corpo
- la goffaggine, la mancanza di altruismo o la brutalità del primo partner e di quelli successivi
- routine nella sessualità
- dubbi riguardo al significato, al valore e alla libertà espressi nel realizzare ogni rapporto
- paura di lasciarsi andare e abbandonarsi al piacere

Oltre a ciò, vennero distinti due tipi di anorgasmia:

- quella primaria, che descrive l’esperienza sessuale di una donna mai arrivata al piacere, né con la penetrazione né attraverso la stimolazione clitoridea
- quella secondaria, invece, che si riferisce alla donna ha già avuto raggiunto almeno una volta il piacere nel corso della propria vita sessuale

vignetta orgasmoIl piacere clitorideo, per quanto molto appagante, è comunque superficiale giacché interessa le terminazioni nervose epidermiche che si diramano appunto sul clitoride. Quello vaginale, al contrario, è molto più intenso e liberatorio perché coinvolge le terminazioni nervose che affondano in profondità nei muscoli pelvici, che possono così dissipare una grande energia nei movimenti involontari che conseguono al piacere. Come che sia: dopo aver rivisitato e corretto la rappresentazione clinica del piacere femminile, in un clima di libertà di costumi e di pensiero come quello attuale, ci si sarebbe aspettato da uomini e donne comprensione e aiuti reciproci volti a raggiungere un rapido superamento di tutti questi problemi. O, se non altro, un netto miglioramento della loro incidenza statistica. Neanche a parlarne: secondo l’ultimo sondaggio effettuato dall’istituto Asper ancora oggi ben il 12,2% delle donne non ha mai provato il piacere, il 33,6% non riesce a raggiungerlo durante l'atto d'amore (il mitico piacere vaginale) e il 47,2% lo finge regolarmente. Insomma, sembra che il piacere sia più un problema che un appagamento, e mentre la coscienza collettiva delle donne partorisce grandi aspettative nei confronti del “Viagra al femminile” (senza rendersi conto, purtroppo, che il Viagra non fa “venire” nessun uomo, ma rende solo ottimale  il funzionamento dell’erezione in presenza del desiderio) l’ansia da prestazione cresce anche in loro, che vanno così a far il paio con i loro stressatissimi compagni.
Se a questa pur breve e manchevole sintesi adesso aggiungiamo il fatto che la funzione sessuale umana - almeno secondo i ricercatori specializzati nella materia – è determinata soltanto nel 7% da fattori organici  e/o biologici, mentre il restante 93% è determinato da fattori psicologici e sociali, si potrà ben comprendere perché la psicoterapia sia l’unica prassi in grado di risolvere questo peculiare problema della donna alla radice. 
E ciò, a prescindere dall’indirizzo specifico della terapia prescelta (psicologia del profondo, psicanalisi, sessuologia, bioenergetica) purché non si inciampi in indirizzi o scuole superficiali e in terapeuti incompetenti.
La stessa regola vale per quelle che, di volta in volta, saranno le strategie migliori per risolvere il blocco sessuale patito: ogni paziente deve rintracciare le proprie, a seconda del coraggio e delle potenzialità che avrà a disposizione o delle opportunità che le capiterà di incontrare. Pur tuttavia c’è un atteggiamento psichico o, meglio, una condizione interiore che molti terapeuti si sentono quasi sempre in dovere di consigliare alle donne, come se fosse una strategia indispensabile al superamento del loro problema. E, per farlo, usano un’espressione linguistica che, a causa dei limiti oggettivi della lingua parlata e delle rappresentazioni che la stessa comunica, si presta a continui inganni. 

Altro che rilassarsi!

Faccio riferimento ai termini – e alle rappresentazioni concettuali ad essi collegate – di “distensione”, “rilassamento” e “abbandono”. Si vada a controllare su qualunque manuale pratico di sessuologia, su testi di psicologia o su siti Internet specializzati: dopo una spiegazione più o meno dettagliata del problema, delle cause che possono averlo generato e delle terapie atte a curarlo, sempre, immancabilmente, si troveranno indicazioni spicciole sulla necessità che la donna oppressa da questo sintomo possa creare dentro di sé una condizione psichica di tranquillità, di fiducia e di abbandono.

Ora, a parte la banalità di tali considerazioni in bocca (o comunque nella mente) di professionisti che dovrebbero ben conoscere la paradossalità dell’invito – non si può chiedere a nessuno di essere naturale, o spontaneo o rilassato senza per ciò stesso impedirne l’esperienza – a parte questo, dicevo, i termini usati si prestano a terribili equivoci perché veicolano rappresentazioni condizionate dalle matrici culturali della lingua parlata.

Cercherò di spiegarmi meglio.

Come ho già più volte sostenuto in altri miei articoli, la psicologia del profondo interpreta la Libido come una sorta di “Energia Vitale” che, partendo da una condizione di ripiegamento su sé stessa (dal concepimento ai nove mesi di gestazione), dopo la nascita va gradualmente aprendosi per poi dispiegarsi nel mondo. 

La maturazione degli organi riproduttivi e la definitiva scelta dell’oggetto sessuale segnano l’inizio dello scorrere del Desiderio verso l’Altro e verso il mondo, innescando una tensione mai totalmente appagabile e che andrà estinguendosi solo verso la fine della vita. In un contesto simile, la forza del Desiderio è ciò che indirizza uomini e donne l’uno verso l’altro, anche se con modalità e forme diverse per gli uni e per le altre. Ma – e qui bisogna prestare la massima attenzione – se diverse sono le modalità, identico è l’impulso che le anima. Identica è la natura ultima della Libido che in quelle diverse forme si estrinseca. Identico il Desiderio di appropriazione, divoramento, incorporazione, impossessamento dell’Altro in quanto “oggetto” immaginifico del proprio irrefrenabile desiderio. È a questo punto, però, che intervengono quelle sottili diversificazioni dell’esperienza maschile e femminile che – condizionate da elementi culturali – finiscono spesso per creare equivoci micidiali.

Il motivo per cui Jung corresse l’ordinaria “contrapposizione dei contrari” è che egli aveva intuito come, per tuta una serie di motivi storici e culturali, la passività fosse correlata ad una sorta di Inerzia, a un’Inattività apatica e abulica che, nelle lingue occidentali, si contrappone appunto come polo opposto a quello dell’Attività. Jung intuì come tutto ciò fosse profondamente errato e risentisse dei pregiudizi della cultura patriarcale che aveva dominato l’Occidente negli ultimi duemila anni. Per questo si rivolse all’Oriente, scoprendo che nelle lingue di derivazione sanscrita l’atteggiamento polare, opposto e contrario all’Attività era appunto quello della Ricettività che implica un’agire, cosicché “Attivo” e “Recettivo” caratterizzano due Soggetti entrambi agenti, operativi, occupati in un “fare” ed entrambi protagonisti dell’esperienza che stanno esprimendo, pur nella diversità delle “forme” del loro muoversi verso l’Altro. 

In una visione siffatta sarebbe perciò impossibile distinguere, nell’incontro di un uomo e di una donna, chi sia stato a muovere il primo passo, o dove sia cominciata l’azione dell’uno e sia poi finita invece quella dell’altra, né più né meno come sarebbe impossibile fare le stesse distinzioni tra le due forze del polo positivo e quello negativo di due magneti: esse si attirano a vicenda!

Perciò, nell’attrazione tra un uomo e una donna – sia essa di natura semplicemente sessuale o invece erotica o addirittura sentimentale passionale – nessun soggetto dovrebbe mai percepirsi come inerte, del tutto estraneo all’accadimento, passivo, sottomesso o succube se non nei limiti in cui non vuole o non riesce a prendere coscienza del proprio agire-negativo che fa da contro immagine all’agire-positivo dell’altro. 

Modigliani

Ecco dunque che il rilassamento, la calma e l’abbandono di sé esprimono in qualche modo il contrario esatto di ciò che potrebbe permettere alla donna di superare il suo problema. Mi spiegherò meglio: è ovvio che una tranquillità psichica di fondo sia necessaria per poter sperimentare l’atto sessuale privo di sensi di colpa, privo di inibizioni, senza freni o tabù di sorta. Ma qui si vuole fare riferimento ad una condizione interiore profondissima, indispensabile a uomini e donne per potersi riconoscere come soggetti liberi e autonomi, legittimati a sperimentare il piacere dell’eros in tutte le sue forme. - Ieri sera ho fatto l’amore con il mio ragazzo… ho finalmente compreso che è sacrosanto che io mi conceda questa esperienza, perciò ho cercato di rilassarmi, di lasciarmi andare, di abbandonarmi tra le sue braccia… mi piaceva fare l’amore ma… non è successo quello che speravo. In trentasette anni di attività sono stato depositario di numerosi racconti simili.

Quando ero ancora molto giovane ricordo che in genere mi destabilizzavo e, anche se cercavo di non darlo a vedere, di preciso non sapevo cosa rispondere alla paziente che avevo di fronte. Sospettavo che il condizionamento inibitorio, contrariamente a quanto affermato dalla paziente stessa, non fosse stato del tutto superato e mi auguravo che con il tempo le cose sarebbero migliorate…Oggi invece so, con una certezza assoluta, che il piacere di una donna non arriverà mai se, una volta superati i propri tabù o le proprie inibizioni, essa non diventerà capace di Agire la propria sessualità.

Di agire il proprio desiderio. Di porsi come Soggetto Protagonista assoluto del proprio desiderio. Altro che rilassarsi o abbandonarsi. 

La verità, “dietro le quinte”, è che i due amanti devono essere entrambi dinamici, operosi ed attivi, né più né meno di come accade ad esempio nel ballo del tango o nel “pattinaggio artistico di coppia” su ghiaccio: solo agli inesperti o agli ingenui “può sembrare” che l’uomo conduca la danza o che lanci la propria compagna nelle più azzardate figurazioni. 

La verità è che la donna deve esercitare una “presenza” incredibile di sé per lasciarsi guidare dal compagno e deve possedere un’energia inverosimile per realizzare le figurazioni nelle quali “si lascia” lanciare. La verità, dietro le apparenze, è che solo la perfetta sincronia delle due volontà permette ai due protagonisti di sperimentare ed esprimere il sublime.

Klimt bacio

Ma cos’è il piacere femminile?

Alla fine di questo articolo non poteva mancare una riflessione su che cosa sia, in definitiva, il piacere femminile. Gli organicisti lo sanno (o, almeno, credono di saperlo): un graduale aumento della secrezione di dopamina, testosterone (anche nelle donne) e ossitocina che, alla lunga, determineranno una vasocongestione e una riduzione del lume vaginale; quindi un aumento progressivo della eccitabilità delle fibre nervose fino al raggiungimento di un plateau che scatenerà delle contrazioni muscolari intense ma involontarie. 

Più superficiali nel piacere clitorideo, più profonde e significative nel piacere vaginale per l’interessamento delle fibre nervose perivaginali che sono più grossolane e meno discriminanti di quelle diffuse sul clitoride.

Quelli come me, invece, non lo sanno ma amano immaginarlo come il fluire di una corrente paradossale di Vita che, più fluisce, più aumenta di portata e intensità fino a produrre una condizione di insostenibilità. 

Se l’Io è sufficientemente forte e sicuro di sé, a questo punto cede, si arrende o, per così dire, “molla la presa” sulla realtà ordinaria. L'appagamento, allora, diventa unico. Può arrivare a un’esperienza di godimento così totale da far perdere coscienza… almeno per qualche attimo. 

Non a caso l’esperienza è chiamata: Piccola Morte. Dopo si rinasce… e la vita sembra allora più bella, più giusta e, soprattutto, più sacra di quanto non sarebbe se quell’esperienza non si fosse realizzata.

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