La malafede dello psicanalista

plagioRiflessioni di uno psicologo serio di fronte ad un articolo di Massimo Recalcati sul Grillismo e sull'abuso del potere "da posizione".

Devo confessare che, nonostante la formazione junghiana ricevuta e la convinzione maturata sulla solidità epistemologica della psicologia del profondo, in tutti questi decenni non ho mai smesso di curiosare tra le mille e più correnti della teoria psicologica: da S. Freud ad A. Lowen, da V. Frankl a P. Watzlawick, da R. Assagioli a U. Galimberti, a G. Nardone e a M. Erickson.

È normale perciò che in questi ultimissimi anni io abbia seguito con molto interesse il pensiero dell’astro nascente italiano Massimo Recalcati. E questo nonostante io mi sia sempre sentito a disagio con l’aristocrazia intellettuale di J. Lacan e di tutti i suoi allievi.

recalcatiOltre a L’ultima cena: anoressia e bulimia, devo riconoscere di aver trovato splendidi i suoi ultimi lavori: Cosa resta del padre? del 2011, Il complesso di Telemaco del 2013 e Non è più come prima, del 2014.

Per carità… nulla di veramente nuovo sotto la luce del sole. Si pensi che nel 1983 mi laureai in psicologia clinica sostenendo una tesi sul Grande Padre, e che Claudio Risé, emerito esponente della psicologia del profondo, anni addietro ha pubblicato almeno un paio di libri sul tema del “Padre”. Trovo però sempre confortante che altri autori, pur attingendo a scuole e a presupposti epistemologici diversi, arrivino pressappoco alle stesse identiche conclusioni.

Insomma, mi piaceva leggere Massimo Recalcati: mi offriva immagini nuove per approfondire temi vecchi. Poi, alcuni giorni fa, un paziente mi segnala un suo articolo apparso su un quotidiano che da anni ho smesso di comprare: Analisi psicopatologica del grillismo, e mi chiede cosa ne penso.

Leggo l'articolo.

Come ho già dichiarato, io sono un addetto ai lavori: esercito da quarant'anni sul fronte del disagio psichico e, per farlo nel migliore dei modi, mi sono sforzato di mantenere viva una certa sensibilità e autenticità interiori. Perciò come avrei potuto sottrarmi al fascino delle sue parole? Almeno a una prima impressione… Massimo Recalcati, lo ripeto ancora una volta, è un collega che stimavo e del quale riconoscevo il valore intellettuale di là dalle partigianerie di scuola. Anche se junghiano, avrei sottoscritto tutti i suoi ultimi saggi. E dunque, di fronte a quell'articolo, come rinunciare a una seria autocritica dell'adolescente ribelle in me? Del "figlio" arrabbiato - magari anche a ragione contro la genia dei "Padri" scorretti - ma comunque prigioniero della propria collera distruttiva, della propria immaturità e mancanza di realismo?

La fascinazione dura un certo tempo poi, all'improvviso, mi rendo conto dell'inganno!

E rimango stupito, come sempre, di fronte alla straordinaria capacità del pensiero astratto degli esseri umani di poter dimostrare tutto e il contrario di tutto, di poter provare la verità o la fallacia di una certa visione del mondo secondo le loro personali convenienze, più o meno coscienti.

In un momento storico come quello attuale, in cui anche le scienze esatte possono essere oggetto di opposte interpretazioni – si pensi a quanti astrofisici e fisici quantistici sostengono l'origine materiale dell'universo (S. Hawking) e quanti invece la sua origine intelligente (D. Bohm) – come è possibile spacciare la psicanalisi che, si badi bene, non è una scienza esatta bensì una scienza umana, come un'oggettiva teoria interpretativa? E, per di più, di complesse dinamiche sociali e politiche?

Il sospetto di una squallida operazione suggestiva di massa si fa sempre più forte.

L'inganno

Perché è un fatto che oggi coesistono decine e decine di teorie psicologiche che partono da presupposti epistemologici, antropologici e clinici del tutto opposti e contrari. E almeno noi operatori dovremmo essere consapevoli che tutte (anche quella che ognuno di noi propugna come la più corretta) rappresentano solo punti di vista parziali… Tanto è vero che tutte, indistintamente, registrano successi e insuccessi. E questo accade perché molto, se non tutto, dipende dall'atteggiamento interiore più o meno libero del loro interprete. E, non so perché, ma ho il forte sospetto che questa volta il mio collega abbia barato!

Prendiamo il punto in cui, con apparente candore, ci rappresenta il dialogo tra Grillo e Bersani, avvenuto dopo le elezioni del 2013, simile a quello di cui ci racconta Philip Roth, nella sua Pastorale americana, in cui un padre pentito, sconsolato ma disponibile, si offre al dialogo con la figlia ribelle. Che invece lo rifiuta, urlando improperi, minacciando sciagure e proponendo progetti irrealizzabili. Recalcati sofferma il suo sguardo clinico sulla esagitazione del "figlio", sulla volgarità dei suoi insulti, sulla presunta purezza assoluta dei suoi ideali e sulla insulsaggine delle soluzioni proposte. E, ovviamente, induce il suo lettore a fare altrettanto.

Per carità! È un punto di vista accettabile. Ma almeno quanto quello opposto e contrario. Un secondo punto di vista dal quale un osservatore potrebbe chiedersi: "Che avrà mai fatto quel padre a quel figlio per averlo tanto esasperato? E se ne avesse abusato in tutti i modi possibili e immaginabili? Se lo avesse prima stuprato e poi castrato? E se la contrizione ostentata del padre fosse solo una messa in scena per coprirsi da possibili interventi giudiziari?"

padre e figlioNella storia della psicanalisi Alice Miller si fece queste domande; scoprì che molte volte, anche se non sempre, le accuse dei “figli” non erano "fantasie edipiche" ma drammatiche, oscene verità e per questo fu radiata dalla pudibonda società psicanalitica freudiana. Nessuno dei suoi membri ortodossi era disposto ad ammettere la realtà patologica e criminale dei "padri" (a quanti fossero interessati, potrei suggerire di leggere i suoi capolavori: Il bambino inascoltato del 1989 e La fiducia tradita. Violenza e ipocrisie nell’educazione del 1995).

Recalcati, con una disamina unilaterale e parziale, fa la stessa identica cosa dei parrucconi freudiani e, in maniera occulta, invita il suo lettore a incolpare il "figlio". Al suo sguardo clinico non è tollerabile chi osa stravolgere l'ordine costituito e arringare la folla istupidita: "Svegliatevi... Aprite gli occhi! Il "Padre" è un criminale psicopatico, il Re è nudo e ci sta sodomizzando."

Mi chiedo: come può presumere di essere obbiettivo lo sguardo ipercritico di un terapeuta nei confronti del "figlio" se poi sorvola pudico sulle possibili colpe gravi del "padre"? Perché due pesi e due misure? Si tratta di una trascuratezza professionale o di una mistificazione intenzionale? E ancora: siamo davvero così sicuri che un’interpretazione psicopatologica valida a livello individuale possa essere sic et nunc estesa, ma solo in modo parziale, alle dinamiche che il sociale esprime nel vissuto politico di una nazione?

Cerco su Internet, leggo altri articoli, e i dubbi sulla legittimità dell’operazione propagandistica del mio collega diventano sempre più significativi. Soprattutto dopo la lettura di un suo successivo articolo, scritto dopo l’incontro in streaming tra Renzi e Grillo, nel quale Recalcati, con una disinvoltura da prestidigitatore intellettuale, rovescia i ruoli e dipinge ai suoi lettori il povero “figlio e nostro fratello” (che questa volta, però, è Renzi) reso muto e impossibilitato a difendersi di fronte all’aggressività verbale del “Padre” minaccioso (che questa volta, guarda caso, è Grillo). Fantastico! Ma come ha fatto? È davvero in gamba… nessuno si è accorto della gratuità del rovesciamento paradigmatico sostenuto solo dalla differenza dell’età anagrafica dei due contendenti. Nessuno si è accorto dell’arbitrarietà dell’assegnazione dei due ruoli. Di sicuro non se ne sono accorti i fedeli lettori della stampa compiacente né gli spettatori del programma di Gad Lerner.

Io, invece, ci rimango male. Non tanto per l’inganno operato nei confronti di chi non possiede difese dal culto della personalità ma, soprattutto, per l’oltraggio che mi sembra di scorgere nei confronti delle scienze psicologiche e della professione che ho sempre tanto amato.

L’offesa mi costringe a pensare con la mia testa e a cercare punti di vista alternativi. Provo perciò a esaminare altri paradigmi interpretativi. E il primo che mi viene in mente - sarà ovvio data la mia scuola di provenienza - è proprio quello junghiano: come molti oramai sapranno Jung riteneva che la psiche individuale fosse guidata nel suo cammino evolutivo da nuclei archetipici opposti e contrari. Tra i più conosciuti quelli del Puer e del Senex.

Il Puer e il Senex, lo Statico e il Dinamico

Il primo, secondo la psicologia del profondo, rappresenta le forze della vita, della giovinezza e della crescita rigogliosa. Il suo stile è emorragico, esuberante e generoso. Per antonomasia è il principio ispiratore della creatività e della fantasia. Adone, Attis e Narciso sono i suoi rappresentanti mitologici, giovani dei della fertilità il cui sacrificio stagionale ogni anno feconda la Terra Madre. Il Puer allude al nuovo, al domani, al futuro; i suoi tempi perciò sono veloci, impazienti e imprevedibili; il suo sguardo è fiducioso e comunica gioia. Immaturità, azzardo e sventatezza ne caratterizzano l’azione.

Il Senex, al contrario, rappresenta le forze del deperimento, della vecchiaia e della morte. Il suo stile è sclerotico, rigido e conservatore. Rappresenta le forze della saggezza attuata, dell’ordine costituito, della stabilità raggiunta in modo definitivo. Cronos (Saturno) è la divinità che meglio lo rappresenta, qui inteso come Tempo divoratore dei propri figli. Il Senex allude sempre al passato e a tutto ciò che lo ricorda; i suoi gesti sono lenti e misurati; il suo sguardo, rivolto all’indietro, è perciò nostalgico e malinconico. Profonda esperienza e nessuna illusione ne caratterizzano l’azione: che è sempre misurata, accorta, sicura.

Ora, sbaglierebbe di grosso chi ritenesse uno qualsiasi dei due principi archetipici più giusto o più sano o più desiderabile dell’altro: piuttosto, nella dinamica psichica, così come in quella sociale, essi dovrebbero stimolarsi vicendevolmente, alternandosi in una sorta di rotazione continua. Dovrebbe esserci il tempo per ogni stagione: alla primavera, con i suoi germogli, deve seguire l’estate, quindi l’autunno e per finire l’inverno. La vita del pianeta è garantita dal ritmo continuo; la sanità mentale dell’individualità umana, invece, dal rispetto del proprio ciclo vitale.

Il secondo paradigma interpretativo, invece, mi viene suggerito dall’interessante lavoro dello scrittore-filosofo Robert Pirsig.

In Lila, secondo me il migliore degli unici due libri da lui scritti, egli ci propone di immaginare la realtà (tutta la realtà) costituita da strati sovrapposti ma alternati, di impulsi che egli identifica come Qualità Dinamica e Qualità Statica. Mi rendo conto di non poter qui sintetizzare, in poche righe, una visione filosofica così complessa e articolata, ma si provi a immaginare la Qualità Dinamica come impulsi caotizzanti ma innovativi, rischiosi perché esplorativi, fiduciosi e vigorosi perché fondati sull’esubero delle proprie energie. Il loro inevitabile destino, tuttavia, una volta affermatisi, sarebbe quello di consolidarsi, con ciò assumendo i tratti della Qualità Statica. Solo la staticità, infatti, garantisce affidabilità e sicurezza perché i suoi principi sono continuativi nel tempo, rigidi nella loro organizzazione, rispondenti una volta per tutte ai bisogni che li hanno sollecitati. Stando così le cose, solo nel passaggio continuo da una Qualità Dinamica a una Statica potrebbe risiedere l’equilibrio evolutivo.

I reali cambiamenti

A questo punto si potrebbe aggiungere una prospettiva storica; e notare come i reali cambiamenti, purtroppo - sento doveroso aggiungere - sono sempre nati dal sopruso e dalla violenza dei giovani, seguiti dal popolo che non aveva più nulla da perdere. Perché i “Padri” non hanno mai abdicato il proprio regno a favore dei “Figli”. Tant’è vero che nel tempo mitico, la sfida all’ultimo sangue tra il vecchio Re e il giovane pretendente al trono era addirittura ritualizzata. Certo… che ancora oggi sia così è il segno della sconfitta della coscienza umana. Resta tuttavia un fatto che senza le teste mozzate della rivoluzione francese, senza i milioni di morti della rivoluzione bolscevica e senza le decine di milioni di morti di quella cinese è assai probabile che ancora avremmo la monarchia in Francia, lo Zar in Russia e l’Imperatore del Cielo chiuso nella sua città proibita in Cina.

Mi accorgo che potrei continuare ancora per molto, presentando altri modelli per me meritevoli di attenzione. Credo tuttavia che questi possano bastare a sostenere il mio personale convincimento nella necessità della “Dynamis”, cioè a dire del “cambiamento e trasformazione perenne” nel mondo, nella vita psichica degli uomini e nelle loro organizzazioni sociali. E la consapevolezza che siamo ancora lontani dalla possibilità che il cambiamento avvenga con il beneplacito di coloro che detengono il potere.

Tuttavia so che mai, per nessun motivo mai, avrei l’arroganza di imporre a chi che sia la mia visione del mondo, ancorché fondata su concetti psicologici, filosofici e storici di riconosciuta fondatezza.

Non mi sentirei di indicare chi, secondo il mio personalissimo giudizio dovrebbe essere considerato Senex e Statico e chi invece Puer e Dinamico. Né mi sentirei di sfiduciare il futuro della coscienza umana giudicandola incapace di arrivare, prima o poi, ad una autentica soluzione democratica di tutti i nostri problemi. E, infine, non permetterei che una tale visione fosse strumentalizzata per accreditare un partito politico anziché un altro. Ogni terapeuta, in quanto uomo, è legittimato a formarsi una propria visione politica, ma non credo che questa possa o debba essere propagandata forzando le coscienze di chi non ha gli strumenti per resistere al fascino dell’autorità intellettuale.

Nel nostro lavoro di terapeuti, tutti noi incontriamo continuamente fascisti e comunisti, atei, cattolici e spiritualisti, eterosessuali e omosessuali, romanisti e laziali.

Sarebbe svilente se usassimo il nostro potere conoscitivo e dialettico – che comunque resta discutibile – per convincerli della nostra soggettiva e solo presunta verità.

Il nostro compito deontologico non è quello di interpretare il mondo e spacciare verità che non possediamo. Né quello di indicare, a nostro arbitrario e insindacabile giudizio, quali siano i giusti convincimenti, ma lasciare che ogni paziente si orienti traendo da sé i propri giudizi. Credo che sul piano sociale dovrebbe essere la stessa cosa: noi potremmo anche essere convinti di riconoscere dei modelli psicodinamici nelle tensioni politiche attuali, ma non per questo dovremmo sentenziare a proposito di chi debba essere ritenuto “figlio” e chi “padre”.

Chi lo fa, rivela il proprio carattere violento e autoritario, che non è sminuito dal fatto di essere esercitato con eleganza dialettica.

Forse senza volerlo, ma è quello che Massimo Recalcati ha fatto.

Oltretutto falsificando, con la propria parzialità di sguardo, il fenomeno osservato. E se ci penso, due sono le alternative: o lo ha fatto in cambio di onore e fama che sempre sorridono a chi compiace il potere; oppure lo ha fatto in buona fede, in quanto fanatico difensore di una ideologia di potere, e allora questo non fa onore alla sua presunta intelligenza.

Ma è pur vero che intelligenza, cultura e morale non sono mai stati sinonimi.

 

 

 

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