Risorgimento al Barolo

12.TeanoAl di là delle motivazioni romantiche il Risorgimento è stato anche frutto di interessi economici sia in campo industriale e finanziario che agricolo.

In quello scenario complesso la viticoltura e la produzione di vini pregiati ebbero un ruolo non secondario

 Ora che le cerimonie ufficiali per i centocinquanta anni dell’Unità d’Italia per i centocinquanta anni dell’Unità d’Italia sono terminate e il doveroso orgoglio nazionale soddisfatto si può guardare a quel periodo con meno commozione e con un po’ più di obiettività. Ma anche con un minimo di senso storico, poiché finora c’è stata molta retorica e pochissima analisi critica. Si è cioè celebrato il risultato. Ma si è poco indagato sull’antefatto. Sulle motivazioni che hanno determinato quel risultato dando un grande risalto ai motivi ideali. Ma molto meno a quelli economici. E - perché no? - quasi affatto si è parlato di quelli... enogastromici, Che invece hanno avuto un ruolo non secondario.

Per amor di Patria caliamo un pietoso velo sulle tre famose guerre. Pensando a Novara ed a Lissa c’è poco da gloriarsi. E da celebrare.

12.-bicchiereD’altra parte è perfettamente inutile giudicare le capacità militari dei nostri Generali e dei nostri Ammiragli: anche dopo il Risorgimento sono sempre rimaste più o meno le stesse. Sarebbe polemizzare piuttosto che farsene una ragione: da noi, per quanto riguarda gli alti gradi militari, questo è il massimo che passa il convento. Badoglio docet. E poi, comunque siano state condotte quelle tre guerre il loro bravo risultato l’hanno pur sempre ottenuto.

È invece molto più interessante conoscere il perché quelle guerre sono state scatenate, tralasciando quelle motivazioni ideali che non mancano mai, da una parte dell’altra della barricata, costituendo l’anestetico più usato spingere degli uomini ad andare a farsi ammazzare.

Ma i perché delle guerre sono invece molti altri, spesso molto meno nobili. Anche per le nostre guerre Risorgimentali i perché sono stati tanti, malgrado in queste recenti celebrazioni siano stati quasi sempre ignorati.

Proviamo ad analizzarne almeno uno.
E per fare questo è sufficiente un brindisi all’Italia per onorarla.

12.cavour

Cavour e Bismack fanno parte di quella piccola aristocrazia terriera che sta iniziando un primo processo di industrializzazione e sta specializzando le proprie colture. 

Ne sono esempi i vini del Reno e del Barolo. Per non parlare del Chianti di Bettino Ricasoli e di Ubaldino Peruzzi. O del Marsala dei Florio.

12.bismarck

12.Ricasoli

12.Carlo Alberto di Savoia

12.Pio-IX
12.Grinzane

12.vittorio-emanuele-II

Il Barolo

Brindare, ad esempio con un Barolo, è come ripercorrere la nostra storia, giacché quel vino ne costituisce una parte importante e a volte addirittura determinante, specialmente per quanto riguarda il nostro Risorgimento.
Anzi, si potrebbe dire che il Barolo sia stato senza dubbio uno dei tanti “perché” del processo storico di assestamento nazionale, sviluppatosi e conclusosi nel XIX secolo, che ha portato alla nascita del Regno di Italia.
Parallelamente all’unità d’Italia si realizza nello stesso secolo anche l’unificazione della Germania.
C’è però da dire che in ambedue i casi l’istanza unitaria non sarà certo voluta a furor di popolo, ma sarà sentita soprattutto a livello giovanile e da minoranze colte ed illuminate.
Naturalmente questo non significa che certi ideali fossero una prerogativa esclusiva di queste minoranze, ma che la partecipazione popolare é stata più ridotta. La spiegazione si può forse trovare nelle varie motivazioni alla base del Risorgimento. Accanto alle diffuse e prevalenti aspirazioni di unità e di indipendenza ce ne erano indubbiamente anche di economiche alla base di quelle aspirazioni.
Non si spiegherebbe altrimenti l’attivismo di certe classi nobili e privilegiate a favore di una politica risorgimentale.
È sintomatico che gran parte delle ricche Famiglie di più o meno recente nobiltà appoggiassero il nuovo corso. La loro influenza sulle Case regnanti protagoniste sarà decisiva per l’accettazione di un disegno nazionale a sfondo imprenditoriale. E tutto sommato di stampo capitalista. In altre parole: a parità di ideali le classi benestanti avevano una motivazione in più: quella economica. Logico quindi che fossero in maggioranza.

È stato effettuato un rilievo altimetrico sulle ubicazioni delle proprietà delle varie famiglie risorgimentali italiane. Tutte erano proprietarie di terreni a colture altamente specializzate con aree situate a mezza costa: tra i cento ed i trecento metri di altitudine. Vale a dire le zone del vino.
Logico quindi che quelle Famiglie volessero abolire i dazi doganali interni per esportare con maggior vantaggio questa produzione pregiata. Se a questa comprensibile aspirazione si aggiunge anche l’altro ingrediente, il patriottismo, la miscela è completa. Ed ecco le guerre per l’unità.
Parallelamente altre necessità erano avvertite anche dalla più recente aristocrazia industriale. Vale a dire da quella borghesia che in virtù delle proprie fabbriche aveva ottenuto un titolo nobiliare. Ma in questo caso il problema era visto da un’angolazione diversa. Per dei produttori di manufatti molto più dell’unità occorreva l’indipendenza nazionale, giacché all’interno di un Impero può accadere che non tutte le zone industriali siano ugualmente favorite.
L’industria lombarda, per esempio era penalizzata nei confronti di quella boema, molto più debole e quindi favorita con compiacenti dazi protettivi. In Lombardia ci si rendeva conto che staccandosi dall’Impero Austo-ungarico si sarebbe guadagnato di più.
A ben pensare oggi Bossi propone ancora dei vecchi ritornelli ottocenteschi: sia che le si chiami “guerre per l’unità”, sia “d’indipendenza” resta il fatto che l’origine è la stessa: una combinazione di alti ideali e di concrete necessità economiche. Tali istanze non erano tuttavia avvertite dalle masse popolari che aderirono con scarsa e tardiva partecipazione.
Furono proprio quelle guerre, qualunque ne sia stata la motivazione, a determinare una coscienza nazionale e ad originare il patriottismo, sentimento indispensabile a qualsiasi stabile aggregazione statale.
L’unità nazionale era perciò un processo storico ormai ineludibile a causa delle già pressanti esigenze del libero mercato e di un capitalismo moderno che tendeva a liberarsi dalle pastoie degli Stati e Staterelli sia Tedeschi sia Italiani. Fu comunque un ottimo affare: con un modesto spargimento di sangue fu tolto di mezzo tutto ciò che impediva lo sviluppo di una economia moderna.

I dazi sul Barolo

Per capire gli interessi in gioco in quel momento basta rileggere quello che scrisse Carlo Cattaneo, uno dei protagonisti delle “cinque giornate” di Milano, che partecipò alla stesura dell’accordo tra la Giunta insurrezionale milanese ed il Piemonte.
In quell’accordo Carlo Alberto mise nero su bianco tutte le sue richieste, iniziando col pretendere l’immediata abolizione del dazio sul Barolo. La richiesta d’annessione della Lombardia comparve solo in seguito.
Ma non fu certo un caso isolato e fortuito. Venti anni dopo, giusto il giorno successivo all’entrata dei bersaglieri di Vittorio Emanuele II in Roma, la delibera n.1 della prima Giunta capitolina sancì l’immediata abolizione del dazio sul Barolo, con conseguente crollo dei prezzi dei vini locali.
Fu così il Frascati a pagare per primo la sua reazionaria origine papalina.
L’abolizione dei dazi sul Barolo non fu quindi una linea politica occasionale, ma di lungo respiro e continuata da tutti i Regnanti di Casa Savoia.
Non poteva infatti essere altrimenti. Tutto iniziò con la decisione di Carlo Alberto di esportare in Svizzera il sale ligure in maniera semplice e diretta attraverso il lago Maggiore con costi di trasporto minori. Così il monopolio piemontese fece affari d’oro. L’unico ostacolo era rappresentato dall’Impero austriaco che, in base ad un vecchio accordo commerciale, già riforniva la Confederazione Elvetica spedendole via terra il sale del mare adriatico.
Come prevedibile Vienna non gradì affatto una concorrenza che significava la perdita di un ricco monopolio secolare. E quando tra Stati si tratta di soldi è facile ricorrere alle maniere forti. In questo caso Vienna dette inizio ad una guerra commerciale e per ritorsione non solo raddoppiò i dazi sui vini piemontesi esportati nel Lombardo-Veneto, ma convinse facilmente anche tutti gli altri staterelli della penisola a seguire il suo esempio protezionista.
In almeno mezza Italia il Barolo divenne una merce troppo cara per essere esportata.

Il danno per il Piemonte fu notevole, molto superiore ai nuovi proventi sul sale. Quando poi a Torino furono approvate le cosiddette leggi eversive la situazione divenne ancor più grave.
Di fronte agli espropri dei beni ecclesiastici la Santa Sede non si limitò alle sole scomuniche, ma reagì anche in campo economico, ed il dazio sui vini piemontesi divenne proibitivo.
Il Piemonte a quel punto aveva perduto tutti i più importanti mercati italiani per il suo vino. L’unico rimasto aperto era quello della Francia: ma si trattava addirittura della concorrenza.
Per un Paese che basava gran parte della sua economia sulla esportazione del vino la situazione era talmente grave da far sottostimare i rischi di una guerra, tanto da farla considerare come il male minore. Come dunque dubitare che Carlo Alberto, il nostro italo Amleto, come lo definisce il Carducci, non pensasse solo all’unità Italiana. E che prima di “trarre “la spada” due conti lui e i suoi consiglieri di Corte, tutti grandi proprietari terrieri produttori di vino, se li siano fatti?
Si potrebbe forse obiettare che la crisi del mercato vinicolo non fosse così prioritaria. E che dei semplici consiglieri di Corte potessero valutare le variazioni della bilancia dei pagamenti.
Ma in campo scese un uomo come il conte di Cavour le cose certamente cambiarono: abile politico qual era, per di più Ministro dell’Agricoltura certamente non ignorava la gravità della crisi vinicola in atto.

Il conte di Cavour

Cavour aveva in materia di viticoltura una conoscenza non solo teorica ma, soprattutto pratica.
Nel 1832, ventiduenne, era stato costretto a lasciare per insubordinazione il servizio militare che svolgeva come ufficiale a Genova ed era stato mandato al confino in Val d’Aosta.
Il ragazzo aveva manifestato in maniera eccessiva il suo spirito liberale , esprimendo idee che mal si conciliavano con la reazionaria disciplina militare sabauda.
A toglierlo dal confino ci pensò il padre, il marchese Michele, che gli affidò la gestione di una proprietà di famiglia, il castello di Grinzane. 180 ettari di vigne nel cuore delle Langhe: la terra dei tartufi e del Nebbiolo.
Questo incarico mise in luce le grandi capacità organizzative del giovane Camillo che in poco tempo rimise in ordine le cantine ed i vigneti, trovati in condizioni disastrose, chiamando ad affiancarlo quello che all’epoca era il più famoso esperto di enologia, il generale Paolo Francesco Staglieno.
Il fatto che anche un militare si dedicasse alla viticoltura è sintomatico e dimostra quale fosse l’importanza del vino nell’economia piemontese.
Cavour insieme a Staglieno impose una svolta nella produzione del vino piemontese, fino ad allora basata sui moscati dolci e su vini leggeri ed abboccati, puntando invece sui vini secchi: asciutti, limpidi, ad alta gradazione alcolica ma gradevoli al palato e dal fragrante aroma.
Da selezionate uve Nebbiolo di prima scelta nasceva dunque il Barolo classico, invecchiato in fusti di rovere.
L’interesse di Cavour per la viticoltura fu tale che nel 1842 fu tra i fondatori della prestigiosa Associazione Agraria Subalpina, il cui primo congresso si tenne nel 1843 nella tenuta reale di Pollenzo.
Carlo Alberto ne rimase così entusiasta che decise di trasformare Pollenzo in “un podere modello”. E per farlo letteralmente reclutò il Generale Staglieno.
Cavour non poté certo opporsi al Re. Ma non era uomo da perdersi d’animo. Riuscì a trovare un sostituto allo stesso livello del Generale nell’enologo francese Oudart con cui produsse vini talmente pregiati da essere presentati alle esposizioni mondiali di Torino e di Londra.
Nel 1850 Cavour venne nominato Ministro dell’Agricoltura e dovette affrontare una nuova ed improvvisa emergenza: i vigneti piemontesi , quelli di Nebbiolo soprattutto, furono attaccati da un fungo proveniente probabilmente dall’Inghilterra.
Si trattava di una crittogama di cui si sapeva ben poco: lo oidio (o “marin” per i piemontesi) le cui spore attaccano le radici delle viti facendo prima cadere gli acini ancora in maturazione e poi uccidendo la pianta. Una catastrofe di proporzioni immani che rischia di azzerare la viticoltura piemontese.
Cavour ebbe così l’occasione di dimostrare la sua capacità organizzativa: ordinò un censimento per valutare la presenza della malattia provincia per provincia e diede incarico alla Reale Accademia di Torino di studiare il micidiale fungo e porvi rimedio.
Che venne trovato nel settembre del 1851 nella preventiva solforazione dei vigneti e che ancora oggi è adottato normalmente.
Si può quindi ben dire che Cavour non si è limitato a fare l’Italia. Ha anche permesso agli Italiani di bere dell’ottimo vino.

Vittorio Emanuele II

E sempre a proposito di vino bisogna ricordare anche l’altro padre della Patria: Vittorio Emanuele II. È lui che nel 1859 aveva regalato a Rosa Vercellana, la tenuta di Fontanafredda e Mirafiori, nelle Langhe piemontesi. Naturalmente tutti sanno che Rosa Vercellana, “la bella Rosina”, era la storica amante del Re, divenuta poi moglie morganatica. In quell’occasione Vittorio Emanuele II le aveva conferito il titolo nobiliare di Contessa di Mirafiori.
Il titolo fu naturalmente esteso anche ai due figli nati da quella relazione: Maria Vittoria nata nel 1848 e Emanuele Alberto nato nel 1851.
È ovvio che la bella Rosina non poteva godere certo di buona stampa a Corte ed era terribilmente osteggiata dal Cavour che arrivò perfino ad insinuare che avesse una relazione segreta con un gioielliere di Torino.
Rosa si difese con molta abilità e, soprattutto, con molta malizia. Disse a Corte che gli assalti amorosi del Re erano così frequenti ed impetuosi che non avrebbe certo avuto la forza di fare altre esperienze. La pubblica e piccante confessione ebbe il suo effetto: il Re ne fu lusingato e le malelingue dovettero tacere.
Benché la tenuta reale di Fontanafredda avesse già una tradizione vinicola ben consolidata sarebbe stato proprio il Conte di Mirafiori Emanuele Alberto a portarla all’eccellenza.
Aveva cominciato a vinificare con criteri moderni nel 1878, dopo la morte del padre. Da allora la tenuta di Fontanafredda cambiò destinazione: da antica alcova di amanti reali divenne la culla dei più prestigiosi rossi da invecchiamento, i famosi vini del Re.

12.chianti-gallo-neroLa Toscana

Ma non sono stati solamente i Piemontesi a coniugare l’Unità d’Italia con la produzione di vino. Anche Bettino Ricasoli, il famoso Barone di Ferro, fu sia un abile politico, sia un validissimo enologo.
Per partecipare sempre più attivamente alla vita politica il Barone fondò anche un giornale: “La Patria”, che si stampa ancora oggi e che dopo l’unità nazionale si chiamò “La Nazione”.
Ideologicamente apparteneva alla Destro moderata. Alla morte di Cavour, divenne Presidente del Consiglio del Regno d’Italia. Nel biennio 1861- 1862. Successivamente assunse lo stesso incarico nel 1866-al 1867, conducendo, insieme al suo Ministro degli Interni Peruzzi, la disgraziata lotta contro il cosiddetto “brigantaggio” nel meridione”.
Malgrado gli impegni politici il Barone Ricasoli trovava anche il tempo per curare la sua passione per la viticoltura nel castello di Brolio nel Chianti.
Fu proprio in quella tenuta che redasse quello che doveva diventare il disciplinare ufficiale del Chianti classico, stabilendo le esatte percentuali delle uve che servono a dare vita al vino Chianti: 70% di Sangiovese, 20% di Canaiolo,ed il 10% di Malvasia o di Trebbiano, dosaggio è rimasto inalterato fino al 1996. Da quella data la percentuale di uve Sangiovese è stata portata all’80% mentre il restante 20% è formato da uve a baca rossa dando vita al celebre marchio del Chianti classico: il famoso “gallo nero”.
Questo simbolo ha origini lontanissime. Risale addirittura al 1348. All’epoca i confini delle zone denominate Chianti non erano ben definiti. Tra Firenze e Siena c’era molta incertezza su dove posizionare i rispettivi confini.
Si pensò allora di risolvere la questione una volta per tutte. Al cantar dei galli, uno bianco l’altro nero, due cavalieri sarebbero partiti dalle rispettive città: il punto del loro incontro avrebbe stabilito il confine.
Pare però che i Fiorentini la sera prima non avessero dato da mangiare al loro gallo. Quello nero. Conclusione: il gallo affamato cantò prima dell’altro ed i Fiorentini ebbero più terreni dei Senesi. Naturalmente la cosa venne alla luce e ci fu anche una piccola guerra, vinta dai Fiorentini che scesero in campo con lo stendardo del gallo nero. Da allora il Chianti classico dalla parte di Firenze si chiama Gallo nero, mentre quello di Siena si chiama Chianti dei colli senesi.

Il Veneto

Ad ulteriore dimostrazione del singolare rapporto tra la viticoltura ed il Risorgimento un altro esempio.
L’ingegner Antonio Carpené fu sicuramente un fervente patriota: partecipò alla seconda guerra d’Indipendenza ed alla spedizione dei Mille. Ma fu anche un geniale enologo. Tornato nella sua Conegliano si dedicò alla spumentatizzazione del Prosecco. Seguiva il metodo classico usato da Madame Cliquot, la famosa vedova. E con ottimi risultati. Riuscì infatti a creare un vino spumante italiano che potesse competere, o almeno non sfigurare, con lo Champagne.

12.Nelson

12.Argus

12.marsala12.Vincenzo-Florio

12.Garibaldi

Le Due Sicilie

Ma tra i vini che in qualche modo possono essere collegati al Risorgimento ci sono anche quelli del Meridione.
Uno fra tutti: il celebre Marsala, la cui interessante storia iniziò quando per una tempesta un mercante inglese fu costretto a sbarcare a Marsala.
Siamo ai tempi di Nelson e costui, di nome Woodhouse, acquistava vini in Italia per rivenderli in Inghilterra. Durante la sua sosta forzata a Marsala scoprì un ottimo vino locale che apprezzò talmente da pensare di mandarlo in patria.
Ad evitare che il vino si rovinasse durante il lungo viaggio per mare aggiunse alcool nelle botti, con l’usuale metodo adottato per trasportare lo Sherry. Poiché quel vino non aveva un nome particolare lo chiamò Marsala. In Inghilterra il successo fu tale che Woodhouse decise di impiantare a Marsala una sua azienda con tanto di fattorie e di cantine, chiamate “bagli” in siciliano.
Nelson, che amava talmente quel vino da usarlo per brindare in occasione delle sue vittorie, fece addirittura adottare dalla flotta inglese il Marsala al posto dello Sherry, tanto che in Inghilterra il Marsala veniva anche chiamato “Victory wine”.
Ai primi stabilimenti di Woodhouse seguirono quelli di un altro inglese: Benjamin Ingham.
Nel 1833 un imprenditore calabrese Vincenzo Florio iniziò a sua volta la produzione del Marsala. Ben presto la nuova azienda si affermò in modo sorprendente creando una vera dinastia: quella dei Florio, che per il trasporto dei loro vini crearono addirittura una loro flotta, la Società dei Battelli a Vapore Siciliani.
Le navi Florio non portavano solo vino ma svolgevano anche un servizio postale ed il trasporto di passeggeri. Su licenza del Governo Borbonico furono addette perfino al trasporto di truppe.
Nel secolo scorso il gruppo Florio ha rilevato completamente l’attività sia della Woodhouse sia della Ingham i cui marchi oggi gli appartengono.
Ma nel 1860 le aziende inglesi erano ancora operanti e ben presenti in Sicilia. E quando fu chiaro che Garibaldi si dirigeva verso Marsala furono prese varie iniziative.
Per proteggere le aziende inglesi Londra inviò a Marsala due navi da guerra: la Argus e l’Intrepid. Dal canto suo il Governo borbonico armò quattro battelli della flotta Florio. Avevano il compito di intercettare i vascelli di Garibaldi, impedendo loro di entrare nel porto di Marsala.
Ambedue le iniziative si dimostrarono un fallimento per i Borbonici. Innanzi tutto i vascelli armati della flotta Florio non riuscirono affatto ad intercettare le navi di Garibaldi. Anzi, è molto probabile che avessero evitato con cura di farlo.
Resta comunque il fatto che Garibaldi, una volta sbarcato, sequestrò l’intera flotta Florio le cui navi da quel momento parteciparono alla guerra dalla parte dei Garibaldini.
Per quanto riguarda invece le due navi da guerra inglesi si posizionarono in un modo del tutto singolare, proprio davanti alle navi da guerra borboniche presenti a Marsala, rendendo loro impossibile di dar fuoco ai cannoni. Fu così che il Lombardo ed il Piemonte poterono tranquillamente sbarcare i Mille.
Le navi borboniche riuscirono a sparare qualche colpo solo più tardi. Il Lombardo colpito si adagiò su un fianco. Ma era ormai completamente vuoto. I Garibaldini erano già tutti scesi. E risalivano incolumi le colline intorno a Marsala.
Dunque la conquista del Regno delle due Sicilie è anche dovuta all’apporto di un vino. O meglio dall’apporto di due estimatori del Marsala: da un lato i Florio e dall’altro la marina inglese.
A Italia fatta, il 19 luglio 1862 Garibaldi visitò lo stabilimento Florio. In suo onore ad un tipo di Marsala fu dato il nome di Marsala superiore Garibaldi. Oggi il nome è diventato Marsala stravecchio Superiore.
D’altra parte Garibaldi non può stare su un’etichetta. Deve stare a cavallo sui monumenti, lo esige l’orgoglio nazionale, giacché il Risorgimento rappresenta oggi un’epopea in cui c’è posto solo per gli eroi. E per i martiri. In un contesto del genere parlare di vino sarebbe quanto meno sacrilego.
C’è solo un’eccezione.
L’eretica Casa vinicola Pellegrino continua a chiamare Garibaldi il suo Marsala superiore.
E con tutta probabilità all’Eroe dei due mondi ciò neppure dispiace.

 

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