Nerone, l'imperatore che temeva l'abbandono

neroneQuanto può essere concepibile dal punto di vista psicologico la teoria di Nerone “imperatore folle”?

Per secoli la storiografia su Nerone lo ha letto in modo ferocemente ostile, dipingendolo via via come pazzo, incendiario, dissoluto, assassino, esibizionista.
Secondo lo psicologo Borwin Bandelow, molti imperatori, come Caligola o Nerone appunto furono affetti dalla sindrome borderline, un disturbo della personalità caratterizzata da un’instabilità pervasiva dello stato d’animo, delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e del comportamento. Proprio questa patologia spiegherebbe il comportamento stravagante e a tratti anche folle di molti Cesari.

 

Secondo lo studioso i dittatori romani erano emozionalmente instabili e, proprio per questo motivo riuscivano a raggiungere e a gestire il potere. C’è però da domandarsi se non fosse invece il potere a corrompere successivamente e gravemente una personalità già rosa dall’ambizione e dal fascino del potere assaoluto, e dunque moderatamente patologica. Nerone, per Bandelow, farebbe quindi parte di questa schiera di imperatori psicopatici o fortemente disturbati che hanno fatto della follia la forza del loro potere.
La figura materna, così dominante ed incombente è il primo elemento del quadro clinico di Lucio Domizio Enobarbo, proiettato da Agrippina in un gioco dapprima seducente, poi massacrante. Il secondo elemento è certamente il sangue degli Enobarbi: una famiglia mai distintasi per gloria, ma i cui membri passarono alla storia come intriganti, irascibili, talvolta vili ed opportunisti. Mai come illustri ed onorevoli.
Completa il quadro una situazione familiare critica quanto mai altre: un clima di intrighi e di rivalità, perdurante da oltre un secolo, in cui nessun membro della famiglia imperiale o della corte era sicuro del proprio futuro, giacché la morte, sia sul campo che per mano del boia, quando non di un sicario, incombeva su tutti.
Tutti elementi che certamente condizionarono l’adolescente Nerone alla ricerca di un’identità tutta sua, in conflitto fra sindrome da abbandono e delirio di onnipotenza, e lo spinsero verso un orribile, quanto inevitabile, matricidio.
In un interessante saggio dal titolo “Seneca o Nerone? Philosophe, cura te ipsum” Romolo Rossi del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Genova scrive: “La via di Nerone al matricidio è tracciata con precisione da Tacito, ed è lo storico stesso che lascia intravedere la presenza di Seneca dietro la vicenda nel bene e nel male:
“E gli assassini si sarebbero moltiplicati, se non vi avessero posto argine Afranio Burro e Anneo Seneca. Precettori del giovane principe, in concordia d’intenti rara tra persone di pari autorità, questa essi esercitavano su di lui in egual misura sebbene per vie diverse (…). A entrambi era comune ostacolo la sfrenata intemperanza di Agrippina, che invasata da tutte le passioni di una perversa strapotenza, aveva legato a sé Pallante, per iniziativa del quale Claudio s’era degradato a nozze incestuose e ad una funesta adozione. Non aveva però Nerone indole tale da subir dominio di servi; e Pallante gli si era reso odioso per l’arroganza sconveniente alla condizione di liberto.
Pubblicamente, per altro, Agrippina veniva colmata di ogni onore; e ad un tribuno della corte pretoria che secondo l’uso militare chiedeva a Nerone la parola d’ordine, questa esso gli aveva dato: “l’ottima fra le madri”
“L’evoluzione della figura della madre è assai bene evidenziata da Tacito, ed è perfino anticipato il primo incontro di Nerone con Agrippina, preludio alla scoperta della propria identità, che determinerà l’intolleranza di una vita in comune, l’estrema necessità del secondo definitivo incontro, senza più esitazioni e ripensamenti. Le adunanze dei senatori “venivano convocate in Palazzo, perché non veduta ma ascoltante, essa (Agrippina) potesse assistervi da una porta alle spalle di Nerone separata dalla sala da una cortina. Ed anzi accadde un giorno che (…) era sul punto di salire sul palco dell’imperatore e sederglisi accanto, quando, nel generale smarrimento, Seneca sollecitò Nerone a farsi esso stesso incontro alla madre”
Madre, dunque, simbiotica, invasiva, ombra colossale che gravava, padrona e minacciosa, dietro le spalle del padrone del mondo, talmente intrusiva che Nerone cercava di frenarla in un disperato tentativo di ribellione e di autonomia: la relazione con la liberta Atte, esasperato tentativo di Nerone di ribellarsi assumendosi una responsabilità decisionale, che si rivelerà tuttavia inutile e che si trasformerà addirittura in una intrusività sessuale che segnerà il tramonto dell’astro materno:
“Femminilmente fremeva Agrippina per aver rivale una liberta, nuora una domestica, ogni altra cosa analogamente; (…) quanto più aspramente lo tormentava tanto più accendeva la sua fiamma; sino a che, schiavo del suo violento amore, ogni deferenza verso la madre perdette, interamente abbandonandosi a Seneca: (…) Agrippina allora, cambiando tattica, si diè a circuire il giovane con le moine, sino ad offrirgli l’asilo della sua stessa camera per celarvi quei piaceri a cui lo traevano la giovane età e l’eccelsa posizione; ma il mutato atteggiamento non ingannò Nerone che le regalò prima d’esserne richiesto splendidi ornamenti. Ma Agrippina proruppe in proteste, che non già con codesti presenti la si poteva arricchire, quando ben altro le si toglieva; d’altronde, diceva, il figlio non faceva parte a lei se non di ciò che da lei aveva per intero ricevuto”
E ancora Tacito con lungimiranza quasi psicoanalitica scrive: “Erano consoli Gaio Vistano e C. Fonteio, quando Nerone ruppe ogni indugio a compiere il delitto lungamente meditato (…); e di giorno in giorno più lo infiammava la passione per Poppea, che disperando, viva Agrippina, di strappare per sé il matrimonio e contro Ottavia il divorzio, lo assillava d’insistenti recriminazioni, e lo motteggiava talvolta col nomignolo di pupillo, come colui che, prono all’altrui volere, s’era spogliato del comando non solo ma della stessa libertà (…). A cotali discorsi, che con le lacrime e la blandizia dell’amante penetravano a fondo nell’animo di Nerone, non v’era chi contrastasse; ché tutti agognavano il crollo della potenza materna, nessuno immaginando così tenace l’odio del figlio da giungere sino al matricidio”
Una repressione che covava sotto le ceneri, un senso di colpa quasi permanente che acuiva la voglia di trasgressione, unito alla crescente consapevolezza che, una volta liberatosi della madre avrebbe potuto finalmente dar sfogo alla sua vera indole: potere, esibizionismo artistico (molto disdicevole per un aristocratico, figuriamoci per l’imperatore!) e libertinaggio (meno disdicevole, ma pur sempre un affronto alle virtù romane). Continua Romolo Rossi:
“La “potenza materna” (ecco la moderna e quasi psico-analitica, esattezza terminologica di Tacito), non può piegarsi, senza il matricidio. In Nerone, il suo adattamento alle situazioni di spazio e tempo, la disperata ricerca della propria identità, sempre allontanata da motivazioni consce ed inconsce che richiamano la paura dell’immagine materna distruttiva e ripulsiva, non hanno altro sbocco che il matricidio di una madre vissuta come terrifica, minacciosa e divoratrice. Acoltiamo ciò che ci racconta Svetonio:
“Ci sono testimonianze precise che completano il racconto con particolari più raccapriccianti: che egli accorse, appena fu uccisa, a vederne il cadavere, e ne palpò le membra, parte vituperandola parte lodandola, e che, frattanto, venutagli sete, bevve. Eppure, tuttavia, non poté mai, né subito né appresso, far tacere il rimorso, nonostante gli facessero animo ed i soldati ed il popolo ed il senato con le loro congratulazioni: spesso confessava che il fantasma della madre lo perseguitava insieme ai flagelli e alle fiaccole ardenti delle Furie. Arrivò al punto di far evocare dai Magi, mediante incantesimi, i Mani, tentando di placarli. Nel viaggio in Grecia, poi, non osò prendere parte ai misteri di Eleusi, perché, per bocca del banditore, gli empi e gli scellerati sono esclusi dalla iniziazione ad essi”
Il rimorso: ecco la chiave terribile per interpretare gli eventi successivi di un uomo follemente inquieto, di un ingenuo sognatore di una pace universale e di una giustizia sociale, di un creativo il cui talento probabilmente fu offuscato dalla sua voglia di esibizionismo e di consenso. Ecco il contrasto che ci rende perplessi di fronte alla sua figura, inducendo oggi gli storici a rivederne un’immagine tradizionale così negativa. La domanda che ci poniamo è perché Nerone, che politicamente fu un innovatore proiettato verso una miglior giustizia sociale, nel privato fu così intemperante sia nella sessualità (alla maniera greca amava uomini e donne e prediligeva, oltre alle orge, le scorribande in incognito nei peggiori quartieri) che negli accessi di ira, fino al punto di uccidere a calci Poppea incinta, che pure amava perdutamente. Ho voluto girare questo quesito a Giuseppe Devita (nella foto), professore di Psicologia Dinamica C.A. dell’Università degli Studi Roma Tre, che così mi ha risposto:
“Nerone nacque il 15 dicembre del 37 d.c ad Anzio, al sorgere del sole, da parto podalico, considerato, in quel periodo, viatico di sventure. All’età di tre anni subì un primo, gravissimo, trauma psicologico, quando fu strappato alla madre Agrippina, confinata a Ponza per alto tradimento, ed affidato al padre Gneo Domizio Enobardo, malato e violento, che morì quando il figlio aveva solo 4 anni. Visse dunque i primi anni della vita (così significativi per la formazione della personalità) solo, maltrattato e povero giacché lo zio  Caligola aveva confiscato tutti i beni della sua famiglia.
Quando suo zio morì Agrippina tornò a Roma e sposò l’imperatore Claudio che lo adottò. Da questo momento la madre esercitò con forza  il suo ruolo dominante confinando il figlio in una situazione passiva, succube, che trovò il suo epilogo con la sua ascesa al trono a soli 19 anni.
Come infranse il giovane Nerone la sua dipendenza dalla madre?
Nella maniera più psicoanaliticamente significativa di un Edipo non risolto: preferì, per tutta la vita, confidenti e amanti più grandi di lui, dalla personalità forte rifiutando la moglie bambina (Ottavia) che non gli diede figli nei 10 anni di matrimonio.
L’imperatore, belloccio, abile nell’arte della retorica, giovane, conquistò i senatori, grazie anche a Seneca suo tutore. Dal 54 al 59 governò in modo esemplare al punto tale che Traiano scrisse che  “i primi anni valsero più di qualsiasi altro imperatore che lo aveva preceduto”.
Trasferì 40 milioni di sesterzi dai suoi fondi personali all’erario e ne donò 400 ad ogni cittadino romano. Alleggerì le imposte doganali e cercò di evitare gli abusi degli esattori trasformando molte imposte da indirette a dirette per farle controllare.
Ma la madre Agrippina, contrastò le sue riforme e le sue idee, così, dopo i primi anni di fasto e benessere cominciò il declino del giovane imperatore che per 10 anni fece condurre una vita piena di felicità ai suoi sudditi senza interferenze e senza guerre.
Ma Nerone era ancora giovane con poca esperienza della vita che svolgeva fuori dal suo palazzo. Così cominciò ad uscire di sera in incognito –ce lo documenta Tacito- per sfuggire alle responsabilità e alla pressione. Un passatempo solo se si è un po’ masochisti. Le baldorie notturne con scherzi e divertimenti semplici lo vedevano sempre al centro dell’attenzione finché una sera non venne picchiato da un senatore che difese la moglie dalle frasi ingiuriose rivoltele.
L’incidente divenne pubblico e questo lo rese più triste e solo perché dovette, controvoglia, abbandonare le querula compagnia e le uscite in incognito.
Quale fu il ruolo di Poppea, bellissima e calcolatrice, in questa vita in qualche modo irresponsabile?
L’entrata in scena di Poppea “donna dotata di ogni pregio femminile, tranne l’onestà” e i conflitti di potere a palazzo spinsero Nerone a  decidere di porre fine al suo rapporto “incestuoso” con la madre, determinando al contempo l’inizio del suo declino e l’inarrestabile fine di tutto quello che aveva faticosamente voluto per il bene di Roma, dell’impero e dei suoi cittadini.
Dunque, una vita dominata dal complesso materno...
Nerone, di cui molto sappiamo ed è documentato, venne descritto da Tacito, Svetonio, Dione Cassio, come tiranno, istrione, arrogante e, dai suoi nemici ed oppositori come mostro, la bestia 666 dell’apocalisse. Ma i fatti storici superano questa retorica confinata nei pregiudizi. Nerone, di cui non vogliamo venerare la memoria ma nemmeno seppellirla sotto idee ostili e profili negativi, era soprattutto un masochista con difficoltà esistenziali.
Nerone, come ho cercato di sottolineare, era un liberatore più che un oppressore: non guidò mai un esercito, amava scrivere poesie, cantare, recitare, cenare con filosofi, partecipare alle corse dei cavalli e ai giochi olimpici, dove vinse  quella che oggi sarebbe la medaglia d’oro nel torneo di pugilato.
Le prove che le folle lo adorassero sono schiaccianti: tutti correvano ai suoi concerti, alle sue feste, ad assistere alle sue gare. I suoi problemi sono legati solo all’ostilità della vecchia guardia dirigente. Essi volevano un capo militare con un codice morale e non una “pop star” dai modi colti ed ellenizzanti.
Inoltre, alla sua morte, una politica di “damnatio memoriae” avrebbe garantito che non sopravvivessero testimonianze a lui favorevoli.
Infatti la sua fama è legata solo alle sue intemperanze, specie sessuali, ed alla prima persecuzione dei cristiani.
Quella della cosiddetta “persecuzione” neroniana è una questione che merita un articolo a parte: certamente Nerone punì qualche centinaio di cristiani per gli incendi di Roma, ma le prove a suo carico sono confuse, ed è  fuori discussione che la religione  in queste condanne non ci entrasse affatto
In 13 anni di governo giustiziò e costrinse al suicidio una trentina di persone fra cui la madre Agrippina.
Non si tratta di un bel curriculum, ma è nulla se confrontato con altri imperatori: era l’unico modo per costoro di difendere la propria incolumità e la propria politica.
Quindi tutt’altro che il mostro sadico che la storia ci dipinge...
Tutto il contrario! Relativamente al suo profilo psicologico condivido l’idea di Richard Holland sul suo essere stato fondamentalmente un masochista. Altro che sadico! Vediamone le prove:
-    fu dominato da una madre molto forte che lo ha abbandonato nei primi quattro anni di vita;
-    il padre violento, il generale Burro, lo spagnolo Seneca erano molto bruschi e diretti con lui;
-    usciva di sera vestito da schiavo e spesso tornava pieno di ecchimosi;
-    dominato da Poppea fu convinto ad uccidere la madre e forse la moglie Ottavia;
-    tutte le donne che amò, dalla fedele Atte a Poppea, furono più anziane;
-    recitò ruoli di sottomesso a teatro, sino a interpretare la sposa abusata sessualmente da un suo liberto;
-    prima dei concerti e delle feste si sottoponeva a regimi alimentari rigidi e si metteva pesi di piombo sul petto;
-    tentò di bloccare i combattenti all’ultimo sangue;
-    protestava e spesso rifiutava di firmare condanne a morte;

Ma è ultima sua notte in vita che sottolinea il suo masochismo autolesivo alimentato da un profondo vissuto di abbandono: quella sera si lasciò andare e seguì i consigli dei suoi ex schiavi. Invece di fuggire strisciò sui rovi, bevve acqua da una pozzanghera e attese che gli scavassero la fossa. Si tagliò la gola. Solo, disperato, spaventato in un mondo e un’epoca che non gli apparteneva.
Nerone non era un mostro, un anticristo, un giullare, un esteta perverso, ma un uomo che spinse all’estremo la sua voglia di libertà personale da uomo più potente della sua epoca.
Gli uomini, anche più potenti, sono fragili, insicuri, malati. Il suo “probabile masochismo autolesivo” era un tentativo di non sentire la disperazione, la solitudine abbandonica, il terrore.
La dignità gli è stata “strappata” dai suoi stessi senatori vetusti e ostili. La “ calunnia” ha centrato l’obiettivo. Ora è importante svelare la verità: Nerone fu un uomo mitizzato e bistrattato.
La verità è sfaccettata ed è semplice: si basa sui fatti realmente accaduti e sui contesti ambientali.
Anche questo è Nerone.
Un personaggio talmente complesso e misterioso che non finirà mai di stupirci.

 

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