21 grammi di anima e un gene di Dio

anima sistinaLa posizione di un teologo

Anima come luogo che rende l’esistenza percettiva e abitativa di un esistere che va oltre le potenzialità umane. L’angolo di una tenda dove Dio si è riservato uno spazio per abitarvi secondo la sua eternità e non secondo il tempo breve e abbreviato del nostro esistere.

L’esigenza di trovare un luogo dove “domiciliare” le esperienze e trasformarle in ricordi è stata – probabilmente – un momento nativo perché la natura diventasse cultura e le conoscenze diventassero storia e cultura.

Il ricordare “fisiologico” – quello che poi abbiamo ritenuto memorizzato nel cervello – è stato – probabilmente – naturale, fisiologico, inconsapevole. L’averlo scoperto è stato l’inizio della interiorità, cioè il momento in cui ci siamo scoperti “ri-flessivi”.

Mentre il momento – o fase o stadio (secondo le diverse scuole e le specifiche figurazioni dinamiche) – poetico, fattivo e quindi proiettivo ha dato origine al monumentum. Cioè a quel sostantivare e oggettivare il pensiero riflesso del ricordo e costituirlo come oggetto culturale a sé, al di là e oltre la vita del mio pensiero e dell’arco della mia esistenza. In questo modo la memoria e la sua anima si sono oggettivati e scoperti come possibilità di scambio e di comunicazione mediante il monumentum che poteva quindi diventare un reciproco documentum di economia culturale e sociale.

Anche gli strumenti e gli oggetti del vivere e del sopravvivere oggi sono per noi documenti. Ma qui accentuerei quel documento che intenzionalmente o meno si costituiva oltre la quotidianità del vivere e voleva eternare l’esistere di una persona, di una comunità. Cioè voleva trasformare il corpo topico in un topos oltre il corpo e animare il presente a tal punto da costituirlo come figura del futuro.

È una delle prime scoperte dell’anima culturale, sociale, di un esistere che poteva andare oltre il mio personale e individuale arco di esistenza. Tale immortalità orizzontale è comune in quasi tutte le culture. Spesso assume anche il nome – molto colto, ma molto quotidiano e funzionale – di tradere, di trasmettere di far trans-ire l’esperienza maturata per tutta una vita e proporla come iniziale di un’altra vita che cominciava: la tradizione. Che ha sempre alimentato e costituito lo scenario dell’insegnare. Comincio a pensare per il futuro imparando dal passato. Ed una persona ed un popolo si scopriva così di avere un’anima, una orizzontalità temporale che garantiva sopravvivenza, qualità di vita e perennità, e quindi immortalità.

L’esistere del passato veniva figurato come complementare all’esistere per il futuro, un’ombra della luce; morire significava esistere nell’ombra ed essere ombra lì dove il vivere successivo (e qui l’importanza della discendenza e dei figli) era palpabile e figurata in una storia tra visibili esistenze. La scoperta della persona, nella sua unicità e nella sua dignità oltre ciò che faceva, cioè la persona in quanto persona, è stata – probabilmente – l’inizio di una esigenza di appropriazione dell’anima di un popolo e di una civiltà. L’esigenza di sentirsi parte partecipante e parte contributiva alla stessa cultura. Così che un regno poteva valere una persona ed il re valere quanto l’ultimo suo suddito. Non certo sul piano sociale e politico. Ma su un piano dove né il re né il suo scudiero avevano il potere di agire in proprio. Sul piano di ciò che scopri esistente e che addirittura lo riconosci come esistente oltre, nonostante, e, grazie al quale esisti.

Un esistente al quale sei legato dal personale riconoscimento e dalla constatazione che non hai tanta vita da poter gestire per poter accumulare tutte le potenzialità di quell’essere che è superiore anche in questo. Un esistente che non ha problemi di costruire documenti e monumenti per ricordare.

Non ha un’anima che vive nell’orizzontalità e trascende sé stesso soltanto con i monumenti e i documenti. Ma è già tutto quello che potrebbe essere, o almeno lo sa. Anche perché per alcuni è proprio Colui che fa avvenire il futuro.

Il legame riconosciuto e riconoscibile con questo Esistente senza memoria umana è la prima scoperta di una relazione animata dall’oltre se stessi.

Le modalità di relazione con quello Immemore - in cui anche la potenza è atto ed ogni movibilità è già immobilmente mossa – apre ad una trans-scendenza, ad un salire (figurativamente e simbolicamente) oltre se stessi e le proprie dimensioni spazio-temporali. È Lui che potrebbe fare del mio esistere una esistenza di qualità. O facendomi pagare un prezzo (e questo lo rilevo in alcune religioni) o donandomi tutto, per giunta senza che qualcuno gli abbia mai chiesto niente (e questo lo rilevo nelle religioni rivelate).

Tutto questo può esprimere un potere da parte di questo Immemore (chiamato anche con la variante di un D di me stesso, un D-io) o una sua iniziativa di farsi scoprire e comunicare. L’anima qui non è più un’esigenza per costituire una polizza al comune o personale esistere, ma una scoperta di un luogo privilegiato in cui questo D-io potrà abitare e collocarsi. Una modalità specifica che mi permette di sintonizzarmi con lui.

Pur esprimendo questa inter-io-rità con la visibilità del mio dire, agire, muovermi, gesticolare, fare…

La coscienza di questo frammento abitativo di Dio dentro di me è l’inizio di un percorso di scoperta che si configura in diverse modalità secondo la storia di ogni persona.

La scoperta che la mia persona e il gruppo di appartenenza è stato pensato e progettato (creato) per potere ospitare questa presenza di Dio, anima la mia esistenza e la rende percettiva e abitativa di un esistere che va oltre le mie potenzialità di appartenere all’orizzonte della vita. È un angolo di una tenda dove Dio si è riservato uno spazio per abitarvi secondo la sua eternità e non secondo il tempo breve e abbreviato del nostro esistere.

In questa prospettiva l’incarnazione del Figlio di Dio ha animato questo mondo proprio perché questo mondo è stato assunto a shekinah, tenda di abitazione di Dio nell’umanità di una persona (cfr. Gv 1, 14) – storicamente e religiosamente connotabile – ed il Figlio di Dio ha condiviso questa umanità fino ad assumerla e a farsi nostro con-domino. Tale dono e tale prerogativa potrebbe anche indurre l’uomo a pensare che tale dono è in gestione e ne deve rendere conto. Allora il dono si trasforma in prestito ed il prestito richiede investimenti di qualità ed un rendimento che matura interessi e costituisce un credito verso Dio stesso.

Avremo una religione come istituzione di contabilità del debito dell’esistere che l’uomo ha verso Dio, pur non avendogli chiesto un tale mutuo.

Ma il dono potrebbe anche valere una responsabilità. In cui non vale quanto sei ma chi sei, come investi tale dono e quanti ne beneficiano come te e con te. Con queste brevi considerazioni l’anima non è più una parte del tutto ma un tutto che anima le parti. Se l’analisi porta a considerare l’ombra e la luce come il corpo e l’anima, la vita vive di totalità, di frammenti olici del tutto. La totalità olica – e non sommativa o complementare – dell’esistere della persona è – o dovrebbe o potrebbe essere – talmente turgida da trascendere il peso di una parte (che sentiamo più pesante: può essere ciò che ora chiamiamo anima o ciò che più sensibilmente percepiamo come corpo) e renderlo soltanto una faccia del dipolo della persona.

La memoria non è dunque uno strumento dell’esistere, ma un riconoscersi e un riconoscere. Riconoscersi come facente parte di un pensiero oltre il mio pensare che mi ha pensato ancor prima che io stessi potessi creare memoria. E un riconoscerLo come colui che garantirà un futuro alla mia memoria oltre quei segni documentali e monumentali di memorie che ho di-segnato e tracciato durante il mio percorso esistenziale. Un contesto simile non altera le specifiche identità delle religioni, né intende configurarsi come un’intersezione religiosa (di religiosità) né definire le modalità della fede di ogni persona.

Permette però di scoprire la propria identità culturale e religiosa (di religione e di fede) e di potenziarla se non di valorizzarla reciprocamente. L’anima dell’uomo non è “allocata” in un epifisi – di cartesiana memoria, né la memoria dell’uomo ha un cervello come suo hard disk. Certo anche tutto questo e tutto quello che le scienze potranno misurare, verificare, scoprire e teorizzare. Qual è quindi la differenza tra chi può ancora creare memoria perché vivo e animato e chi ormai inamimato e “sgonfiato” (defunto) è gestito dalla memoria degli altri? 21 grammi? La domanda religiosa non è misurare quel che rimane ma quel che nella sua vita quella persona ha fatto con gli altri e con Dio di questi 21 grammi che Dio gli ha donato. Se questi 21 grammi sono la quantificazione in ‘pesò di un’energià e di ciò che animava quel corpo, questo non è solo un problema delle scienze ma anche delle religioni. Sed, unicuique suum. Ad ognuno il proprio metodo secondo le proprietà specifiche delle sue competenze e delle sue finalità. Non vorrei misurare il cielo con un versetto della Bibbia né delimitare la terra con un altro. Altrimenti un altro sole girerà intorno alla terra e molti penseranno che se Dio è in cielo, qualcuno dovrebbe pur averlo incontrato. O se Dio abita in un luogo tra gli uomini – pur se sacro e santo e quindi separato [o forse distinto?] dagli uomini - qualcuno deve pur averlo incontrato per strada e sarà stato intervistato su quali programmi televisivi vede la sera. Come tutti coloro che abitano uno spazio e un tempo degli uomini.

anima 21SmallQuei 21 grammi non sono il peso o il valore della presenza di Dio in quell’uomo finchè era vivo. E che ora – morto – sono tornati all’Energia, magari per in-carnar-si in altre persone. Né tanto meno Dio – pesato per ogni persona vivente – pesa 21 grammi.

Perché Dio non è misurabile, ma misura. Non è il 21 che è il peso di Dio, ma Dio è quel grammo che ne permette la misura. Una ghematria pitagorica o una considerazione cabalistica potrebbero anche intravedere in quel 2 (del 21) una dualità e in quel suo 1 la individualità e la persona: le due dimensioni personali dell’esistere. Con una dualità che precede e induce alla scoperta della individualità, l’altro che induce alla propria definizione. E se proprio si vuole ancora continuare, perché non sommarli e vedere in quel loro tre il totale che esprime il futuro che l’1 e il 2 possono oggi creare, innescando una progressione e un progresso che solo nell’uno operativo l’anima di tutto il futuro.

Nell’anima del mondo e nell’anima della persona. Dio tra tutto questo è signore non per ricordare che è Lui l’uno o Lui il creatore, ma per ricordare che è Lui che li anima e li salva. Dove, come, quando, perché, … e chi… questo è stato codificato dalle religioni. E noi ne facciamo materia di studio, di insegnamento, … senza confondere il nostro conoscere con il cognitum e l’incognitum. Identificarsi non può che portarci sul lettino dello psicanalista o al confessionale di un mediatore con Dio.

L’autoscienza sarà l’unica fede possibile. Morendo però di noi stessi e con noi stessi. Così da morirne tutti a stento…”ingoiando l’ultima voce / tirando calci al vento/ [vedendo] sfumare la luce” (De Andrè).

Se poi a queste considerazioni associamo quelle che le possibili teorie delle neuroscienze possono dimostrare verificando e ripetendo gli esperimenti, non sarà un problema, ma una felice e realizzata collaborazione nella distinzione dei metodi e nella reciproca critica.

Ed ecco che allora – al di là – dell’effetto sorpresa, sarà possibile parlare di una chimica dell’anima con lo stesso diritto con cui possiamo parlare di una teologia del corpo. E perché no di un “gene di Dio” (il The God Gene dell’americano Dean Hamer secondo il quale “le persone che posseggono sul cromosoma 10 una variante del gene V-MAT2 manifestano un maggior grado di ‘spiritualità’”. Fino a pensare che “la fede è cablata nei nostri geni” (come recita il sottotitolo dell’omonimo libro di Hamer).

E l’anima deve pur avere a che fare con questa variante, se vuole rimanere spirituale. Per cui 21 grammi e una variante del gene sono un tentativo di rendere più leggere e spirituali l’aritmetica e la neurochimica. Non per gli studiosi ma per quelli che si ostinano a guardare il dito nonostante davanti a loro ci sia una gran luna piena. Ed è solo una notte che potrebbe precedere un giorno. Con la differenza che la notte si vede e il giorno non si vede e non si può che ipotizzare il dono di un altro giorno o autogarantirsi o sperare nella monotona ripetizione di quanto statisticamente è possibile solo perché avvenuto fino ad esso. Almeno a memoria d’uomo.

E fino a quando gli uomini troveranno dove allocare 21 grammi nel proprio corpo personale e sociale e culturale potremo sperare che qualcuno stia pensando come conservare la memoria per il futuro e far continuare a far nascere e a far vivere la mente tra le menti degli altri per una qualità della vita.

L’anima è un programma di vita più che una scoperta delle scienze o una necessità della fede.

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