Il mito di Pietro a Roma

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Sulla Pietra, la Chiesa: un mito apostolico romano

Per secoli nessuno ha mai osato mettere in dubbio che San Pietro fu il primo Vescovo di Roma e qui venne martirizzato sotto la persecuzione di Nerone del 64 d.C.
Pochi tuttavia sanno che non esistono prove storicamente e filologicamente sostenibili che ciò sia avvenuto, che tutta la tradizione che ha tramandato tale venuta si è formata oltre un secolo dopo i fatti e che in Turchia e Siria esiste una tradizione ugualmente solida che attesta che Pietro operò tra la Palestina e la Siria, dove morì come Vescovo di Antiochia.

Il mito del soggiorno di Pietro a Roma nacque tardivamente, almeno 150 anni dopo la morte di Gesù, e venne costruito a tavolino per affermare il traballante primato del Vescovo di Roma sulle altre diocesi dell’Impero. 

Come spiegare allora un fatto dato per certo dalla totalità dei cattolici?
Semplicemente approfondendo la questione del primato del vescovo di Roma.
Una questione che nasce da lontano, ma che è alla base della legittimazione del Vaticano che ha fondato tutto il suo magistero sulla Successione Apostolica.

Dottrina ed “eresie”

Partiamo da una premessa sostanziale: fino algli albori del non esisteva un “papa” ma solo dei “vescovi. 
Il concetto di “papa” come lo intendiamo oggi nasce al tempo dei Longobardi e poi dei Franchi, tra il 700 e l’800, quando per legittimare la sovranità sulla cristianità ed il potere temporale la Chiesa fabbricò addirittura un falso: “la donazione di Costantino”. 

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Nel I, II e III secolo in tutto il mondo civilizzato le religioni, ebraismo e cristianesimo inclusi, erano gestite localmente. Come non esisteva un capo assoluto che avesse autorità su tutti templi di Iside, o di Cibele, o di Apollo sparsi per l’Impero, non esisteva alcun vescovo cristiano che avesse autorità sugli altri vescovi.
Men che mai quello che stava a Roma. Fino a quando gli imperatori ebbero come base l’Urbe i Vescovi romani tennero un profilo piuttosto basso, poi quando l’asse dell’impero si spostò ad oriente quella di Roma benché prestigiosa fu una diocesi considerata di pari autorevolezza di quelle di Alessandria, Antiochia, Gerusalemme.
Tuttavia l’auctoritas del capo della diocesi romana sembrava promanare da quella dell’Urbe stessa e poteva rappresentare un faro unitario che potesse difendere una dottrina comune dalle numerose interpretazioni che sorgevano ai quattro angoli dell’impero: fu per questo che i vescovi romani, mentre tentavano di imporsi agli altri vescovi, dovettero trovare qualcosa in grado di legittimare quella che, per i tempi, era una vera e propria rivoluzione: l’istituzione di una gerarchia piramidale.

Eresia e giurisdizione erano in realtà due facce della stessa medaglia: gerarchia e dottrina unica ed omogenea furono i due fattori indispensabili per costruire il potere temporale della Chiesa di Roma, che tuttavia necessitava di essere legittimato da un fatto concreto che nel II secolo era ancora assente dalla tradizione e dalla letteratura e che a lume di logica era del tutto inverosimile.

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La Donazione di Costantino

il più celebre falso della Curia Romana, certificato fin dal XV secolo.

Il“Constitutum Constantini”, è un documento apocrifo conservato in copia nelle Decretali dello Pseudo-Isidoro (IX secolo) e, come interpolazione, in alcuni manoscritti del Decretum di Graziano (XII secolo), che pretende di riprodurre un editto emesso dall’imperatore romano Costantino I e risalente al 313. Con esso, l’imperatore avrebbe concesso al papa Silvestro I e ai suoi successori il primato sui cinque patriarcati (Roma, Costantinopoli, Alessandria d’Egitto, Antiochia e Gerusalemme) e attribuirebbe ai pontefici le insegne imperiali e la sovranità temporale su Roma, l’Italia e l’intero Impero Romano d’Occidente.
La donazione venne utilizzata dalla Chiesa nel medioevo per avvalorare i propri diritti sui vasti possedimenti territoriali in Occidente e per legittimare le proprie mire di carattere temporale ed universalistico.
Nel documento si attestava:
«In considerazione del fatto che il nostro potere imperiale è terreno, noi decretiamo che si debba venerare e onorare la nostra santissima Chiesa Romana e che il Sacro Vescovado del santo Pietro debba essere gloriosamente esaltato sopra il nostro Impero e trono terreno. Il vescovo di Roma deve regnare sopra le quattro principali sedi, Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Gerusalemme, e sopra tutte le chiese di Dio nel mondo... Finalmente noi diamo a Silvestro, Papa universale, il nostro palazzo e tutte le province, palazzi e distretti della città di Roma e dell’Italia e delle regioni occidentali».
Peccato che alla presunta data della donazione Costantinopoli non fosse ancora stata fondata!
Comunque a tale documento si riferirono molti papi, il più scandaloso dei quali fu Alessandro VI Borgia, (nel 1.500!) che lo riesumò per giustificare il suo intervento nella disputa tra Spagna e Portogallo sul dominio delle Americhe.
Nel 1440 l’umanista italiano Lorenzo Valla, sulla scia delle pesanti perplessità già espresse pochi anni addietro dal filosofo Nicola Cusano, dimostrò in modo inequivocabile come la donazione fosse un falso.

 

I fatti storici

La leggenda del Carcere Mamertino

L’impossibile impronta lasciata da San Pietro su un architrave del Carcere Mamertino (VII secolo a.C.)

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Come tutti sanno la pena detentiva era sconosciuta al diritto romano, pertanto tale carcere era prettamente un luogo dove si conduceva chi doveva essere starngolato o decapitato, non certo comuni condannati “ad bestias” nei circhi. L’ambiente è relativamente angusto e collegato ad un piano sottostante attraverso una botola. L’attuale scala che collega i due piani è tardo medioevale.
È noto che in questo “buco” vennero gettati i cadaveri di prigionieri “illustri” come Vercingetorige e Giugurta, strangolati dopo aver sfilato in catene nel trionfo e che anche alcuni cittadini romani come Caio Gracco e, successivamente, i Catilinari vi subirono la stessa sciagurata sorte. Un luogo dove il gruppo numeroso dei cristiani, che dovevano essere nella peggiore delle ipotesi, alcune centinaia non aveva motivo giuridico di soggiornare, né ci sarebbe entrato fisicamente. Comunque, anche se così fosse stato, nessuno di essi avrebbe mai avuto accesso al piano inferiore, in cui si cadeva, ma da cui non si poteva risalire.
Tacito ci racconta che Nerone offrì lo spettacolo del supplizio dei cristiani “nei propri giardini e celebrava giochi nel Circo”. Possiamo a ragione supporre che i gruppi di Cristiani venissero rinchiusi, in attesa della fine, nei sotterranei del circo stesso. Ovviamente non sapremo mai se si trattasse del Circo Massimo o del circo privato che Seneca e Burro avevano fatto costruire per Nerone alle pendici del colle Vaticano.
Ma la seconda ipotesi è meno probabile, in quanto più che di un circo con infrastrutture e tribune si trattava di uno “spazio recintato”, giacché il suo scopo era proprio quello di impedire che Nerone si esibisse in pubblico alla guida dei suoi cavalli.
 

La tradizione cattolica vuole che Pietro sia venuto una prima volta a Roma, sotto Claudio. Di tale viaggio non c’è traccia negli “Atti degli Apostoli” l’unica fonte pervenutaci, insieme alle Epistole di S.Paolo che abbia attendibilità storica e che solitamente è ricca di dettagli.
Negli “Atti”(12,17) invece si narra di come Pietro venne arrestato da Erode e poi liberato da un angelo.
“Egli allora, fatto segno con la mano di tacere, narrò come il Signore lo aveva tratto fuori del carcere, e aggiunse: «Riferite questo a Giacomo e ai fratelli». Poi uscì e s’incamminò verso un altro luogo”.
Per far tornare i conti, ed usando una buona dose di fantasia, gli esegeti interpretano questo “altro luogo” come Roma. Il mese successivo Erode Agrippa, muore d’infarto:
“Nel giorno fissato Erode, vestito del manto regale e seduto sul podio, tenne loro un discorso. Il popolo acclamava: «Parola di un dio e non di un uomo!». Ma improvvisamente un angelo del Signore lo colpì, perché non aveva dato gloria a Dio; e roso, dai vermi, spirò (Atti 12, 21).
La storia, quella vera, ci dice che Erode Agrippa morì qualche settimana dopo la Pasqua del 44. Quindi, a dar retta alla tradizione Pietro, senza mezzi, in meno di cinque anni avrebbe compiuto un viaggio lunghissimo e pericoloso (senza che ve ne fosse alcun motivo visto che aveva sempre combattuto l’idea di estendere ai Gentili la nuova dottrina ebraica di Gesù), avrebbe soggiornato a Roma durante l’imperium di Claudio per il tempo necessario a fondare la comunità e sarebbe poi tornato a Gerusalemme nel 50, in tempo per partecipare al famoso concilio?

1 Pietro-in-carcereNon solo: da un’attenta lettura dell’epistola ai Galati, Pietro risulterebbe essere fra il 45 e il 48 ad Antiochia, dove si scontrò con Paolo:
“11.Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto. 12. Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. 13. E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia. 14. Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei”?

Gli Atti, oltre a non parlare mai di una presenza di Pietro a Roma, ci mostrano Pietro come figura preminente nel gruppo giudaico – cristiano, ma sempre in posizione subalterna a Giacomo, il fratello di Gesù.

Nel concilio citato, Pietro introduce la questione dell’accettazione dei Gentili nella comunità dei cristiani senza che essi passino per la conversione all’ebraismo, sintetizzata e simboleggiata nella circoncisione, ma chi conclude e decide è Giacomo. Se Pietro fosse già stato riconosciuto come capo della nascente Chiesa, perché il Concilio di Gerusalemme, pietra angolare di tutte le scelte che sarebbero state fatte da quel momento in avanti, venne convocato e presieduto da Giacomo e non da lui?
La tradizione poi ci racconta che Pietro è ancora a Roma dopo il 55, dove morrà crocifisso a testa in giù nel 64, durante la persecuzione neroniana.

Contraddizioni ed incongruenze

Che motivi avrebbe avuto Pietro di venire a Roma? Ebreo di umili origini e di credenze semplici, che mai avrebbe voluto contaminare le sue usanze e le sue tradizioni mischiandosi ai Gentili, aveva combattuto una battaglia lunga oltre 10 anni contro l’idea di Paolo (accettata poi obtorto collo), che intendeva dividere la sfera di evangelizzazione riservandosi i gentili, e lasciando al gruppo di Gerusalemme gli ebrei.

Venire a Roma avrebbe per lui significato tradire le proprie convinzioni, la propria visione del messaggio di Gesù e - in fin dei conti - la propria fede.
Ed ancora: mentre sappiamo tutto sulla geografia e la tempistica dei viaggi di Paolo, perché non sappiamo nulla di quelli di Pietro? Ma soprattutto: conoscendo le difficoltà enormi incontrate da Paolo, cittadino romano, nel suo lungo e pericoloso viaggio verso Roma (oltretutto a spese del governo), ci domandiamo come un pescatore ebreo ignorante e semianalfabeta abbia potuto trovare i mezzi per affrontare ben due viaggi del genere.
Stanti tali fatti, perché gli Atti non menzionano neppure di sfuggita tali spostamenti di Pietro, di cui si parla diffusamente per oltre metà dell’opera?
E, soprattutto, perché Paolo nella sua “epistola ai Romani” del 58 (e in nessuna altra epistola) non nomina mai Pietro e una sua qualche attività a Roma?
Infine, come mai nelle due epistole attribuitegli neppure Pietro fa alcun riferimento a Roma, ad ambienti romani, a personaggi o situazioni romane?

Il silenzio delle fonti fino al 180 d.C.

Non c’è nessuna testimonianza attendibile anteriore al 180 d.C. della presenza di Pietro a Roma ma, contestualmente è assordante il silenzio su tale presenza non solo da parte di Paolo, ma anche in testimoni come Giustino di Nablus, di cui abbiamo molti scritti e perfino gli atti del suo processo da parte romana, nel 168.
Disponiamo invece solo di testimonianze di terza e quarta battuta come quelle dell’inizio del terzo secolo (Origene e Tertulliano) che poi esplodono dopo la rivoluzione di Costantino attraverso tutta la letteratura promossa da Eusebio di Cesarea al fine di fondare e dare organicità ad una dottrina univoca.
Chiunque legga le argomentazioni che la maggior parte dei teologi utilizzano per dimostrare che Pietro ha subito il martirio a Roma, si renderà conto che essi citano come prova fonti del IV secolo: scritte da vescovi che erano CERTI di tale venuta, perché (se proprio vogliamo accreditarli di buona fede) ne sentivano parlare come di cosa vera da oltre centotrenta anni!

Margherita Guarducci:

come Schliemann ed Evans “trovò quello che aveva deciso di trovare”

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Poiché da diversi secoli la cripta sottostante l’altare papale accoglieva le tombe dei papi scomparsi, Pio XII ordinò di risistemare l’area perché vi si potesse accogliere il sarcofago di Pio XI.
Gli scavi vennero affidati al professor Enrico Josi, ai gesuiti Antonio Ferrua ed Engelbert Kirschbaum, all’architetto Bruno Maria Apollonj Ghetti e furono svolti sotto la direzione di monsignor Ludwig Kaas. Appena si iniziò a scavare fu chiaro che ci si era imbattuti in una “piccola Pompei” ricca di sepolture e resti di antichi muri, un’antica necropoli che sorgeva a nord del circo di Nerone con grandi stanze coperte a volta, ornate con pregevoli pitture, decorazioni a stucco e talvolta mosaici.
In particolare sotto l’altare della Confessione venne ritrovato un piccolo campo funebre per tombe interrate, delimitato su un lato da un muro dipinto di rosso, databile al II secolo, circondato da un muro di protezione di era costantiniana con iscrizioni graffite che invocano Cristo e Pietro, oltre ad una scritta dubbiosamente interpretata in “PETRUS ENI” (vedi foto in testa di pagina).

L’annuncio

«Nei sotterranei della Basilica Vaticana ci sono i fondamenti della nostra fede. La conclusione finale dei lavori e degli studi risponde un chiarissimo sì: la tomba del Principe degli apostoli è stata ritrovata».
Così papa Pio XII diede l’incauto annuncio, a conclusione del Giubileo del 1950, del riconoscimento della sepoltura di Pietro, di cui aveva ordinato le ricerche per soddisfare le volontà di Pio XI, che nel suo testamento aveva chiesto di essere sepolto “quanto più vicino fosse stato possibile alla Confessione di San Pietro”.
Tuttavia ulteriori ricerche confermarono che la tomba però era priva di resti umani. Si evitò di fare altra pubblicità e sull’intera faccenda calò il silenzio.
1 GuarducciTre anni dopo l’illustre storica ed epigrafista cattolica Margherita Guarducci (nella foto) scese sotto l’altare papale a studiare i graffiti. “Mentre mi scervellavo – scriverà poi la Guarducci - per trovare una via dentro quella selva selvaggia, mi venne in mente che forse mi sarebbe stato utile sapere se qualche altra cosa fosse stata trovata nel sottostante loculo, oltre i piccoli resti descritti dagli scavatori nella relazione ufficiale”.
Parlando col sampietrino Giovanni Segoni, costui confessò che dei resti umani erano stati trovati nel loculo da lui e Kaas (nel frattempo deceduto), ma erano stati asportati per poterli archiviare. In un magazzino della Reverenda Fabbrica della Basilica di San Pietro, dunque, la Guarducci rinvenne la cassa fatidica, opportunamente catalogata.
Padre Ferrua, anche a nome degli altri tre protagonisti dello scavo, su pressante invito del sostituto mons. Giovanni Benelli, entrò in polemica con la Guarducci, facendo pervenire alla Segreteria di Stato un memoriale di 11 pagine in cui affermava ancora una volta che non s’era trovata alcuna reliquia di san Pietro.
Tuttavia la Guarducci continuò a sostenere la sua tesi di fronte a Paolo VI, con una replica di ben 45 pagine. “La solita valanga di parole in mancanza di fatti precisi”, commentò Ferrua su «Civiltà Cattolica».
Paolo VI, però, cosciente del potenziale scoop, dette ragione alla Guarducci.

La contestata cassetta conteneva dunque le ossa di Pietro?

La Guarducci era eccitata e convinta di aver trovato le reliquie dell’apostolo e le fece sottoporre ad esame antropologico che confermò trattarsi dello scheletro di un uomo anziano (60/70 anni), avvezzo alla fatica fisica. Tali ossa risultavano essere sporche della terra del colle, e di frammenti dell’intonaco del muro rosso ed erano state avvolte, prima della deposizione, in un elegante panno di lana colorato di porpora e intessuto d’oro.
Invece di pensare, come farebbe un normale uomo di scienza non accecato dall’appartenenza religiosa, che tutto quello che aveva dimostrato era che in quel punto era stato sepolto un ricco, anziano e robusto romano del II secolo, la Guarducci concluse che la scritta che “forse” recitava PETRUS ENI era la prova che quelle erano le ossa del giudeo del I secolo, apostolo di Gesù, e non forse che si trattasse di qualcuno che, magari per devozione ai vangeli, si fosse ugualmente chiamato Pietro.
Quanto al fatto che i resti erano stati dimenticati, secondo la Guarducci si trattò di una somma di strane coincidenze: lo scavo era avvenuto in condizioni difficili, c’era la guerra e la consegna del silenzio era molto forte. Della Guarducci il vicepresidente del Senato Domenico Contestabile ebbe a scrivere:
“La professoressa Guarducci (non voglio metterne in discussione la buona fede) è una archeologa che ha grandi ed illustri precedenti, Schliemann ed Evans: trova quello che ha deciso di trovare”.
Il 26 giugno 1968 Paolo VI, durante l’udienza pubblica nella Basilica Vaticana, con una certa impudenza, ma attento a perpetuare quel culto delle reliquie che tanti pellegrini ed offerte aveva portato in Vaticano da secoli, ebbe il coraggio di annunciare :
«Nuove indagini pazientissime e accuratissime furono in seguito eseguite con risultato che noi, confortati dal giudizio di valenti e prudenti persone competenti, crediamo positivo: anche le reliquie di san Pietro sono state identificate in modo che possiamo ritenere convincente, e ne diamo lode a chi vi ha impiegato attentissimo studio e lunga e grande fatica. Non saranno esaurite con ciò le ricerche, le verifiche, le discussioni e le polemiche. Ma da parte nostra ci sembra doveroso, allo stato presente delle conclusioni archeologiche e scientifiche, dare a voi e alla Chiesa questo annuncio felice, obbligati come siamo a onorare le sacre reliquie, suffragate da una seria prova della loro autenticità [...] e nel caso presente tanto più solleciti ed esultanti noi dobbiamo essere, quando abbiamo ragione di ritenere che siano stati rintracciati i pochi, ma sacrosanti, resti mortali del Principe degli apostoli».
Poi ordinò di sigillare nel loculo le ossa, chiuse in scatole di plexiglas insieme ad una iscrizione in cui si dice che quei resti “si pensa” siano dell’Apostolo Pietro.
Oggi tali resti sono nuovamente visibili dai fedeli, che si accostano trepidanti e devoti come facevano 1.700 anni fa con le fasulle reliquie eleniane come i tre chiodi ed i frammenti della croce di Cristo.
È singolare che ancora oggi, ignorando la dinamica dei fatti, ci siano un’infinità di cattolici che sostengono come quei resti e quella sepoltura siano la prova del soggiorno di Pietro a Roma!!!

 

La mitologia su Pietro

Le numerose leggende sugli eventi relativi alla permanenza di San Pietro a Roma, come ad esempio quella di “S.Pietro in vinculis” o quelle sulla sfida di fronte a Nerone tra San Pietro e Simon Mago, nascono dopo il 400, quando la presenza di Pietro a Roma è ormai un fatto assodato e sono legate alla grande importanza delle reliquie per l’economia di quel periodo.

Le leggende sulla sfida tra San Pietro e Simon Mago di fronte a Nerone nascono dopo il 400, quando la presenza di Pietro a Roma è ormai un fatto assodato e sono legate alla grande importanza che le reliquie rivestivano per l’economia di quel periodo.
Quanto a Simon Mago, tutto ciò che abbiamo di lui è in Atti, 9-20: “V’era da tempo in città un tale di nome Simone, dedito alla magia, il quale mandava in visibilio la popolazione di Samarìa, spacciandosi per un gran personaggio. A lui aderivano tutti, piccoli e grandi, esclamando: «Questi è la potenza di Dio, quella che è chiamata Grande». Gli davano ascolto, perché per molto tempo li aveva fatti strabiliare con le sue magie”.
Dopo aver ascoltato le prediche del diacono Filippo, Simone decise di farsi battezzare. Successivamente, però, cercò di comperare da san Pietro il potere di conferire, con la semplice imposizione delle mani, lo Spirito Santo, incorrendo nelle ire dell’Apostolo. Da questo antico tentativo di commercio di cose sacre deriva il termine di simonia.
Ulteriori testimonianze sulla sua vita sono pura agiografia, in quanto derivano da tardi testi apocrifi come gli Atti di San Pietro (posteriori alla compilazione dell’elenco dei primi papi da parte di Egesippo e scritti intorno al 200 d.C. da un tal Leucio Carino, che si proclamava discepolo di Giovanni. In questi “Atti” si racconta anche la leggenda della crocefissione a testa in giù.) o le Pseudo-clementine che lo vogliono a Roma sotto Claudio e Nerone.
Qui ottenne fama e gloria, ma fu sfidato ad un confronto pubblico da San Pietro e san Paolo.

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Sostenendo di poter essere seppellito per poi risorgere dopo tre giorni, morì nella prova. Un’altra leggenda afferma invece che, nel tentativo di mostrare a Nerone la sua capacità di levitazione, precipitò morendo sul colpo grazie alle preghiere di Pietro e Paolo (comportamento molto edificante e cristiano!).

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Tornando alla presunta incarcerazione di Pietro nel Tullianum è interessante notare come i miti si sovrappongano nel tempo e come, col passare dei secoli, una leggenda possa diventare verità conclamata e determinare accadimenti che generano altre leggende: nel quinto secolo l’imperatrice Augusta Eudossia, moglie dell’Imperatore d’Oriente Valentiniano III (425-455), volle donare le catene della prigionia di San Pietro a Gerusalemme al Papa San Leone Magno (440-461). Questi, accostando tali catene a quelle della prigionia di San Pietro a Roma, al carcere Mamertino, fu testimone di un fatto prodigioso: le due catene si fusero in un’unica catena, ancora oggi visibile.

Ma, si sa, le leggende non solo sono dure a morire, ma divengono fonte di profitto per i furbi. Ne è prova l’avvilente sfruttamento commerciale della leggenda del carcere Mamertino, con gli operatori che arrivano a pubblicizzare “il carcere dei martiri Pietro e Paolo” sui bus turistici conducendo frotte di ignari turisti a visitare un luogo che meriterebbe ben altra memoria, carico com'è di storia vera (vedi riquadro a sinistra).

Le “prove” addotte dalla Chiesa Cattolica

La più antica prova che viene addotta dalla Chiesa sulla venuta di Pietro a Roma è la “lettera ai Corinzi” di Clemente Romano che viene indicato come quarto nell’elenco dei Papi secondo l’elenco stilato nel 160 da Egesippo di cui parleremo (ed ampiamente!) fra poco. Tale lettera, datata con probabilità al 96 d.C, probabilmente non se l’è letta mai nessuno se ancora si ha il coraggio di addurla come prova. Giudicate voi:

“Ma lasciando gli esempi antichi, veniamo agli atleti vicinissimi a noi e prendiamo gli esempi validi della nostra epoca. Per invidia e per gelosia le più grandi e giuste colonne furono perseguitate e lottarono sino alla morte. Prendiamo i buoni apostoli. Pietro per l’ingiusta invidia non una o due, ma molte fatiche sopportò, e così col martirio raggiunse il posto della gloria. Per invidia e discordia Paolo mostrò il premio della pazienza. Per sette volte portando catene, esiliato, lapidato, fattosi araldo nell’oriente e nell’occidente, ebbe la nobile fama della fede.
Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, giunto al confine dell’occidente e resa testimonianza davanti alle autorità, lasciò il mondo e raggiunse il luogo santo, divenendo il più grande modello di pazienza”.

Qualcuno mi dovrebbe indicare in quale punto è nominata Roma. È ridicolo pensare come si possa citare questo passo come prova del soggiorno di Pietro a Roma, effettuando l’arbitraria deduzione che il “noi”, piuttosto che alla comunità dei seguaci di Gesù, si riferisse ai romani, per il semplice fatto che Clemente era romano e scriveva da Roma.

La successiva “fonte” portata come prova è una lettera ai romani scritta da Ignazio di Antiochia, probabilmente nel 107.

A proposito di Antiochia...

Un’altra considerazione sulla impossibilità della presenza a Roma di Pietro.
Tutte le fonti indicano Ignazio come immediato successore di Pietro all’episcopato di Antiochia.
Ora noi sappiamo che il cosiddetto “incidente di Antiochia” avviene immediatamente prima del Concilio di Gerusalemme che pone gli episodi fra il 49 e il 51 e che Pietro esce dalla storia con il suo discorso durante il Concilio di Gerusalemme: dopo quell’intervento gli Atti non parlano più di lui.
Possiamo, quindi, fare soltanto delle ipotesi. Pietro non può tornare ad Antiochia che dopo il 52, giacché nel 51 furono Paolo, Barnaba, Giuda e Sila a recarvisi per riferire le decisioni prese. Ammettiamo che dal 52 divenga formalmente il “vescovo” di Antiochia e che abbia mantenuto tale carica per due soli anni, (un po’pochi per affermare una tradizione che in Oriente è invece viva e conosolidata) per poi intraprendere il suo viaggio che lo porterà a Roma nel 55.
Tutto ciò premesso se ne deduce che Ignazio dovrebbe aver avuto l’investitura a vescovo di Antiochia nel 54. Quanti anni poteva avere? Anche se fosse stato molto giovane è difficile pensare che un vescovo abbia potuto essere un adolescente. Ipotizziamo che avesse 30-35 anni, età appena plausibile, anche perché le fonti ci dicono che non nacque cristiano e che si convertì da adulto.
Considerato che è stato giustiziato nel 107 dovremmo dedurre che abbia affrontato poco meno che novantenne l’improbo viaggio di quasi 3.000 km. durante il quale fu così vitale da scrivere epistole come un grafomane!
Poco convincente. è molto più logico pensare che Pietro dopo il 52 si recò ad Antiochia, di cui fu vescovo fino alla morte con data e modalità storicamente ignote e Ignazio gli sia succeduto intorno al 70-75 d.C.

Il viaggio di Ignazio

Questo Ignazio fu il successore di Pietro alla guida della comunità di Antiochia ed era stato arrestato sotto Traiano con capo di imputazione a noi sconosciuto. Inviato a Roma per il supplizio percorse per mare il tratto che dalla Siria lo portò in Panfilia; poi, per via di terra, attraversò la Caria e la Lidia (tutte province dell’Asia minore) e così giunse a Smirne e, da lì, per via mare, alla Troade. Arrivato a Roma, fu fatto dilaniare dalle fiere nel 107. Durante il viaggio, riuscì a comporre sette lettere: da Smirne scrisse alle comunità dell’Asia Minore (Efeso, Magnesia e Tralle) e poi ai Romani per impedir loro di intercedere in suo favore presso Traiano; da Troade scrisse alle comunità di Filadelfia e di Smirne e, infine, a Policarpo.

1 Ignazio-martire“Scrivo a tutte le Chiese e annunzio a tutti che io muoio volentieri per Dio, se voi non me lo impedite. Vi prego di non avere per me una benevolenza inopportuna. Lasciate che sia pasto delle belve per mezzo delle quali mi è possibile raggiungere Dio. Sono frumento di Dio e macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo. Piuttosto accarezzate le fiere perché diventino la mia tomba e nulla lascino del mio corpo ed io morto non pesi su nessuno. Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo. Pregate il Signore per me perché con quei mezzi sia vittima per Dio. Non vi comando come Pietro e Paolo. Essi erano apostoli, io un condannato; essi erano liberi io tuttora uno schiavo. Ma se soffro sarò affiancato in Gesù Cristo e risorgerò libero in lui. Ora incatenato imparo a non desiderare nulla”.

Assumere il “non vi comando come Pietro e Paolo” come prova di un comando diretto di Pietro come Vescovo di Roma è un’operazione al limite del raggiro. La locuzione può riferirsi ad un “comando” carismatico esercitato su tutta la comunità, ma non va dimenticato che Pietro era succeduto a Simeone come capo della comunità di Antiochia, quindi non è improbabile che il suo successore Ignazio lo vedesse come uno che aveva “comandato”. Che la deduzione sia arbitraria lo dimostra anche il fatto che se per tale frase si dimostrava che Pietro era stato Vescovo di Roma avrebbe dovuto esserlo stato, automaticamente, anche Paolo.
L’esegeta onesto deve affermare che questo testo non prova né che Pietro abbia comandato a Roma, né il suo contrario. Si tratta di una testimonianza del tutto irrilevante per il problema in questione.
Mi permetto solo una brevissima annotazione sulla lunghezza, la difficoltà e le molte tappe (corrispondenti ad altrettante lettere) di questo viaggio “in vinculis” fino a Roma per sottolineare ancora una volta come esso fosse difficile e complesso e quanto improbabile sia l’ipotesi che Pietro abbia potuto compierne due (ciascuno con andata e relativo ritorno) in pochi anni e senza lasciarne traccia. Ugualmente tralascerò ogni testimonianza di cui non possediamo fonti di prima mano ma che esistono solo attraverso racconti o citazioni di Eusebio di Cesarea nella sua Storia Ecclesiastica, autore storicamente inattendibile, giacché ciò che scrive è strumentale agli scopi del disegno politico costantiniano: quindi ciò che lui afferma che abbiano scritto Dionigi di Corinto, Clemente Alessandrino e Papia di Gerapoli (scritti per noi perduti) non prova assolutamente nulla.

La prima testimonianza storica

1 Ireneo

 

La prima testimonianza che attesta l’istituzione della chiesa di Roma da parte di Pietro e Paolo è quella di Ireneo, vescovo di Lione, ed è datata intorno al 180
“Ma poiché sarebbe troppo lungo in quest’opera enumerare le successioni di tutte le Chiese, prendiamo la Chiesa più grande e la più importante e conosciuta da tutti, fondata e istituita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo, e, mostrandone la tradizione ricevuta dagli apostoli e la fede annunciata agli uomini che giunge fino a noi attraverso le successioni dei vescovi, confondiamo tutti coloro che in qualunque modo, o per infatuazione o per vanagloria o per cecità e per errore di pensiero, si riuniscono oltre quello che è giusto. Con questa Chiesa infatti, per la sua più forte preminenza, è necessario che concordi ogni Chiesa, cioè i fedeli che da ogni parte del mondo provengono; con essa, nella quale da coloro che da ogni parte provengono fu sempre conservata la tradizione che discende dagli apostoli”
Si tratta di una vera affermazione non solo della fondazione della Chiesa di Roma da parte di Pietro e Paolo, ma soprattutto del suo primato su tutte le altre chiese. Come si spiega questa innovazione straordinaria che, all’improvviso, stabilisce una gerarchia fra le varie comunità, affermando di fatto quel primato della chiesa di Roma che ha condizionato e condizionerà l’intera storia del mondo occidentale? Cosa è accaduto fra il 160 e il 180 per determinare tutto questo?

La costruzione del primato del vescovo di Roma

Tutta la storia delle comunità cristiane fino alla tarda seconda metà del II secolo ci mostra l’importanza dei vari vescovi sparsi in tutto l’impero, dei loro contatti e delle loro dissertazioni dottrinali: le sedi di Antiochia, Smirne, Alessandria, Lione, Cartagine, Cesarea e così via espressero illustri teologi, ognuno dei quali proponeva una sua visione della figura del Cristo e del modo di rapportarsi a Dio. In questo contesto il vescovo di Roma non risulta godere di una particolare autorità, se non quella legata al prestigio dell’Urbe.

Nell’anno 155 circa venne eletto a capo della comunità romana un siriano di nome Aniceto. Durante gli anni del ministero, terminato con la sua morte nel 166, accaddero degli eventi importanti che potrebbero darci una spiegazione del giallo legato all’origine del primato del papato.
1 PolicarpoIl primo di tali eventi fu una visita illustre: da Smirne, all’età di 80 anni, nel 154 venne a trovarlo a Roma il vescovo Policarpo, l’ultimo discepolo diretto dell’evangelista Giovanni, su mandato di tutte le altre chiese d’Asia, per tentare di trovare un accordo sulla data di celebrazione della Pasqua. Con tale visita le chiese asiatiche riconoscevano esplicitamente il vescovo di Roma come portavoce delle chiese d’Occidente, stabilendo così un precedente importante.

Qualche anno dopo, sotto l’imperium di Marco Aurelio, esplose l’eresia montanista, con la sua svalutazione dell’autorità vescovile e del clero e la creazione di disordini, derivanti da una predicazione estatica estrema che induceva le folle ad esaltazione, che turbavano la relativa tranquillità che i cristiani si erano conquistata dopo Domiziano. A causa di queste esagerazioni si fece di ogni erba un fascio confondendo cristiani e montanisti. Moltissimi vescovi furono condannati a morte e le persecuzioni ripresero a ritmi accelerati. Gli stessi Policarpo e Giustino furono messi a morte.

Egesippo ed Aniceto

1 Papi

Poco tempo prima era arrivato Roma dalla Palestina lo storico Egesippo, un ebreo convertito che citava dall’ebraico, conosceva il Vangelo degli Ebrei e un Vangelo siriaco, ed era esperto delle tradizioni giudaiche non scritte. Fu certamente vicino ai vescovi di Roma che si succedettero in quegli anni: Aniceto, Sotero ed Eleuterio compiendo perfino una missione a Corinto per conto della chiesa di Roma.Ebbene Egesippo, forte delle sue conoscenze storiche e della sua perizia nelle lingue orientali, per primo scrisse:

1 Ernesto Buonaiuti

da "Storia del Cristianesimo" di Ernesto Buonaiuti

(vol.1 - Dall’Oglio 1942)

“La storia del costituirsi e dell’evolversi della Chiesa romana e dei suoi poteri primaziali è senza dubbio uno degli aspetti più romanzeschi e più sorprendenti della Storia del Cristianesimo.
In questo campo più che negli altri di tale storia, la leggenda ha cosi profondamente investito i dati primordiali che vorrebbero essere il fondamento e la giustificazione di tali poteri, che gli storici più accorti e più scrupolosamente preoccupati della perfetta oggettività, riescono a fatica a svincolare la realtà dai rivestimenti che le hanno imposto la capacità fabulatrice della massa credente e l’interesse apologetico della autorità costituita.
Quanto questo processo di elaborazione leggendaria fosse sollecito ad attuarsi nello sviluppo dell’antica organizzazione cristiana appare eloquentemente dal fatto che già all’alba del quarto secolo noi vediamo, nel momento del trapasso dell’Impero dalla professione pagana al riconoscimento pubblico del cristianesimo, profilarsi una concezione delle origini cristiane tutta avvivata da presupposti favolosi e mitici che ne fanno un processo stilizzato e difforme da qualsiasi concreta verisimiglianza.
Il padre della storia ecclesiastica, Eusebio di Cesarea, è quegli che più validamente ha contribuito alla divulgazione della deformata visione delle origini cristiane.
Quando egli nel 311, all’indomani dell’editto di libertà religiosa, con cui Galerio, imponendo un termine al regime persecutorio iniziato otto anni prima, gettava le prime basi della trasformazione religiosa dell’Impero, poneva mano alla sua grande storia del cristianesimo, questa grande storia aveva già un suo piano ideale. (…)
Le prime manifestazioni del potere romano sulla Chiesa cristiana ecumenica sono incerte e titubanti. La lettera di Clemente Romano alla comunità di Corinto al tramonto del I secolo non è un documento che rispecchi una autorità di magistero e di governo palesemente consapevole di sé e nettamente basata su una inappellabile investitura sovrannaturale. Non si può dire neppure, sul terreno dei fatti e della chiara e spontanea significazione dei termini, che questa lettera possa validamente invocarsi come testimonianza aperta di una sicurezza della venuta di San Pietro a Roma e di una autorità primaziale, costituita da lui attraverso la sua venuta ed il suo martirio. Le raccomandazioni del documento romano sono tutte esortatorie e l’appello alla paziente sofferenza degli Apostoli è un appello generico ai personaggi più insigni, che nel primo momento della disseminazione evangelica hanno portato alla loro fede nel Cristo il contributo della loro devozione, della loro sofferenza e del loro amore di pace.
Nella prima metà del secondo secolo la Cristianità romana ci si presenta come la palestra in cui i maestri delle varie interpretazioni cristiane cercano di esercitare il loro magistero, di guadagnare proseliti e di instaurare una certa egemonia intellettuale. Roma è la capitale di un immenso Impero ed anche dal punto di vista della spiritualità colta rappresenta il mercato centrale in cui tutti ambiscono di mettere a prova le loro virtù di proselitismo e di conquista. I maestri gnostici come i maestri dell’apologetica, Marcione come i rappresentanti dell’ispirazione profetica, che pretende tuttora di rappresentare l’unica continuazione logica, valida e accreditata del primitivo messaggio evangelico, tutti, dalle più lontane plaghe dell’Impero, affluiscono a Roma, non diversamente dai retori, come Elio Aristide e dai rappresentanti della cultura misteriosofica, come quel Filostrato che cercherà di accreditare alla corte sincretistica dei Severi la figura ambigua e leggendaria di Apollonio di Tiana. Ma si direbbe che è proprio in virtù della complessità eterogenea di queste correnti, quali si profilano nel seno della comunità cristiana del II secolo, che si viene avvertendo istintivamente la necessità di un governo e di un magistero, che tra le varie correnti stesse istituiscano una cernita, che garantiscano l’autorevole e ufficiale interpretazione di un messaggio, che si è mostrato suscettibile delle più antitetiche interpretazioni. E questo magistero non uscirà dal travaglio puramente intellettuale delle scuole e delle conventicole colte; non sarà neppure il risultato di una valutazione comparativa dei differenti atteggiamenti concettuali e dogmatici; ma sarà piuttosto il trionfo delle esigenze della massa credente, sulle speculazioni avventurose e sugli orientamenti ultra-spirituali. Sarà in altri termini la vittoria di quei bisogni concreti della massa associata, che, per la disciplina collettiva, ha bisogno di un magistero infallibile e di una gerarchia canonizzata.
La propaganda antibiblica e antimosaica, paolinista a oltranza, di Marcione, era caduta in un momento di straordinaria tensione etnica nell’Impero Romano. Da più di mezzo secolo Roma aveva ingaggiato la lotta all’ultimo sangue contro l’ebraismo, perfettamente consapevole della difformità irreconciliabile che esiste fra ogni organizzazione politica assolutistica e lo spirito profetico, che la razza d’Israele si porta indistruttibilmente nel cuore.
La Gerusalemme sacerdotale era morta nel 70. Adriano aveva annientato drasticamente, con un eccidio dalle vastissime proporzioni, le superstiti velleità insurrezionali della razza di Giuda. Partendo da un tutt’altro punto di vista che quello politico, Marcione aveva voluto ricacciare l’Iddio d’Israele nel novero dei demiurghi inferiori. Noi non sappiamo in quale misura le condizioni ambientali hanno favorito la disseminazione del messaggio marcionita e la costituzione di comunità marcionitiche su tutto il territorio dell’Impero. (…)
Lo gnosticismo rappresentava l’interpretazione del cristianesimo cara ai ceti colti della comunità; il marcionismo rappresentava un paolinismo portato alle sue ultime conseguenze. Tra poco, di contro all’uno e di contro all’altro, il montanismo cercherà di ripristinare l’effervescenza della primitiva esperienza messianica cristiana annunciando la prossima palingenesi e l’inaugurazione dell’età dello Spirito.
Una funzione di mediazione tra queste varie correnti e di eliminazione di tutto quello che poteva rappresentare uno sgretolamento della disciplina associata non poteva che costituire una mansione romana, una mansione cioè della comunità che, per il fatto stesso di vivere nella capitale dell’Impero, era automaticamente tratta ed autorizzata ad esercitare un ministero di preminenza. A quale dei vari elementi etnici che costituivano la comunità romana sarebbe in particolare caduta in sorte questa opera di preminenza e di governo?
C’è in Eusebio (…) una pista oscura e misteriosa che vale la pena di seguire. «A Roma, morto Pio, dopo un episcopato di quindici anni, Aniceto presiedette ai fedeli che erano colà: sotto di lui Egesippo racconta di essere andato a Roma e di esservi rimasto fino all’episcopato di Eleutero». Quando Ireneo giunse a Roma quale ambasciatore dei «confessori»di Lione, Egesippo doveva ancora occupare in mezzo alla comunità romana una posizione preminente. Quanto meno doveva avervi lasciato una eredità delle più cospicue, se Ireneo si riporta a lui come ad una autorità indiscutibile, largamente riconosciuta.
Quale era di preciso questa eredità?
Noi sappiamo da Eusebio che Egesippo aveva scritto certe Memorie, la perdita delle quali rappresenta per l’antica storia cristiana una perdita altrettanto grave che quella dei libri esegetici di Papia. I frammenti superstiti di queste Memorie, disseminati soprattutto nella grande opera storica eusebiana, sono ad ogni modo tali da rivelare una struttura logica ed una finalità di cui bisogna tenere il massimo conto nel definire il processo che portò alla costituzione della gerarchia episcopale e del primato romano nella seconda metà del secondo secolo.
Questo Egesippo era un convertito dal giudaismo. Eusebio stesso ce lo attesta nell’atto stesso in cui raccoglie dall’opera del convertito, che egli aveva dinanzi agli occhi, i particolari autobiografici dell’autore. «Egesippo - così ci dice Eusebio (IV, 22, 8) - cita il Vangelo secondo gli ebrei e il Vangelo siriaco, e trae osservazioni e dati dalla lingua aramaica, documentando come egli sia venuto alla fede dall’ebraismo ed altre cose ricorda come provenienti dalla tradizione orale giudaica».
(…) Possiamo facilmente immaginarci come, arrivando a Roma, Egesippo, neo-convertito dal giudaismo al cristianesimo, dovesse aver trovato l’ambiente ancor tutto sossopra per la propaganda marcionitica. Doveva essere stato un fatto sbalorditivo quello che si era svolto in quella comunità cristiana un trentennio prima! Un ricco armatore, passato al Vangelo, era venuto dal lontano Ponto per aggregarsi alla fraternità cristiana della metropoli e come primo suo gesto si era spogliato di tutto il suo avere per donarlo alla comunità. Marcione però non aveva voluto donare alla Chiesa soltanto i suoi beni, aveva voluto donarle anche il suo paolinismo a oltranza. E questo era molto meno assimilabile del pingue donativo in moneta sonante. Marcione era apparso come un disseminatore di scandalo e la comunità lo aveva respinto.
(…)Egesippo aveva potuto constatare che se la propaganda del marcionismo si era effettuata sollecitamente, altrettanto sollecite e vaste erano le opposizioni. Non era un’impertinente audacia bistrattare la tradizione di Israele, antefatto profetico del cristianesimo, e portare la mano iconoclastica contro quei Vangeli ecclesiastici e contro quel testo corrente dell’epistolario paolino che erano ormai ufficialmente riconosciuti e, quasi si sarebbe detto, canonicamente fissati? E non era un costituirsi correi della campagna antiebraica scatenata da decenni dall’Impero, insorgere contro il testo canonico dei Vangeli e di Paolo, in nome di presunte interpolazioni giudaizzanti?
Sebbene convertito al cristianesimo, Egesippo doveva sentirsi l’anima lacerata ed umiliata. E quaranta anni prima di Tertulliano egli avvertiva la necessità di contrapporre al dilagare delle novità marcionitiche la diga infallibile ed invalicabile di una prescrizione salutare. (…) Nella sua fantasia di giudeo palestinese, tutto saturo di reminiscenze nazionali, anche dopo l’eccidio di Gerusalemme e anche dopo la conversione al cristianesimo, è vivo e presente il fantasma del sacerdozio e del pontificato gerosolimitani, che Roma ha decisamente distrutto. Le eresie non sono una novità. Il giudaismo le ha conosciute anche nel tempo del suo massimo splendore. E le ha vinte appunto col suo sacerdozio e col suo pontificato.
La Chiesa cristiana dovrà raccoglierne l’esempio e procedere, facendo ricorso ai medesimi sistemi ed ai medesimi metodi.
Un frammento delle sue memorie conservatoci da Eusebio lascia chiaramente supporre che Egesippo si compiacesse straordinariamente di riscontrare nella tradizione religiosa del suo popolo i precedenti dei movimenti ereticali che si vedevano ora delinearsi e pullulare nel cristianesimo. «Vi furono - egli aveva scritto - nel mondo della circoncisione, in mezzo ai figli di Israele, varie correnti contro la tribù di Giuda e contro il Cristo. Queste varie correnti furono: quelle degli esseni e dei galilei, degli emerobattisti e dei masbotei, dei samaritani, dei sadducei e dei farisei».
Se dunque, secondo Egesippo, la pulviscolare secessione delle eresie si rinnova nel seno del cristianesimo, come già aveva imperversato in seno al giudaismo, il cristianesimo, continuazione del giudaismo, doveva, per difendersi, seguire la prassi del giudaismo stesso, e fare ricorso ad un sacerdozio organizzato e ad un pontificato legittimamente legiferante e amministrante le realtà sacre.
(…) “Come fare ora per resistere efficacemente e universalmente agli pseudo-cristi, agli «pseudo-profeti, agli pseudo-apostoli che hanno lacerato l’unità ecclesiastica, con discorsi dissolvitori contro Dio ed il suo Cristo?».
(…)Secondo Egesippo non c’era che un mezzo valido e bene sperimentato. E questo mezzo era di cercare dovunque la trasmissione apostolica nella successione vescovile. Ed ecco dunque scoperto il metodo infallibile per la conservazione e la tutela fedele della trasmissione cristiana: la Diadoché costituirà la difesa invulnerabile della purezza e della immutabilità della Didaché. Ne sarà anzi senz’altro il surrogato equivalente.
Se noi ci indugiamo su questo apporto di Egesippo alla costituzione ed alla continuità dottrina le cristiana, è unicamente per l’enorme importanza che questo apporto ha avuto nello sviluppo della cristianità occidentale. Riferendosi alle memorie di Egesippo, Eusebio ci dice che il loro autore, nel suo viaggio verso Roma, aveva assiduamente tentato di stringere rapporti con numerosi vescovi, cercando di constatare presso di loro la incorrotta unità della dottrina. Roma però rappresentava la più assillante preoccupazione del suo spirito. Qual mai successo sarebbe stato quello di Israele se nella capitale dell’Impero che aveva abbattuto la città santa, che aveva innalzato nel Foro un arco di trionfo a chi aveva sovvertito il Tempio, e che con Adriano aveva ignominiosamente profanato il santo dei santi, fosse sorta una organizzazione religiosa analoga e conforme a quella che aveva avuto nel Tempio il suo centro e il suo palladio!
Bisogna riconoscere che Egesippo non era uomo dai propositi timidi e dalle capacità circoscritte. Un frammento delle sue memorie ci mostra come, tornato in Palestina, egli si potesse vantare di quel che aveva fatto a Roma. Dice infatti: «Giunto a Roma redassi la tavola della successione apostolica fino ad Aniceto, di cui Eleutero era diacono. Dopo Aniceto, successore Sotero, dopo il quale Eleutero. In ciascuna delle successioni apostoliche e in ciascuna città, tutto si svolge come la legge insegna e come insegnano i profeti e il Signore».
La Diadoché nella concezione di Egesippo è dunque una catena che risale alla legge di Mosè e scende fino ai continuatori del Signore.
In nome di Paolo, Marcione aveva segnalato spietatamente tutte quelle che gli apparivano antitesi inconciliabili fra la legge di Mosè e il Vangelo del Cristo. Egesippo, ebreo convertito, aveva anche egli, come Marcione, traversato l’Impero col proposito inverso: reintegrare la perfetta continuità e l’assoluta coerenza tra la legge di Mosè e il messaggio del Dio buono. Questa continuità e questa coerenza erano raccomandate alla successione episcopale e dalla successione apostolica erano garantite.
Ma su quali argomenti Egesippo fondava questa sua armonistica visione dell’opera del Verbo nel mondo?
Eccoci dinanzi al punto più oscuro ed alla zona più delicata in tutto il processo di sviluppo dell’organizzazione cristiana nel secondo secolo. Ma non è azzardato tentare una soluzione dell’enigma, mercé una plausibile ipotesi di lavoro.
Marcione aveva fatto fulcro per la sua propaganda del pensiero paolino. Al Paolo marcionita non poteva contrapporsi che Pietro. I due nomi erano già da lunga pezza abbinati nelle memorie romane. Egesippo, che si era fermato a Corinto, doveva ben conoscere la lettera che non molto meno di un secolo prima Clemente aveva diretto in nome della comunità romana alla comunità di colà.
Venuto a Roma, Egesippo doveva avere raccolto tutte le tradizioni locali che legavano leggendariamente il passaggio di Pietro e Paolo, avviati verso Roma, con una lussuosa villa dell’Appia antica e individuavano al Vaticano e sulla via Ostiense il luogo del loro martirio e del loro sepolcro. Se nel pensiero di Egesippo la successione vescovile nelle grandi città dell’Impero costituiva la salvaguardia e la garanzia della immutabile integrità dottrinale, qualcosa veramente si sarebbe dovuto dire che mancasse alla riproduzione perfetta dell’organismo pontificale del Tempio gerosolimitano nell’ambito del cristianesimo, se la ecumenicità episcopale della nuova diaspora non avesse avuto anche essa un centro unico di irradiazione e di disciplina.
Marcione aveva fatto di Paolo l’unico interprete genuino del Cristo, in quanto questi aveva abbattuto in radice la vecchia legge e le morte tradizioni mosaiche. A Marcione non importava affatto che il cristianesimo avesse degli antecedenti: quel che a lui premeva era piuttosto l’inconguagliabile originalità del messaggio della bontà e dell’amore. Paolo aveva detto qualcosa di simile: Marcione lo ripeteva a suo modo.
Trattandosi di salvare invece la continuità sostanziale tra «la Legge, i Profeti, il Signore», non c’era a portata di mano che un mezzo: riabilitare e celebrare quel Pietro, col quale Paolo si era trovato così aspramente a conflitto. La bisogna era straordinariamente facile. O che forse non era stato Pietro quegli che, secondo i Vangeli così di Matteo come di Marco e di Luca, aveva riconosciuto per primo nei paraggi di Cesarea di Filippo che Gesù era il Cristo?
Qui veramente Egesippo capitava in buon punto. Egli era privilegiatamente agguerrito per fare di quell’episodio la chiave di volta del sistema gerarchico dogmatico, quale egli lo sognava, sul modello del sistema gerosolimitano, argine efficace al dilagare anarchico dello spiritualismo marcionita.
Nella sua redazione primitiva quale è quella conservataci intatta nei Vangeli di Marco e di Luca, l’episodio di Cesarea di Filippo tradiva uno schematismo semplice e lineare. Pietro vi professava apertamente, in nome di tutti i suoi compagni nella sequela di Gesù, la messianicità del Maestro.
Gesù accoglieva la confessione solenne imponendo il segreto in argomento e contrapponendo al ri-conoscimento esplicito della sua messianicità l’annuncio dell’imminente tragico epilogo a Gerusalemme. Questo, puro e semplice, l’episodio nelle sue linee embrionali.
Ma nello spirito di credenti avviati verso la costituzione organica della società uscita dalla delusa fede nell’imminente inaugurazione del Regno, quel riconoscimento solenne di Pietro non era cosa da lasciarsi passare senza un adeguato corrispettivo. Oramai che Marcione aveva con così impertinente irriverenza scalzato in radice l’autorità dei Dodici, per fare di Paolo l’unico vero Apostolo e di quegli che era stato amico e medico di Paolo l’unico evangelista degno di fede, occorreva assolutamente ristabilire lo spezzato equilibrio, non solamente assicurando alla successione apostolica l’integro deposito della fede, ma ponendo anche Pietro al vertice della gerarchia e immaginandolo investito da Gesù di un imperituro potere primaziale.
Sulla base della testimonianza di Papia, il Vescovo millenarista di Gerapoli in Frigia, si sapeva nella comunità cristiana che Matteo aveva originariamente dettato il suo Vangelo in aramaico: ebraidi dialecto. Ma Egesippo era maestro in aramaico. Eusebio ci attesta questa perizia in aramaico di Egesippo con una frase straordinariamente significativa: «In particolare trae parecchie cose dalla lingua aramaica».
Saremmo legittimamente curiosi di sapere con esattezza quali sono queste parecchie cose che Egesippo trae «dalla lingua aramaica». E siamo naturalmente tentati di pensare che tra quelle parecchie cose debba essere compreso il giuoco di parole perfettamente aramaico che il Vangelo di Matteo suppone istituito da Gesù sul nome Cefas, al momento della confessione messianica nei paraggi di Cesarea di Filippo. Facendosi forte della sua grande maestria in fatto di lingua aramaica, forse subcoscientemente travagliato e sedotto dal fantasma della successione apostolica, Egesippo può avere egli stesso introdotto nel racconto matteano dell’episodio di Cesarea (vedi nota a piede pagina) questo giuoco di parole che, con uno scambio di termini suggerito dal nome dell’Apostolo più rumoroso, finisce con l’investire Pietro di un potere di cui si sarebbero sempre più allargati e rafforzati i confini.
A Roma, in un momento criticissimo dello sviluppo disciplinare ecclesiastico, ai primi sentori della crisi montanistica, dovettero essere ben felici di scoprire il fondamento giuridico del potere di Pietro e dei suoi successori.
I latino-africani, che dovevano costituire allora il nucleo più imponente e più accreditato della comunità romana, dovettero essere ben grati alla sapienza aramaistica di Egesippo che con le sue sottigliezze linguistiche riusciva a dare ad uno degli episodi salienti della narrazione evangelica una portata nuova ed una significazione preziosa».
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Si tratta del passo, presente in tutti i vangeli sinottici (Mt. 16, 16; Mc. 8, 29; Lc. 9, 20) in cui Gesù, giunto dalle parti di Cesarea di Filippo, domanda ai suoi discepoli:
“Chi dicono gli uomini che io sia?”. Ed essi risposero: Gli uni, Giovanni Battista: altri, Elia; ed altri, uno de’ profeti.Ed egli domandò loro: E voi, chi dite ch’io sia? E Pietro rispose: Tu sei il Cristo".
Così in Marco e Luca, ma SOLO nel vangelo di Matteo c’è un’aggiunta, a detta di molti studiosi, stilisticamente espressa in un greco molto più colto. In Matteo 16, 16; il dialogo continua:
"E Simon Pietro, rispondendo, disse: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù, rispondendo, gli disse: “Tu sei beato, o Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. Ed io altresì ti dico, che tu sei Pietro, e sopra questa roccia io edificherò la mia chiesa e le porte dell’inferno non la potranno vincere. Ed io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che avrai legato sulla terra, sarà legato nei cieli, e tutto ciò che avrai sciolto sulla terra sarà sciolto nei cieli.” Allora egli ordinò ai suoi discepoli di non dire ad alcuno che egli era Gesù, il Cristo. (N.d.R)

 

“Quando arrivai a Roma, ho scritto la successione dei vescovi fino ad Aniceto, e a Sotero Eleutero. E in ogni successione e in ogni città tutto funziona secondo le ordinanze della Legge, e i Profeti, e il Signore”.
Nell’elenco Egesippo attesta che Pietro fu il primo vescovo di Roma, contrariamente a tutte le fonti precedenti.

Non mi è stato facile capire questo passaggio, anche perché ogni testo moderno che parli di Pietro inizia con frasi che richiamano quella, ingenuamente categorica, di Don Bosco nella introduzione alla sua opera su Pietro: 

“Mettere in dubbio la venuta di san Pietro a Roma è lo stesso che dubitare se vi sia luce quando il sole risplende in pieno mezzodì; perciò la sola ignoranza o mala fede può esserne cagione”.

Non voglio né posso prendere una posizione o fare alcuna ipotesi su una contraddizione nata oltre 1.800 anni fa, e mi sono limitato a riportare fedelmente le fonti. Tuttavia non posso esimermi dal condividere con il lettore una scoperta in cui mi sono casualmente imbattuto durante i mesi di ricerche impegnate nel tentativo di trovare una spiegazione ad un problema storico che presentava troppe incongruenze.
Fin dagli anni della mia infanzia nella biblioteca di famiglia esisteva una polverosa edizione in tre volumi, intitolata “Storia del Cristianesimo” di Ernesto Buonaiuti. Ho iniziato a leggerla con la sensazione che si trattasse di uno studio di grandissimo valore storico ed esegetico, mirabilmente scritta e piena di intuizioni interessanti.
Incuriosito dalla biografia dell’Autore ho cercato di approfondirne la figura, scoprendo un gigante sfortunato che, pur avendo subito, oltre alla scomunica, anche una sorta di “damnatio memoriae” (infatti in tutte le mie ricerche storiche non ho mai trovato un rimando o una citazione alle sue opere) è rimasto talmente cattolico da scrivere, alla fine della sua vita, le seguenti parole:
“Il Cristianesimo è l’unica democrazia possibile; perché in nessun’altra forma di vita religiosa, come in nessun’altra visione filosofica della vita, l’aggregato umano, il senso della solidarietà universale, la coscienza dell’unica famiglia del mondo hanno, come nel Cristianesimo, altrettanto rilievo e altrettanto inconsumabile peso”.
Il Cristianesimo, dunque, non la gerarchia della Chiesa, lo splendore della Curia ed il suo talvolta sinistro potere. Il Cristianesimo dei missionari, dei buoni parroci, di Madre Teresa, dei devoti caritatevoli.
Buonaiuti ha avuto il coraggio, che ha pagato duramente sia alla chiesa che al fascismo, di scrivere – a differenza di altri che spesso hanno voluto trovare ciò che cercavano – ciò che aveva trovato.
Ho il piacere e l’onore di trascrivere (v. riquadro a sinistra) una sua ipotesi molto interessante di modo che che i lettori più pazienti, o semplicemente più interessati alla verità storica, possano approfondire la mia ricerca sulla improbabilità della venuta di Pietro a Roma e sulle cause primigenie del primato della sede apostolica romana.
Neanche quaranta anni dopo Tertulliano affermava che la preminenza di Roma è legata al fatto che tre apostoli, Pietro, Paolo e Giovanni, vi hanno insegnato e i primi due vi sono morti martiri. Era così nata e si era consolidata, dapprima timidamente e poi con più chiarezza, una verità (fra l’altro piuttosto confusa visto che una presenza di Giovanni a Roma non è attestata da altre fonti) che avrebbe legittimato per secoli il primato della chiesa di Roma su tutte le altre diocesi, conferitole dalle parole di Gesù a Pietro e dal suo magistero nell’Urbe.
Al punto che Callisto, nel 220, una cinquantina di anni dopo Egesippo, applicandosi ai suoi testi, affermava di avere il potere di legare e sciogliere e quindi di accogliere nella Chiesa anche gli adulteri, in quanto la sua Chiesa “era vicina al sepolcro di Pietro”.
Quanto a tale sepolcro, portato da molti come prova definitiva della presenza e del martirio di Pietro a Roma dopo le scoperte di Margherita Guarducci, esso presenta allo sguardo dello storico che considera come “vero” solo ciò che può essere provato con il metodo filologico sperimentale, lo stesso ironico stupore che dovettero suscitare agli stoici del IV secolo le reliquie portate a Roma da Elena, madre di Costantino.

La definitiva consacrazione del primato di Roma

Con il papa Leone I, detto Magno (440-461) il primato di Roma diviene legittimo ed ufficiale, perché sancito da un editto di Valentiniano III datato 8 luglio 445 in cui venivano appoggiate le misure prese dal papa nei confronti di alcuni vescovi delle Gallie, e veniva solennemente riconosciuto il primato del vescovo di Roma sull’intera Chiesa.

1 Leone-e-Attila

Tale editto riconosceva che il primato del vescovo di Roma era basato sui meriti di Pietro, la dignità della città e il Credo di Nicea; ordinava, inoltre, che ogni opposizione alle sue decisioni, che avrebbero avuto forza di legge, doveva essere trattata come tradimento e che chiunque si fosse rifiutato di rispondere agli avvertimenti di Roma avrebbe dovuto essere ivi estradato da parte dei governatori provinciali.
Questo titolo si rafforzò notevolmente nel 607 quando l’imperatore Foca, che aveva visitato Roma e la colonna commemorativa del quale ancora si erge nel Foro romano, per contraccambiare l’amicizia del vescovo di Roma, riconobbe la supremazia della “sede apostolica di Pietro su tutte le chiese” (caput omnium ecclesiarum) e vietò al patriarca di Costantinopoli di usare il titolo di “universale” che da quel momento doveva essere riservato solo al vescovo di Roma, Bonifacio III.
Talmente era necessaria una legittimazione incontestabile su un primato papale che non era nel DNA del sistema religioso cristiano, sia per le rivalità delle diocesi, sia per le interferenze del potere secolare che voleva condizionarle per i propri scopi, che in epoca carolingia (tra il 750 e l’830) venne creato su mandato della Curia (ma non conosciamo esattamente sotto quale Papa) il falso, noto come la “donazione di Costantino” (di cui abbiamo parlato all’inizio di questo articolo), per avvalorare i diritti della Chiesa sui vasti possedimenti territoriali in Occidente e per legittimare le proprie mire di carattere temporale ed universalistico.
Dando il via alla legittimazione definitiva di quel meccanismo divino di rappresentanza ed investitura che ha giustificato fino ai nostri giorni qualsiasi ingiustificabile azione della Chiesa e dei governi.

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