L'anima, secondo me

anima animaz 330A chi spetta un discorso sull'Anima? E che discorso si può fare intorno all'Anima?

Ma prima ancora di tutto: che cos’è l’Anima?

Se non rispondiamo con onestà intellettuale a questa ultima domanda, soprattutto, rischiamo di rispondere per non rispondere affatto. Va quindi detto subito che stiamo parlando di qualcosa che non conosciamo affatto, che ha avuto tante definizioni e tanti approcci volti alla sua precisa chiarificazione.

Ma occorre diffidare delle tante pseudoscienze che da sempre credono di avere a che fare con un oggetto noto e che si sono spinte persino a descriverlo, in nome di una ovvietà a tutti manifesta.

Il rischio è il flatus voci, il chacchiericcio che opina su tutto senza nulla sapere veramente. Il dominio dell’irrazionale non ha oltretutto un unico interprete.
Prima di chiederci se l’anima è immortale, se ci guiderà in una serie di incarnazioni come i più esotici degli esoterismi oppure se si integrerà in un eterno presente, prima di vedere come è fatta (addirittura!) e dove è localizzata, cerchiamo di essere tutti d’accordo almeno su un punto iniziale: di che cosa stiamo parlando? I l buon Platone ci aiuta almeno parzialmente a mettere qualche paletto. Lo citeremo un po’ a sproposito, ma alla fine avremo le idee più chiare, senza essere troppo influenzati da retaggi religiosi o superstizioni

Ci viene in mente Hegel, uno dei più grandi filosofi della modernità, una specie di Aristotele della cultura tedesca a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento: «Ciò che è noto, proprio perché è noto, non è conosciuto. Nel processo della conoscenza, il modo più comune di ingannare sé e gli altri è di presupporre qualcosa come noto e accettarlo come tale».

Ma occorre diffidare delle tante pseudoscienze che da sempre credono di avere a che fare con un oggetto noto e che si sono spinte persino a descriverlo, in nome di una ovvietà a tutti manifesta.

anima plato

Il rischio è il flatus voci, il chacchiericcio che opina su tutto senza nulla sapere veramente. Il dominio dell’irrazionale non ha oltretutto un unico interprete.

Prima di chiederci se l’anima è immortale, se ci guiderà in una serie di incarnazioni come i più esotici degli esoterismi oppure se si integrerà in un eterno presente, prima di vedere come è fatta (addirittura!) e dove è localizzata, cerchiamo di essere tutti d’accordo almeno su un punto iniziale: di che cosa stiamo parlando?

 

Il buon Platone ci aiuta almeno parzialmente a mettere qualche paletto. Lo citeremo un po’ a sproposito, ma alla fine avremo le idee più chiare, senza essere troppo influenzati da retaggi religiosi o superstizioni.

 

L'anima concupiscibile

Riflettiamo su tutto ciò che ad un’analisi grossolana possiamo dividere dal nostro corporeo. Cosa resta? Innanzitutto qualcosa che possiamo, per sommi capi, definire desiderio. È come se fossimo incompleti. Abbiamo sempre bisogno – cominciamo a parlare un po’ di filosofichese – di qualcosa che ci compia. Ci troviamo cioè definiti nell’ambito di una rete di relazioni, con le cose e con le persone. Io capisco da subito di non essere autosufficiente.
Ho bisogno di mangiare, per esempio. Ed ho un appetito, un desiderio, uno slancio, verso quella cosalità che soddisfa questo mio bisogno. Che sia una mela o un piatto di pasta poco importa. Il mio corpo non è signore della propria autonomia. Ma deve nutrirsi. Non solo. Deve anche bere. E se non dovessi farlo, io sentirò un qualcosa, uno stimolo, un impulso che determinerà, a livello basso, istintivo, diremmo animalesco (per il semplice motivo che gli animali in questo sono del tutto simili a noi) il mio agire: cerco una fontanella, apro il frigorifero, vado al bar.
 
Anima_magicianSmallLe mie azioni sono orientate, da un demone che non è strettamente corporale. Ma andiamo avanti. Lo ricordate il mito dell’Androgino? In sostanza, racconta il Mito, una volta eravamo di un sesso solo (Platone la cosa ce la dice un po’ diversamente ma avevo premesso che saremmo stati volutamente imprecisi), poi, per punire la nostra tracotanza, Giove ci divise e così sono nati i maschietti e le femminucce. Ecco perché si dice: anima gemella. Perché noi, nel corso della nostra vita, andiamo alla ricerca della nostra metà.
Bel modo per descrivere l’amore e l’eros, non è vero? Perché ci è utile questo Mito? Perché ancora una volta vediamo che noi viviamo un sentimento che non è qualcosa di corporale, ma che è un tendere verso qualcosa che al nostro corpo manca. Il desiderio sessuale è attrattivo ed è finalizzato al soddisfacimento e al piacere. Qualcosa di talmente sacro che la Natura ha deciso di farci riprodurre così. È dal sesso, forse lo dovremmo scrivere con la lettera maiuscola, che dipende l’eternità della specie.
 
Ricapitoliamo. Cibo, acqua, sesso. Una mancanza, una povertà, genera un bisogno e c’è un qualcosa che non sappiamo dire, non sappiamo localizzare, che determina il nostro agire, il nostro comportarci.
Due parole, ma proprio due, le dobbiamo spendere proprio su questo non saper localizzare. Perché questa nostalgia di un compimento e della sazietà, la definiamo per il momento così, non è compiutamente definita dentro di me.
È vero che la fame la sento nello stomaco e non nell’alluce e se qualcuno dice che sente un vuoto di alluce io lo prendo per scemo, ma è vero anche che per soddisfare questa fame io devo muovermi nel mondo.
Facciamoci caso a questo spazio dell’agire che è molto importante e ci sarà utile dopo. E facciamo caso all’incompiutezza iniziale (la fame) che arriva ad una pretesa unità, a un compimento (la sazietà). Vale anche per la sete: parto dal bisogno di un completamento che raggiungo bevendo. E anche qui non è coinvolta solo la mia bocca asciutta. E per il sesso è la stessa cosa: il desiderio riesco a localizzarlo persino, come è strettamente localizzato anche il suo soddisfacimento, quello che riesco a cogliere di meno è la cosa più importante: cioè tutto lo spazio del mio agire tramite il quale io riesco a rispondere al mio bisogno. Andare su una statale e pagare una prostituta di strada. O andare su Internet e scegliere il sito di una escort. Oppure scegliere una persona, frequentarla, magari innamorarsi. Vediamo che il grado di complessità è maggiore.
C’è una infinità di azioni concrete possibili, un tappeto di scelte io posso fare per colmare questa incompletezza che sento dentro di me.
 

Possiamo parlare di anima?

Platone lo fa. E la definisce anima concupiscibile. È un po’ poco, per carità, ma è qualcosa. Perché abbiamo scoperto che siamo fatti di qualcosa che non è la nostra mano, il nostro braccio, il nostro occhio. Anzi, siamo fatti di qualcosa che non ha nemmeno materia, non è fatto di nulla. Di cosa è fatto un bisogno? Certo, la partenza, lo abbiamo già detto, è fatta proprio di cose che puoi persino toccare e localizzare (lo stomaco, la mia lingua completamente asciutta), ma tutto il resto, e la risposta stessa a questo bisogno, non lo è: è fatto di una sostanza che non sappiamo definire, ma anche di un agire e di un relazionarsi con cose e persone.

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Peraltro agire e relazionarsi in un modo infinito e complesso.

Di più: un andare verso. Una pesca mi sazierà. E un bicchiere d’acqua mi disseterà. Ma domani potrei aver voglia di Mc Donald’s e devo prendere la macchina per andarci. L’acqua del lavandino potrebbe non piacermi e devo andare al supermercato per comprare ’effervescente naturale che però devo tenere in frigo perché altrimenti me la bevo calda.

Il risultato (parziale) a cui siamo giunti è questo: io non sono fatto solo di pelle, carne e ossa. Sono definito anche dalle cose di cui sento il bisogno (fuori di me), e sono definito dalle azioni che compio.

 

L’anima irascibile

anima caneTutto qui? Assolutamente no. È decisamente molto poco. Abbiamo una conquista importante, non siamo solo materiale, c’è qualcosa (la chiamiamo già vita?) di estremamente dinamico e complesso. Ma questa anima concupiscibile in natura ce l’hanno tutti, il mio cane, il mio gatto, persino le piante. Una pietra è sufficiente in sé, diciamolo in ilosofichese: nella sua rigida determinatezza. Io da fuori posso applicarci tutti gli universali che voglio (è dura, è bianca, è cubica), ma lei se ne sta lì, indifferente. La pietra è sufficiente in sé, non ha bisogno di niente che la completi, non fa nulla per colmare un bisogno. Diciamocelo con franchezza: se dovessimo vedere una pietra che si alza per andare a mangiare ci metteremmo un po’ paura.

Dicevamo che dobbiamo fare un ulteriore passettino. Che è questo. Se un mio collega si alzasse a questo punto e mi dicesse: “stai banalizzando troppo, Platone non diceva proprio così e se proprio la vogliamo dire tutta il mito dell’Androgino te lo sei un po’ adattato, perché in realtà i sessi erano tre”, io che farei? Probabilmente mi incazzerei. Perché il mio collega non sa, che mi è stato chiesto di scrivere di filosofia per gente che non ne ha mai letto. E che, con un breve spazio, devo portare a casa un risultato, che è quello di vedere assieme che cosa possa essere l’anima razionalmente, senza andare dai santoni.

Ecco: m’incazzerei. Voi, che mi leggete, vi incazzate per altre ragioni. Perché non sopportate gli interisti, i ragionieri, i contabili, gli avvocati. Ci sono persone, o più tipicamente situazioni, che vi fanno uscire fuori di voi. È davvero demonico questo uscire di senno, perché non è come i bisogni primari, che dovevate uscire e relazionarvi col mondo; qui è il contrario è il mondo che ci viene incontro. E qualche volta tocca delle corde che avranno anche qui una base materiale (come lo stomaco, come la bocca nel discorso precedente) ma che, qualunque cosa sia, non possiamo di certo definire corporale, materiale. Platone non la chiama anima incazzosa, ma anima irascibile. Sono in sostanza le altre forze che ci muovono. Prima li chiamavamo istinti, ora passioni. C’è un grado di raffinatezza in più, ma la sostanza è quella.

Di cosa è fatta una passione? Di cosa è fatta un’incazzatura? Di cosa è fatto l’amore? Eppure ci determina, ci definisce, ci muove. È qualcosa, la passione, da cui difficilmente riusciamo a sottrarci. Noi non abbiamo la stabilità della pietra. Se l’Amore, e mettiamola una lettera maiuscola, dovesse travolgerci non ce n’è per nessuno, la Letteratura è piena di vittime illustri e credo che ciascuno di noi, nella sua esperienza personale, nel suo vissuto, abbia esempi a valanghe.

Davvero crediamo che siamo fatti di sola materia? A questo punto possiamo già rispondere: no. L’anima irascibile è degli animali, il mio cane non sopporta i bambini perché non vuole essere accarezzato e gli abbaia contro. Ma non è delle piante, per esempio. Abbiamo in definitiva fatto una conquista ulteriore.

 

L’anima razionale

anima_filosofiaSmallVedete come funziona la Filosofia? La Filosofia non crede di accettare per fede un fatto, la Filosofia cerca di arrivare, con la riflessione razionale, con il pensiero, ad un risultato che sia condivisibile da tutti. E cerca di non dare niente per scontato. La Filosofia pensa. In realtà siamo tutti filosofi. Perché tutti noi pensiamo. E quando agiamo, quando ci muoviamo nel mondo (ricordate che prima vi avevo detto di tenere fermo questo aspetto), lo facciamo sempre perché abbiamo una visione determinata delle cose. Io agisco in base a delle convinzioni, che ho maturato con l’esperienza, con le letture, con la riflessione. Ma se ho paura di prendere un aereo è perché ho visto troppi telegiornali che raccontavano di incidenti. Se mi innervosisce la vista di un rumeno è perché credo che siano qui a rubarci il lavoro, o perché ho visto la tivvù dire che i rumeni rubano e così via.

Non esiste un solo atto che non sia determinato dalle mie idee. Io voto perché ho delle idee. Litigo al bar perché io ho le mie idee e gli altri no. Questo nostro pensare, noi siamo capaci di verbalizzarlo: si chiama linguaggio. Lo avete notato? Già con gli animali non funziona più. Noi non siamo solo corpo, e va bene. Non siamo solo anima concupiscibile come le piante. Non siamo solo irascibili. Noi, siamo anche esseri razionali. Partecipiamo del Logos, direbbero i greci. Adoperiamo criteri di ragionamento che non sono strettamente fisici, immagazziniamo su una base biologica (il cervello) dati che non sono di natura materiale.

In definitiva anche qui, come nell’anima concupiscibile e in quella irascibile, c’è una base fisica dell’anima, che sta rispetto a tutto il resto che la definisce e caratterizza come uno strumento musicale sta alla musica. La realtà di un accordo è data da determinati tasti nella tastiera di un pianoforte, ma la sua natura è altro, ed interagisce nello spazio di una relazione (il pubblico che ascolta un concerto).

Siamo, signori, fatti anche da un’anima razionale che completa e definisce la nostra natura. Anche il cane ragiona e verbalizza nell’abbaiare la sua contrarietà o il suo richiamare l’attenzione ma non ai livelli di un essere umano. Persino un politico, su questo penso saremo tutti d’accordo, ha un grado evolutivo superiore a quello di un cane.

La Ragione è qualcosa di talmente divino che non solo per i greci c’era una lettera maiuscola e tutti gli onori del caso, ma persino nella nostra cultura cristiana in “principio era il Verbo e il Verbo era presso di Dio, il Verbo era Dio”, e poi questo Verbo si è fatto carne, ha preso un’esistenza storica concreta, per agire in uno spazio di relazioni che definisce la sua unica e irripetibile singolarità.

Noi siamo unici perché siamo un unico corpo che agisce in uno spazio, e lo abbiamo capito, ma anche un’unica anima tripartita (cioè divisa in tre) cioè, arriviamo a un termine che unifica queste distinzioni: un’unica coscienza. Non esiste una coscienza senza un mondo in cui si muove, non esiste singolarità senza una rete di relazioni in cui è definita. E l’anima ha persino un compito, secondo i filosofi idealisti: la coscienza deve riscoprirsi Spirito. Ma questa è un’altra storia.

 

Sull’immortalità dell’anima

Abbiamo visto come poter arrivare ad una definizione, non rigorosa, ma verosimile di anima e abbiamo capito in che senso sia difficile, se non impossibile, una sua esatta localizzazione. Resta da affrontare l’ultima questione. L’anima è immortale? Appurato che dovrebbe essere una cosa diversa dal corpo, avrà un destino diverso quando il corpo morirà? Dobbiamo fare anche qui una premessa, per onesta e doverosa onestà intellettuale e cioè che la risposta, in realtà, non la conosce nessuno. Chi dice di saperlo è un cazzàro.

FantasminoSmallUn destino possiamo immaginarlo, possiamo spiegarlo a tentoni, possiamo sperarlo, ma cosa succeda all’anima dopo la morte non è allo stato attuale pertinenza di nessun sapere umano, né scientifico, né filosofico. Esiste tanta letteratura fantapsicologica che ci descrive l’anima come un fantasmino che se ne va dal corpo come un soffio e poi raggiunge un posto non si sa dove, insieme ad altri fantasmini e ci sono anche dei metodi per parlare coi fantasmi e cose così.

C’è chi giura di averli sentiti, ci ha scritto dei libri, chi ha scritto dei libri sul fantasma che è in noi, chi spiega come parlare con i fantasmi, c’è chi scrive di ricordare tutte le sue vite precedenti (la rincarnazione per lui è un fatto acquisito e certo e ricordate la Filosofia che atteggiamento ha nei confronti di dati acquisiti e certi?) e chi dice di essere stato Cagliostro, Napoleone e Umberto I.

Purtroppo ciò che il pensiero umano può fare è andare avanti per ipotesi, costruire castelli pre-scientifici, ovvero teorie, a cui mancherà sempre però la conferma sperimentale. È un dominio che spetta alla religione, a nessun altro.

La Filosofia ci si è avventurata, ma sempre di ipotesi, magari spesso molto raffinate e strutturate, si tratta. Platone per esempio era più convinto che il compito di una coscienza si dovesse compiere hic et nunc (che è un modo con cui i dotti vogliono dire qui e ora, ma ricoprendosi di un’autorità maggiore). Provateci voi a ficcare hic et nunc in una frase, per dire che una cosa bisogna farla adesso e non poi, vedrete che i vostri interlocutori vi guarderanno con più rispetto. Eppure era anche convinto che l’avventura di un’anima non finisse qui. Per dimostrarlo chiese ancora una volta aiuto alla ragione. Un’impresa titanica che solo la filosofia successiva riuscirà a portare a completa maturazione.

Ma restiamo alle osservazioni sue. Lui ci fa notare una cosa. Tutto, in natura, è circolare. Non esiste nessun fenomeno che sia una linea, dove da una parte c’è un inizio e dall’altra c’è la fine.

Nessun processo naturale è un vettore, diremmo meglio. La natura è circolare. Non è vero che c’è il mattino che diventa giorno e infine muore nella sera. Perché alla sera e alla notte succederà di nuovo il mattino. La giornata non muore. Come la primavera non è una vera e propria nascita dal nulla e l’inverno non è una morte ultima e definitiva, perché la primavera viene dall’inverno e dopo l’inverno ci sarà la primavera. Dai contrari si generano i contrari (dal grande il piccolo, dal sonno la veglia e così via). Questo deve valere anche per la vita e la morte: se dalla vita si genera morte, dalla morte si genererà la vita.

Al cosiddetto argomento ciclico, Platone affianca quello della reminiscenza, che ha un grado di astrazione in più. Il mio Logos, o meglio: quanto di me partecipa del Logos, non è vergine.

I dati sensibili, la realtà, modellano e influenzano la mia coscienza. Non c’è dubbio. Molte delle cose che so le so dall’esperienza. Oggi so che se devo chiamare l’ascensore, devo premere un pulsante. Non mi verrà mai di chiamarlo per nome. Ma lo so, appunto, per esperienza. Se sin da piccolo nel mio pianerottolo tutti avessimo chiamato l’ascensore gridando per l’appunto “ascensooooore” io oggi lo chiamerei così, gridando. Ed è una fortuna che invece si debba premere un bottone, immaginatevi che casino in un condominio con due ascensori e quattordici piani. Non ci capirebbero più niente nemmeno gli ascensori.

Tuttavia quando vedo, una accanto a un’altra, una zucchina e una banana, è vero che so che una zucchina è una zucchina e una banana è una banana dall’esperienza, ma posso anche accorgermi che la banana, per esempio, è un po’ più grande della zucchina. Bene, dove l’ho appresa la nozione di “maggiore”? Io lo vedo che la zucchina è più piccola, ma dove l’ho presa l’idea di “piccolo”. Ancora, dove ho appreso l’idea dell’ “uguaglianza”? Ma posso dire ancora di più: dove ho appreso che tanti particolari esistenti, io li posso tutti mettere dentro un unico universale, un unico concetto che tutti li comprende.

anima caniQuando vedo il primo cane mamma mi dice che è un cane. Al secondo cane, mamma me lo ripete. Per cui la terza volta so che quello è un cane. Tuttavia devo essere molto sfortunato a beccare sempre lo stesso cane. In realtà il primo cane della mia vita sarà Molly, un Jack Russell, poi vedrò Adolf, un Pincher e poi vedrò Wolf, un pastore tedesco e ancora Briciola. Io avrò la capacità di capire che tutti i cani particolari partecipano di un’idea di cane, di una caninità, cioè avranno in comune una serie di caratteristiche che li renderanno cani.

Chi me l’ha data questa capacità? Se dovessi incontrare il mio portiere so che non lo devo mettere nella “casella” cane, se invece incontro un assessore alla cultura so che posso chiamarlo cane, e so anche il perché. Diciamola meglio: le regole per cui io interpreto il reale, non me le ha dette mamma, né le ho apprese crescendo, ma le ho sempre avute con me. E mica è roba da poco. Riflettiamoci: io non solo interpreto, ma organizzo anche il mio sapere. Pensiamo alla grammatica, come abbiamo detto il linguaggio verbalizza il nostro Logos. Anche un predicato verbale semplice ha un contenuto anche esperienziale. Anche non solo.

Se dico “Cristina gioca in giardino” è evidente che dico qualcosa che sta avvenendo in questo momento. Ricordate come si dice? Esatto: hic et nunc. Ma questa frase esprime anche dell’altro. Il verbo definisce la relazione tra un soggetto e l’oggetto presenti all’interno della proposizione. Chi ha staccato l’oggetto dal soggetto? Se dovessi dire “Io gioco con Cristina” chi mi fa dire “Io”? Chi mi dà la sensazione di essere separato dal mondo? Io, in definitiva, ho delle nozioni (e sono tantissime) che non ho appreso. E, sorpresa, queste nozioni ideali hanno una caratteristica (rispetto all’imperfezione del sensibile): sono eterne. Anche questa è una nozione che io ho chiara in me. Mi aspetto di veder morire un cane, ce lo vedete voi a morire l’idea di cane? L’argomento della reminiscenza è questo: io ho in me cose, immortali, che non derivano dall’esperienza che ho del mondo ma che anzi mi aiutano alla comprensione e all’organizzazione delle cose sensibili che incontrerò.

Abbiamo così anticipato il terzo argomento platonico: quello dell’affinità dell’anima alla realtà ideale che il filosofo greco ribadirà con il noto argomento della partecipazione.

Ci sono delle realtà in natura che partecipano di certe idee e mai di quelle contrarie; ora queste realtà, quando entrano nelle cose, le costringono a partecipare dell’idea di cui esse stesse partecipano. Se Riccardo partecipa dell’idea di grasso, a poco servirà stabilire se Riccardo è più o meno grasso di Mauro o di Mirabella, sappiamo per certo che Riccardo non potrà essere magro. L’idea del grasso della predicazione esclude l’idea del magro.

Ed ecco il tocco di finezza: se una cosa partecipa dell’idea di vita, l’anima apporta la vita, non potrà mai partecipare del suo contrario, della morte. Pertanto l’anima di Riccardo è immortale. Riccardo no.

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