Mafia, Camorra e ‘n’Drangheta: i più indovinati prodotti dell’Unità Nazionale

9 lancieri-contro-briganti

Dapprima strumento di potere dell'aristocrazia, le Mafie trovarono fertile coltura nell'Italia post-unitaria

Risorgimento, sistema Parlamentare e Stato fortemente centralistico hanno definitivamente dirottato l’evoluzione storico-sociale delle Regioni del Mezzogiorno verso il modello deteriore e sottosviluppato che conosciamo. Non solo il Meridione era dotato di maggior ricchezza e mezzi produttivi poi inesorabilmente liquidati, ma con l’Unità Nazionale cambiò profondamente il rapporto del cittadino con le Istituzioni dello Stato.

Non sarebbe corretto far partire la storia della criminalità organizzata dall’Unità d’Italia, perché prima di allora già esistevano nella struttura feudale del Meridione modesti germi di quella sanguisuga che avrebbe dissanguato l’Italia Unita succhiandole, costantemente e fino ad oggi, una gran fetta di PIL.

Ma si trattava di costumi arcaici che, anziché scomparire con quella struttura, vennero rinforzati dal processo unitario, soprattutto per l’incoscienza e l’incompetenza dei nuovi governanti piemontesi e dei loro metodi oppressivi.

Risorgimento, Stato fortemente centralistico e sistema Parlamentare hanno definitivamente dirottato l’evoluzione storico-sociale delle Regioni del Mezzogiorno verso il modello deteriore e sottosviluppato che conosciamo.

Non solo il Meridione era dotato di maggior ricchezza e mezzi produttivi poi inesorabilmente liquidati, ma con l’Unità Nazionale cambiò profondamente il rapporto del cittadino con le Istituzioni dello Stato.

È appunto  in quel momento storico che si evidenzia il conflitto palese tra questa criminalità e il nuovo Stato, con conseguente appoggio della popolazione più umile alla “Mafia”, che inizia a crescere e ad organizzarsi in modo rigido.
Quella che oggi conosciamo col nome di Mafia altro non fu che lo strumento di potere delle classi dominanti, dei proprietari, ricchi borghesi o famiglie col blasone con terre al sole e ramificazioni dentro le alte cariche dello Stato e degli Enti Locali.

"L’Unità d’Italia rafforzò nel Mezzogiorno un processo di fine della struttura feudale delle campagne, nel momento in cui l’economia veniva integrata, seppure faticosamente, a quella del resto del Paese. Come è già stato accennato, il nuovo governo piemontese si sovrappose infatti ad una struttura sociale meridionale già per molti aspetti affermata in modo originale nel tessuto sociale, senza riuscire ad interagire positivamente con essa. Conseguenza di questi cambiamenti fu che nelle campagne i grossi latifondisti, che avevano detenuto interamente il potere fino a quel tempo, cominciarono ad aver bisogno sempre più di qualcuno che garantisse loro un controllo effettivo delle proprietà, sia per difendersi dal brigantaggio, sia per resistere alle nascenti pretese delle classi contadine per una più equa distribuzione del prodotto del loro lavoro.
Questo ruolo, che in altri paesi ed anche in altre zone d’Italia fu tipicamente un compito affidato alla classe borghese imprenditoriale, aiutata nella sua affermazione dallo stato liberale, venne assunto da alcuni personaggi che presero il nome di “campieri” (perché controllavano i campi) o “gabelloti”, in quanto riscuotevano, per conto del padrone, le “gabelle”. Quindi, fin dal principio, la mafia si delinea come un’organizzazione che assume dei ruoli pubblici per eccellenza, che altrove sono di competenza dello Stato". (Clemente Russo, “Storia della mafia nel Mezzogiorno d’Italia).

Gli Enti Locali nella mafia trovavano il mezzo per difendere ed ampliare i loro interessi, accrescere le fortune economiche e, col controllo sulle popolazioni soggezionate, accrescere anche la fetta di gestione politica e di potere. E si trattava, allora come oggi, di finalità razionalissime che prevedevano l’impiego di metodologie e di mezzi approntati e selezionati con cura. A cominciare dal personale reclutato e dal suo livello d’impiego: quello militare, quello finanziario e quello destinato alla gestione del potere pubblico in funzione privata.

9 campieri-e-mafiosiAvevano torto quegli autori che nei primi decenni di Unità Nazionale pensavano alla mafia come ad un fenomeno senza contorni, quasi uno stato d’animo. Una definizione fuorviante fornì ad esempio il deputato Romualdo Bonfardini alla Commissione d’inchiesta parlamentare sulle condizioni della Sicilia, nominata nel 1875:
“La mafia non è una precisa società segreta, ma lo sviluppo ed il perfezionamento della prepotenza, diretta ad ogni scopo di male.»
Sappiamo che non è così: la mafia è una precisa società segreta alla quale si aderisce in piena coscienza, addirittura attraverso arcani rituali d’iniziazione. Anche sull’affermazione la mafia essere diretta ad ogni scopo di male, ci fu una presa di posizione critica espressa da Napoleone Colajanni:
“spessissimo il mafioso è persona assai laboriosa, che ci tiene a trarre i mezzi di sussistenza dal proprio lavoro (...) il furto, la rapina, lo scopo economico del delitto sono proprio di una mafia degenerata.»
È  falso anche questo: oggi si ha coscienza che la finalità primaria della mafia è l’interesse economico e l’acquisizione del potere assoluto sulle comunità sulle quali intende avere competenza territoriale. Certo, la mafia, nella ricerca di una sua legittimità spendibile, ha fatto credere di essere stata in origine un fenomeno sano e positivo.
“La mafia di una volta, quella sì...» - è detto ancora oggi in Sicilia da alcuni anziani. Ma è un inganno al quale concorre la stessa mafia, in cerca di legittimazione e addirittura di consenso.

I Borboni, immeritatamente vituperati da persistente propaganda politica, rilanciata ancora oggi da tanta storiografia di parte, erano circondati da consenso e condivisione, i Savoia al contrario rimasero lontani, tirannici, parassitari, incapaci di capire l’identità culturale dei nuovi cittadini italiani, in definitiva mandanti di azioni di repressione e di guerra brutali ed eccessive contro istanze che rilette oggi si presentano plausibili e giustificate.

Nel latifondo la mafia era rappresentata tout court dai soprastanti, più spesso dai campieri e dai loro picciotti. Quando c’erano briganti, la mafia faceva in modo di allearseli con lo scopo di accrescere la sua potenza e disporre di un ulteriore braccio esecutivo per consumare vendette, ridurre e mettere fuori gioco rivali e nemici. I picciotti venivano reclutati tra i villani, ma la scelta ricadeva solo su chi dava prova di saper delinquere con temerarietà e coraggio. I picciotti erano spesso l’anello di congiunzione tra mafia e brigantaggio perché talvolta non erano dei semplici mafiosi, bensì dei latitanti.

I picciotti erano un altro problema per i contadini - si trattava di dovere sfamare anch’essi, - ma nel contempo costituivano un modello, una stretta via d’uscita dalla condizione d’irreversibile miseria. Altra soluzione praticata per sfuggire alla durezza del latifondo era l’emigrazione a Tunisi o in America. Diventare picciotto, affiliato cioè di mafia, nel gradino più basso, non era facile, occorrevano dei titoli e delle caratteristiche professionali. I titoli si acquisivano sul campo dimostrando di possedere tre qualità: pettu (coraggio), tuba o panza (saper tenere i segreti) ed essere amico dei briganti.

Di un buon campiere poi si diceva che aveva già uno o due cuoi al sole, aveva cioè già ucciso una o due persone. I campieri si ponevano al centro di una mediazione tra mondo agricolo della produzione, proprietari e gabellotti, e il variegato mondo della latitanza, picciotti e briganti veri e propri.

Il Brigantaggio

Il brigantaggio fu un fenomeno discontinuo, sorto e sviluppatosi in determinate condizioni storiche: ha conosciuto vere esplosioni di grande impatto e periodi di diminuzione e addirittura di scomparsa.
Alla stessa stregua della mafia, anche il brigantaggio trasse linfa dalla rivoluzione garibaldina. La mafia, che non esisteva prima dell’Unificazione, ebbe una rapida e generalizzata diffusione soprattutto nella Sicilia occidentale. Attraverso l’adesione ad essa si conseguiva la ricchezza, non si doveva rinunciare a permanere nell’ambiente di sempre e la stessa violenza esercitata non era rivolta contro le Istituzioni, la mafia cioè non aveva finalità eversive o rivoluzionarie.

Il tratto distintivo della violenza mafiosa fin dal suo primo sorgere era appunto questa capacità di operare all’interno del sistema e di porsi al servizio di interessi dominanti, ricevendone in compenso protezione e servizio.»
Come si vede l’uso politico, lucido e determinato, della mafia era già stato collaudato. Diverso invece era il discorso relativo al brigantaggio dove si coagulavano istanze che avevano una confusa pulsione politica e ribellistica ad opera delle sole classi subalterne. Le bande nate nei decenni dopo il 1860 avevano due modelli organizzativi: ce n’erano di associate permanentemente e di quelle che si riunivano solo per il tempo sufficiente per portare a termine i delitti, i furti, le rapine, gli abigeati, i sequestri, gli assalti alle diligenze, gli assalti ai monasteri, le vendette.

Il fenomeno fu talmente vasto e ramificato da connotarsi come scontro oltre che militare, anche sociale, tra popolazione isolana e Stato, in modo del tutto assimilabile al banditismo che si sviluppo nel ‘900 dopo le due guerre mondiali.

Si suole collocare l’epoca di maggior virulenza del brigantaggio postunitario nel quindicennio di governo della Destra storica, individuando poi la sua “epoca d’oro nel primo quinquennio degli anni ‘70. In effetti il banditismo postunitario cessò di essere un fenomeno diffuso ed organizzato a cominciare dal 1877.

9 briganti

Va specificato che il banditismo siciliano, ancorché legato ad istanze di tipo larvatamente politico rivoluzionario, si diversificò in modo netto dal restante banditismo dell’Italia Meridionale che si presentava più centralizzato nella direzione e dov’erano presenti e più spiccati i motivi del legittimismo borbonico.

In Sicilia lo scontro con il nuovo Stato unitario avvenne soprattutto sul piano della renitenza alla leva, incomprensibile per i contadini, per i quali la distrazione di braccia dai lavori agricoli significava un ulteriore peso economico. E poi il governo si prendeva i giovani contadini avvezzi al duro lavoro e li restituiva - questo veniva affermato con convinzione dai vecchi - oziosi e incapaci di riadattarsi ai vecchi ritmi di lavoro.

E comunque il problema oltre che culturale era certamente anche sociale, ma lo Stato Sabaudo non seppe andare ad una composizione, preferendo lo scontro. E lo scontro fu durissimo a partire dalle stesse cifre della renitenza: nel 1863 i renitenti in Sicilia furono 26.225.

A ben vedere si trattò dell’organico di un esercito e anche se le cifre ad una successiva stima risultarono gonfiate, si può ben comprendere la gravità dello scontro sociale in atto.
Così la Sicilia venne messa sotto legge marziale dal mediocre e borioso generale piemontese Govone che concesse ai suoi ufficiali la facoltà di fucilare la gente sul posto. Venne preferita infatti la repressione sommaria e dura, arrestando la gente senza processo ed usando anche la tortura per vincere l'omertà.

Le repressioni non colpivano selettivamente ma anche la semplice renitenza alla leva provocava durissime ritorsioni contro la popolazione di interi villaggi che venivano privati dell'acqua potabile. Scrive il Correnti nella sua Storia della Sicilia che ad un giovane sarto palermitano, Antonio Cappello, sordomuto dalla nascita, vennero inferte 154 bruciature con ferri roventi perché ritenuto simulatore dagli ufficiali piemontesi della visita di leva. Alla fine del periodo si contavano oltre 2500 morti e la condanna di quasi tremila banditi.

Ciò che di fatto mancava alla Sicilia allora come nel passato era una classe borghese colta e “illuminata” che sapesse cogliere le occasioni migliori; al suo posto invece c'era una nuova classe politica fatta di opportunisti e "nuovi ricchi" al servizio dei notabili piemontesi alleati a quella parte di aristocrazia sonnolenta che viveva sperperando le rendite del latifondo. Nel carattere dei siciliani si avvertiva l'influenza di oltre quattrocento anni di dominazione spagnola e non c’era stata in Sicilia alcuna rivoluzione francese a cambiare le cose e l’Inquisizione era stata abolita, in ritardo, solo mezzo secolo prima.

1866:

la ribellione di Palermo allo Stato Unitario

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Palermo, la quarta città d’Italia, che aveva accolto Garibaldi come un liberatore dopo solo 5 anni di governo unitario, si ribellò. 5 anni che avevano provocato in tutta la Sicilia una feroce crisi economica, dovuta principalmente alla difficoltà del passaggio forzoso e troppo rapido da una economia campagnola di tipo feudale, al capitalismo. Inoltre tutta la sinistra che aveva creduto in Garibaldi e nelle sue idee repubblicane, aveva subito una tal delusione dall’avvento di una nuova monarchia, per di più “straniera”, da divenire intransigente ed estremista.
Dopo il colorato prologo descritto, con la solita genialità, da Camilleri, e di cui gli studenti italiani nulla hanno mai saputo dai libri di scuola, i ribelli riuscirono a sollevare l’intera popolazione. La ribellione fu imponente, fonti governative parlano di 35-40 mila uomini armati il cui malcontento venne presto incanalato da alcune forze politiche che sfruttarono la situazione economica disastrosa e la debolezza dello Stato savoiardo che, dopo le sconfitte di Custoza e di Lissa, sembrava dovesse perdere quella che poi venne chiamata la terza guerra d’indipendenza
Nella rivolta di Palermo insorsero contemporaneamente e di concerto sia l’opposizione di estrema destra che quella di estrema sinistra. Obiettivo dei nobili e del clero era la restaurazione borbonica e clericale, con il recupero dei vecchi privilegi, mentre la sinistra estrema tendeva ad instaurare uno stato repubblicano di tipo mazziniano. Tale strano connubio si concretizzò in una giunta rivoluzionaria con un presidente borbonico, il principe di Linguaglossa, ed un segretario mazziniano, Francesco Bonafede. Non sapremo mai come sarebbe finito questo “inciucio” perché la repressione delle forze del Regno d’Italia fu feroce e la rivolta fallì dopo sette giorni e mezzo, durante i quali Palermo restò in mano ai rivoltosi (da qui il nome “sette e mezzo”). Ma grazie ai 40.000 soldati e ad un cannoneggiamento a tappeto ordinato dal generale Cadorna, i sabaudi ebbero ragione dei rivoltosi. Morti e prigionieri furono molte migliaia e fu subito chiaro che la situazione era critica e l’unità nazionale in pericolo.
Malgrado ciò i Savoia non cambiarono atteggiamento: dopo aver soffocato la rivolta andarono avanti con la repressione e lo sfruttamento. L’odio iniziò a montare, divenne abitudine, con i risultati che ancor oggi paghiamo.

 

La rivolta del “sette e mezzo”

“Una tinta mattinata del settembre 1866, i nobili, i benestanti, i borgisi, i commercianti all’ingrosso e al minuto, i signori tanto di coppola quanto di cappello, le guarnigioni e i loro comandanti, gli impiegati di uffici, sottuffici e ufficiuzzi governativi che dopo l’Unità avevano invaso la Sicilia pejo che le cavallette, vennero arrisbigliati di colpo e malamente da uno spaventoso tirribllio di vociate, sparatine, rumorate di carri, nitriti di vestie, passi di corsa, invocazioni di aiuto.
Tre o quattromila viddrani, contadini delle campagne vicino a Palermo, armati e comandati per gran parte da ex capisquadra dell’impresa garibaldina, stavano assalendo la città.
In un vìdiri e svìdiri, Palermo capitolò, quasi senza resistenza: ai viddrani si era aggiunto il popolino, scatenando una rivolta che sulle prime parse addjrittura indomabile. Non tutti però a Palermo furono pigliati di sorpresa. Tutta la notte erano ristati in piedi e viglianti quelli che aspettavamo che capitasse quello che doveva capitare. Erano stati loro a scatenare quella rivolta che definivano “repubblicana”, ma che i siciliani, con l’ironia con la quale spesso salano le loro storie più tragiche, chiamarono la rivolta del “sette e mezzo”, ché tanti giorni durò quella sollevazione.
E si ricordi che il “sette e mezzo” è magari un gioco di carte ingenuo e bonario accessibile pure ai picciliddri nelle familiari giocatine di Natale.
Il generale Raffaele Cadorna, sparato di corsa nell’Isola a palla allazzata, scrive ai suoi superiori che la rivolta nasce, tra l’altro, “dal quasi inaridimento delle risorse della ricchezza pubblica”, dove quel “quasi” è un pannicello caldo, tanticchia di vaselina per far meglio penetrare il sostanziale e sottinteso concetto che se le risorse si sono inaridite non è stato certamente per colpa degli aborigeni, ma per una politica economica dissennata nei riguardi del Mezzogiorno d’Italia”.
(Andrea Camilleri, Biografia del figlio cambiato, Edizioni Rizzoli - La Scala)

Mafia e brigantaggio

Come si vede l’uso politico, lucido e determinato, della mafia era già stato collaudato.

Diverso invece era il discorso relativo al brigantaggio dove si coagulavano istanze che avevano una confusa pulsione politica e ribellistica ad opera delle sole classi subalterne. Le bande nate nei decenni dopo il 1860 avevano due modelli organizzativi: ce n’erano di associate permanentemente e di quelle che si riunivano solo per il tempo sufficiente per portare a termine i delitti, i furti, le rapine, gli abigeati, i sequestri, gli assalti alle diligenze, gli assalti ai monasteri, le vendette. Il fenomeno fu talmente vasto e ramificato da connotarsi come scontro oltre che militare, anche sociale, tra popolazione isolana e Stato, in modo del tutto assimilabile al banditismo che si sviluppo nel ‘900 dopo le due guerre mondiali.

Si suole collocare l’epoca di maggior virulenza del brigantaggio postunitario nel quindicennio di governo della Destra storica, individuando poi la sua “epoca d’oro nel primo quinquennio degli anni ‘70. In effetti il banditismo postunitario cessò di essere un fenomeno diffuso ed organizzato a cominciare dal 1877.

Va specificato che il banditismo siciliano, ancorché legato ad istanze di tipo larvatamente politico rivoluzionario, si diversificò in modo netto dal restante banditismo dell’Italia Meridionale che si presentava più centralizzato nella direzione e dov’erano presenti e più spiccati i motivi del legittimismo borbonico.

In Sicilia lo scontro con il nuovo Stato unitario avvenne soprattutto sul piano della renitenza alla leva, incomprensibile per i contadini, per i quali la distrazione di braccia dai lavori agricoli significava un ulteriore peso economico. E poi il governo si prendeva i giovani contadini avvezzi al duro lavoro e li restituiva - questo veniva affermato con convinzione dai vecchi - oziosi e incapaci di riadattarsi ai vecchi ritmi di lavoro. E comunque il problema oltre che culturale era certamente anche sociale, ma lo Stato Sabaudo non seppe andare ad una composizione, preferendo lo scontro. E lo scontro fu durissimo a partire dalle stesse cifre della renitenza: nel 1863 i renitenti in Sicilia furono 26.225. A ben vedere si trattò dell’organico di un esercito e anche se le cifre ad una successiva stima risultarono gonfiate, si può ben comprendere la gravità dello scontro sociale in atto.
9 carabinieri-e-mafiosiAltre cause di ribellione al nuovo Stato furono l’estensione della Legge Pica, pensata quale strumento per combattere il brigantaggio dell’Italia meridionale (si ricordi l’allucinante ordine del mediocre e borioso generale piemontese Govone: “Arrestare tutti quelli che si incontrano per la campagna all’età apparente del renitente o col viso dell’assassino, circondando i paesi e facendo perquisizioni di massa” e la Legge di Polizia con l’abusato impiego dell’istituto dell’ammonizione e del domicilio coatto. Per fare un esempio nella sola provincia di Palermo nel 1866 gli ammoniti erano in numero di 5.000. Il brigantaggio isolano fu così fomentato per un lungo periodo da un circolo vizioso: lo Stato alimentava il brigantaggio mentre lo combatteva.
Tuttavia l’affermazione che nel 1877 il banditismo cessò di essere un fenomeno diffuso, con rilevante valenza sociale, e che con l’avvento della sinistra al governo del giovane Regno sia stato debellato, si scontra con la constatazione che nel decennio di maggiore gloria di Francesco Paolo Varsalona, autentica stella del brigantaggio siciliano, oltre che lui operavano nello stesso territorio o in posizione appena contigua altri illustri e valenti professionisti della latitanza: tra questi Melchiorre Candino, il famigerato Mirto e la banda Collotti.

L’imponenza del fenomeno è altresì testimoniato da grandi processi, che si celebrarono ancora nei primi anni del nuovo secolo, la verità essendo dunque che il brigantaggio dopo il 1877 preferì adottare il modello della piccola banda mobile che si scioglieva finito lo scopo dell’assembramento.

Non era cioè più praticabile, né conveniente, organizzare il grande assembramento stabile avvistabile negli spostamenti e perciò obbligato a scontrarsi in campo aperto con le squadriglie mobili degli agenti di Pubblica Sicurezza, di Reali Carabinieri e di reparti dell’Esercito. Ma nonostante l’adozione di questa struttura leggera il brigante era in grado di reggere il territorio come un monarca che emanava leggi e imponeva tributi, creando così un vero stato nello stato.

Quanti dei problemi sorti all’indomani della rivoluzione garibaldina sono stati affrontati e risolti dallo Stato Unitario?

Non vi è dubbio che molte aspettative furono deluse prestissimo, ne fanno fede la rivolta e la feroce repressione di Bronte, i moti del 1866, l’esplosione dei fasci dei lavoratori del 1892/93 e lo stesso brigantaggio, che anche se non era consapevole di esercitare una resistenza politica, pure era il prodotto di un’evidente incapacità gestionale dello Stato sardo-piemontese.
Il centralismo attuato con subitanea brutalità fu uno dei fattori scatenanti del brigantaggio e della mafia che gli sopravvisse per la sua insidiosa natura trasformistica e filogovernativa.
Il brigantaggio e perciò anche la mafia trasse linfa e innumerevoli adepti dalla decisione garibaldina di introdurre subito dopo l’unificazione la chiamata obbligatoria di leva, ignorando secoli di consuetudine diversa.
Era noto che la Sicilia godeva di antichissimo privilegio dell’esenzione dalla coscrizione, perciò la sua soppressione doveva essere quantomeno graduale. Gli eccessi a tal riguardo non mancarono e furono dettati nella maggior parte dei casi dal pregiudizio secondo cui la missione dei Reali Carabinieri e dell’esercito piemontese era di asservire la Sicilia alle rigide direttive centrali nel modo più brutale ed insensato.

Capitò che - nella totale sfiducia nelle buone ragioni dei siciliani - le autorità sanitarie e militari dell’Ospedale Militare di Palermo infliggessero ad un giovane sordomuto ben “centocinquantaquattro bruciature di ferro rovente” nel tentativo di farne una recluta. La sofisticata terapia tentò di smascherare quello che fu creduto un caso di simulazione; ovviamente quando i perspicaci e tenaci medici del reclutamento si arresero fu troppo tardi: il corpo del coscritto Antonio Cappello si presentava penosamente ricoperto di ustioni. L’enormità dell’atto sembrò agli stessi medici con le stellette difficilmente confessabile e così diagnosticarono delle improbabili revulsive superficiali volanti.

La nostra storia repubblicana ha protratto, in alcuni casi addirittura aggravato, gli errori della prima fase unitaria. La mafia rozza e violenta e una parte considerevole della classe dominante siciliana, hanno sempre retto il gioco e offerto gli strumenti per il lavoro sporco, alle “menti raffinatissime” dello Stato centrale. Gli intrighi più devastanti ed insidiosi sono nati nei santuari del potere politico-economico di Roma e di Milano e non certamente a Palermo.

 

Nella coscienza dei siciliani dunque cresceva un atteggiamento di insofferenza nei confronti dei nuovi arrivati man mano che diveniva chiaro che anche gli eccessi commessi dagli stessi Carabinieri - che pure all’inizio erano stati accolti con rispetto e ammirazione - non venivano mai puniti, agendo questi in regime di sostanziale impunità.
Le inciviltà dei militari vennero con forza denunziate in Parlamento dall’ex Ministro del Re Filippo Cordova. Successivamente analoga e più incisiva denuncia fece il parlamentare Diego Tajani che sarebbe diventato Ministro di Grazia e Giustizia. Con passione e coraggio Tajani fece scoppiare un caso in Parlamento. Era l’11 Giugno del 1875 e Tajani diede da subito la sensazione di avere più di un sassolino nelle scarpe, perché lui stesso era stato vittima di decisioni maldestre e di uomini corrotti:
“Dal 1860 al 1866 fu un continuo offendere abitudini secolari, tradizioni secolari, suscettibilità, anche puntigliose, se vuolsi di popolazioni vivaci, espansive e che erano disposte a ricambiare con un tesoro di affetti un governo, che avesse saputo studiarle e conoscerle... alla Sicilia è stata aperta la via ad ogni maniera di arricchire, se si voglia, ma le si è spianata la via verso la propria corruzione. Le si è imbellettato il viso, lasciate che io lo dica, ma le si è insozzata l’anima!»
Altrettanto invisa ai siciliani fu la questione tributaria, nuovi balzelli e infiniti scandali che davano la misura della corruzione possibile, tollerata e addirittura commissionata dal nuovo Stato.
A proposito della rivolta del 1866 l’Onorevole Tajani all’interno dello stesso discorso parlamentare denunciò:
“Dopo la rivolta vi fu un diluvio di disposizioni cozzanti tra di loro; vennero i tribunali militari, i quali fecero sterminato numero di processi e quando la posizione era compromessa e che la giustizia dei tribunali civili doveva riuscire difficilissima, se non impossibile, si annullarono ad un tratto i tribunali militari ed i tribunali civili ne rimasero imbarazzati; e così ne rimase esautorata la giustizia militare e la giustizia civile!»

La constatata paralisi della giustizia indusse il governo a praticare una scorciatoia: mandare ancora un generale, il generale Medici che “per restaurare l’imperio della legge violò tutte le leggi; per restituire la fiducia nella giustizia affidossi all’iniquità".
9 ammazzatinaScorretto fu dunque l’approccio dei nuovi governanti, inadeguata la risposta del Mezzogiorno e della Sicilia sia nelle sue componenti popolari, scusabili per l’arretratezza sociale e culturale, che nelle sue classi dominanti (scarsamente dirigenti), dominati per diritto di nascita feudale o per appartenenza di cosca, di “camerilla”, come appunto dicevano quegli autori, contemporanei del brigante del quale ci siamo proposti di ricostruire la vicenda, che s’intrecciò con quella di altri briganti direttamente coinvolti negli intrallazzi della politica.

Del brigante Candino si sapeva che fu “la principale forza elettorale governativa in qualche collegio della provincia di Palermo,» mentre del mafioso Petrilli si diceva che “con trentadue processi era al servizio della polizia".

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*di Vito Lo Scrudato è appena uscito il volume “Varsalona, l’ultimo brigante. Nel latifondo siciliano tra ‘800 e ‘900”  Vittorietti, Palermo 2010.
Vi si realizza un bilancio negativo per la Sicilia, a 150 anni dall’Unità Nazionale.

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