L'inverno arabo

inverno-araboSmallE se ci fosse ancora una volta in gioco quel famoso “posto al sole”?

Quale può essere il minimo comun denominatore dietro il contemporaneo deflagrare di rivolte nei paesi arabi? Il petrolio sembra non essere, stavolta, il principale motivo che spinge America, Francia e Gran Bretagna a soffiare sul fuoco delle guerre civili mascherate da “rivoluzioni democratiche”. Azzardiamo allora un’ipotesi. 

Le speranze nutrite ingenuamente sulle “primavere arabe” se ne vanno in fumo insieme agli inestimabili documenti della spedizione di Napoleone bruciati alla fine di settembre nel Museo delle Scienze del Cairo.

Che le rivolte popolari contro i governi autoritari e militari dei paesi del Mediterraneo sudorientale avrebbero portato al potere (o comunque scatenato e reso impunite) orde di fanatici al posto delle oligarchie laiche precedenti era stato previsto da più di un commentatore. Ma la grande stampa nel dar le notizie segue sempre il principio del “chi paga l’orchestra decide la musica”, e dunque per tutta la durata delle “primavere arabe” giornali e TV hanno imbastito la balla delle “rivoluzioni democratiche”, gabellando masnade di mercenari armati dai servizi segreti americani, britannici e francesi (chissà, forse i conti in banca di questi e della “stampa libera” occidentale potrebbero riservare sorprendenti coincidenze nei numeri di provenienza dei bonifici a loro favore…) per una sorta di “resistenza popolare” contro “l’atroce oppressione” delle dittature militari. Dittature che – a ben vedere – rappresentavano forse l’ultimo residuo del sogno socialista-terzomondista degli anni Sessanta, con tutte le loro contraddizioni e le storture inevitabili in paesi di quella cultura. Ma pur sempre regimi laici, ideologicamente progressisti e sostanzialmente occidentalizzati.

E’ interessante notare come le “primavere arabe” non scoppino in paesi non meno dittatoriali ma alleati degli Stati Uniti, come l’Arabia Saudita o i vari emirati del Golfo Persico (qualcosa del genere c’era stata in Bahrein, ma là i carri armati del regime hanno schiacciato ogni velleità del popolo di dire la propria, proprio sotto gli occhi della base navale statunitense che ospita il comando della 5a Flotta). Vi è poi il fatto che le “primavere arabe” che finiscono in prima pagina nei media occidentali sono tutte inevitabilmente sunnite mentre quelle sciite – inevitabilmente filo-iraniane – siano derubricate a notizie di secondo piano o del tutto eclissate.

In questo panorama i più potrebbero aspettarsi un nuovo disastro petrolifero, come quello provocato nel 1973 dalla chiusura del Canale di Suez a causa dell’ennesima guerra arabo-israeliana o nel 1980 dalla guerra Iran-Iraq, con impennate nei prezzi del greggio, la cui area d’estrazione principale continua a restare il Medio Oriente e Suez uno degli snodi fondamentali del traffico di petroliere. Eppure chi di petrolio se ne intende è pronto a scommettere che non ci sono i presupposti per un nuovo picco: il sito di riferimento oil-price.net dà una forbice di previsioni per il 2013 che oscilla fra i 17$ di aumento o diminuzione a 52 settimane. Dunque nessun panico e contemporaneamente anche la prospettiva di un calo nel medio periodo con le stesse probabilità di un rialzo. Ne consegue che la situazione mediorientale – fra “primavere arabe” e venti di guerra fra Israele e Iran (con tutta probabilità alimentati da Tel Aviv e Teheran solo a chiacchiere per compiacere i rispettivi uditori) – non avrà un peso determinante nel procacciamento di greggio per il 2013.

E d’altronde non stiamo più negli anni Cinquanta e Sessanta del 20° Secolo. Allora le rivoluzioni anticoloniali nei paesi nordafricani avevano un segno del tutto differente: che le potenze coloniali fossero presenti in armi sul territorio o per interposta persona attraverso governi-fantoccio, le rivoluzioni popolari erano mosse da ideologia marxista, laica, progressista. C’era tanto di opportunista in questo, ma anche tanto di idealista, con ai due estremi personaggi come Gheddafi e Nasser, entrambi colonnelli alla guida dei colpi di Stato che portarono alla fine i regimi monarchici filo-inglesi di Libia ed Egitto. Istrionico, megalomane e camaleontico il primo, realista, patriota ed energico il secondo trovarono presto imitatori in Siria e Iraq con la nascita del partito Ba'th e la creazione di regimi socialisti autoritari di stampo progressista e in Tunisia, con la repubblica di Habib Bourguiba. Nasser inaugurò nel 1952 il primo dei colpi di Stato modernizzatori del Nordafrica. Come era stato quarant’anni prima per Mustafà Kemal Ataturk in Turchia, anche in Egitto la modernizzazione passava attraverso una dittatura militare e laica. Con la differenza che mentre Ataturk esprimeva un governo autoritario con forti analogie col Fascismo mussoliniano, le rivoluzioni nel dopoguerra guardavano come modelli alle esperienze vittoriose del Marxismo reale sovietico e cinese. Gheddafi in quel panorama rappresentava tutto sommato una eccezione, poiché nonostante la retorica anticoloniale – e dunque anti-italiana – portata avanti con le parole e coi fatti, attraverso l’espulsione degli ultimi 20 mila coloni italiani in Libia, esso deve considerarsi una sorta di creatura politica di Roma, sostenuto in Italia con lo scopo di “riconquistare” la Quarta Sponda sottratta nel 1943 da inglesi e americani e rivelatasi negli anni Cinquanta ricchissima di oro nero. Non casualmente i primi atti politici del governo del Colonnello furono la chiusura delle basi militari angloamericane, la nazionalizzazione dell’estrazione petrolifera e la cacciata degli italiani… seguita immediatamente dopo da accordi con l’ENI per l’invio di 1.800 tecnici e la spartizione fra Tripoli e l’EUR degli idrocarburi nel sottosuolo libico.

In una sorta di storia che si ripete per cicli, l’Italia conquistò la Libia – allora Tripolitania e Cirenaica – strappandola nel 1912 al macilento Impero Ottomano e attirandosi l’odio di inglesi e francesi. I quali – soprattutto i primi – sostennero fin dal 1913 la rivolta anticoloniale dei senussiti, una setta di fanatici mussulmani attiva nel Gebel cirenaico e che i britannici trovavano conveniente scatenare contro gli italiani piuttosto che vedersela attiva nel “loro” Egitto. La Libia allora non aveva altro valore che quello strategico – con la costituzione di un asse marittimo fra penisola italiana e Nordafrica – e l’unica prospettiva era la sua trasformazione in colonia di popolamento, con l’invio di emigranti per trasformarla lentamente in una regione italiana d’oltremare. Di petrolio ancora non se ne parlava. In ogni caso, l’esperienza coloniale italiana fu, com’è noto, schiacciata sotto i cingoli degli “Sherman” angloamericani nel 1943. Per frustrare qualunque velleità di Stalin di puntare a una spartizione delle colonie italiane in Africa e dei francesi di accaparrarsi parte della Libia, gli inglesi riuscirono a far affidare l’intera colonia (e non già la sola Cirenaica) a Idris dei Senussi, creando una monarchia-fantoccio che alle apparenti “riforme” e a una relativa tolleranza delle decine di migliaia di italiani (che d’altronde costituivano l’unica classe dirigente di quel paese, assolutamente indispensabile per il neo-sovrano) univa un regime sostanzialmente conservativo e statico. Londra iniziò a procurare a Idris i funzionari necessari a sostituire gli italiani, ai quali si prospettò lentamente la strada dell’esilio nell’antica madrepatria. Meno indolore fu invece la politica di Idris verso gli ebrei che – con la nascita di Israele nel 1948 – vennero sempre più in odio alla maggioranza mussulmana fino allo scatenamento di veri e propri pogrom e all’espulsione dell’intera comunità ebraica nel 1967. Ma Idris aveva con inglesi e americani un rapporto privilegiato – oltre ad aver dato loro basi militari rispettivamente a Tobruch e Wheelus Field e diritti di sfruttamento dei giacimenti – che consentiva a Londra e Washington di chiudere un occhio sulla non… perfetta rispondenza del governo senussita ai “valori democratici” dell’Occidente.

La scoperta del petrolio nell’ex Quarta Sponda riapriva però la partita per Roma, che dal 1943 si era ridotta a considerare come unico obbiettivo la salvaguardia della comunità di coloni ancora presente in Libia. Tuttavia in Italia molti ambienti erano ben disposti a perdere assieme alla guerra gli status symbol di potenza – considerati relitti di un’epoca chiusa e del “deprecato Ventennio” – ma non i suoi dividendi. Sbucò così la carta Gheddafi: durante il periodo d’incertezza sul destino della Libia seguito al colpo di Stato contro Idris, il rischio che il nuovo dittatore tripolino potesse seguire le orme del suo mentore Nasser e gettarsi fra le braccia di Mosca convinsero gli americani che tutto sommato era meglio che l’Italia mantenesse rapporti privilegiati con l’ex colonia piuttosto che ostacolarla secondo la tradizionale politica anglofrancese. A farne le spese, oltre che le compagnie petrolifere, sarebbe stata tutto sommato solo la Gran Bretagna. D’altro canto Roma e Tripoli si parlavano con due canali separati, corrispondenti ai due ministeri degli Esteri italiani: quello alla Farnesina (che doveva anche rispondere all’opinione pubblica e ai “tutori” internazionali dell’Italia postbellica) e quello al laghetto dell’EUR, l’ENI creato da Mattei e spregiudicatamente indipendente. Così, mentre Gheddafi cacciava via i militari e i petrolieri angloamericani e i coloni italiani (organizzando ai loro danni una vera e propria “via crucis” di vessazioni il cui scopo era vellicare l’opinione pubblica anticoloniale interna e internazionale) di tutte le compagnie petrolifere presenti sul suolo libico, l’unica a salvarsi dalla nazionalizzazione totale fu l’AGIP e la SNAM (gruppo ENI). Gli italiani da un lato venivano cacciati con i soli abiti addosso, dall’altro rientravano come ingegneri e tecnici, tanto più preziosi nel Mediterraneo in un periodo in cui il Canale di Suez chiuso per la guerra fra Israele ed Egitto aveva strangolato l’afflusso di greggio dal Golfo Persico. L’Italia insomma si era guadagnata la sua fornitura privilegiata di petrolio, al riparo dalle buriane della turbolenta penisola arabica e segnando dopo tanti anni un punto nella partita con francesi e inglesi per il dominio del mediterraneo. La politica di Mattei di cercare fonti di idrocarburi nei paesi post-coloniali con accordi equi con essi aveva dato i suoi frutti.

Che poi la guerra del 2011 – o meglio, l’operazione di pirateria internazionale contro Gheddafi condotta dalla NATO – fosse stata condotta in larga parte da Parigi, Londra e Washington nel tentativo di accaparrarsi quote della produzione petrolifera libica è un fatto che pochi si sentirebbero di smentire. Ma la lungimiranza dell’ENI ha senz’altro impedito il raggiungimento del risultato: troppo radicata è la presenza italiana in Libia – fatta di rapporti personali con le tribù, di infrastrutture, di conoscenza del territorio e delle usanze locali, anche di corruzione e di clientele, di know-how – perché nuovi soggetti possano sostituirsi a essa con facilità, e dunque per la seconda volta l’Italia è uscita da una crisi libica perdendo la faccia ma salvando la borsa. D’altronde che la fine di Gheddafi presto o tardi avrebbe condotto la Libia in una situazione di semi guerra civile era nell’aria: il paese (diviso fra Tripolitania e Cirenaica nel nord e nel deserto del Fezzan a sud) non è mai stato realmente unito, le diverse etnie e clan erano comunque destinati a scontrarsi per la successione, e quindi era chiaro che la presenza italiana nel paese avrebbe dovuto fare i conti con questa instabilità. Con o senza il pittoresco dittatore, l’estrazione di petrolio libico sarebbe rimasta largamente nelle mani delle aziende italiane. Insomma, questa come le altre “primavere arabe”, dalla Tunisia all’Egitto fino all’ultima guerra civile scatenata in Siria non sembrano davvero sconvolgere paesi in cui le multinazionali del petrolio hanno interessi vitali.

Naturalmente non tutte le decisioni politiche nel mondo dipendono dalle multinazionali del petrolio. E il deflagrare contemporaneo di rivolte popolari in alcuni paesi arabi spinge a pensare cosa possa unire fra loro situazioni apparentemente differenti. E’ pacifico che la diffusione di internet anche nella sponda sudest del Mediterraneo ha creato una rete di galvanizzazione di popoli largamente suggestionati dai movimenti islamisti come i Fratelli Mussulmani egiziani. Popoli finora tenuti sotto controllo dai regimi autoritari che stiamo vedendo cadere uno dopo l’altro mentre i media intonano peana a delle “rivoluzioni democratiche” che prima ancora d’essere concluse già mostrano la loro faccia reazionaria, fanatica e intollerante dietro la mascherata della “rivolta contro le tirannie”. Ma questa è la facciata, mentre dietro le quinte si agitano ben altri attori: i servizi segreti dei paesi occidentali (USA, Francia e Gran Bretagna e dei loro più solidi alleati arabi). Per quale motivo Washington dovrebbe favorire il crollo di un regime autoritario-laico rischiando l’ascesa di regimi demagogico-islamici? Forse la lezione dell’Afghanistan – dove l’appoggio alle milizie dei mujaheddin e dei talebani in funzione anti-sovietica e contro la repubblica democratica afgana che stava cercando di modernizzare il paese a tappe forzate – non è stata sufficiente? O ancora il pantano iraqeno, scatenato dopo l’assurdo e criminale intervento USA contro Saddam Hussein e che è sfociato con una guerra civile endemica senza fine.

Insomma, non ci vuole un genio per capire quali sono i possibili sbocchi delle rivolte arabe: la Tunisia sta rapidamente rivedendo i propri codici giuridici introducendo la shariah e abolendo numerosi pilastri del diritto laico di matrice europea. La Libia è in piena guerra civile. In Egitto il caos regna sovrano, con orde di fanatici scatenata contro i tesori artistici e culturali del paese, rei d’appartenere al “paganesimo”. In Siria bande di mercenari sostenute da francesi, inglesi e americani stanno portando il paese alla rovina, anche se la posizione geopolitica del paese non consente un intervento facile come in Libia. D’altro canto nel Golfo persico, dove i governi paesi rivieraschi sono tutti filo-americani (e soprattutto anti-iraniani) le rivolte sono state rapidamente sedate. Invece l’Iraq è in preda alla guerra civile e Algeria e Libano sono destabilizzati, a loro volta sull’orlo di nuovi conflitti intestini. Anche in Giordania e Marocco qualcosa di sinistro si muove, nonostante fino a qualche tempo fa le monarchie illuminate dei due regni fossero dipinte come beneamate dai rispettivi popoli. Cosa accomuna tutti questi paesi, oltre alla religione e alla lingua? Non il petrolio: in Libia ce n’è, ma Tunisia ed Egitto sono poveri di idrocarburi. Non l’alleanza con gli Stati Uniti: in Barhein le rivolte sono state sedate mentre in Egitto, altrettanto alleato dell’America, invece hanno condotto alla fine della dittatura di Mubarak. Di sicuro alcuni aspetti di geopolitica: colpendo la Libia si potevano colpire gli interessi economici italiani, colpendo la Siria si possono colpire quelli politico-militari russi. Eppure questo discorso non vale per Tunisia ed Egitto.

Proviamo ad azzardare un’ipotesi: confrontiamo le carte geografiche del progetto DESERTEC e quelle della primavera araba. Nel primo decennio del secolo il gruppo industriale del consorzio DESERTEC ha iniziato a progettare una rete di centrali solari a concentrazione termica (non pannelli fotovoltaici, ma collettori di calore solare) in tutto il Nordafrica e il Medio Oriente, con l’obbiettivo di raggiungere il 25% del fabbisogno di energia europea entro il 2050. I principali elettrodotti sarebbero dovuti passare per Marocco via Gibilterra, per Libia e Tunisia via Sardegna e per Giordania e Siria via Turchia. Il progetto era stato sviluppato fra 2004 e 2007 in Germania ed era partito nel 2009, sempre nel paese mitteleuropeo, raggruppando un nutrito consorzio di imprese. Nel 2010 inizia la primavera araba e la Germania è il paese che meno si impegna, tanto che nella guerra contro Gheddafi è uno dei pochi a manifestare (sempre nelle more di una politica estera mutilata dopo la Seconda guerra mondiale per Berlino) una chiara ostilità all’aggressione della NATO. Forse non c’è alcun rapporto fra i due fenomeni. Ma le coincidenze, comunque fanno pensare.

E non sembra che dopo questa falsa “primavera” araba possa seguire un’estate che scaldi col suo sole l’intera area Euro-mediterranea.

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