Quel bastardo di Nerone - L'incendio di Roma

Indice
Quel bastardo di Nerone
Una madre ingombrante
Un quinquennio felice
La metamorfosi
L'incendio di Roma
Tutte le pagine

Incendio di Roma_Robert HubertL’incendio di Roma

E arrivò l’estate: un luglio caldo ed afoso come quelli che anche i romani di oggi conoscono molto bene. Nerone ha creduto di trovare rifugio alla calura nella brezza di ponente che spira costante sulle terrazze della sua villa di Anzio. Lo immaginiamo pigramente sdraiato su morbidi cuscini, circondato da schiave, liberti, cortigiani, mentre ascolta dei versi o pizzica la cetra, in attesa della visione del tramonto, che da quella terrazza  è splendido. All’improvviso arriva, inatteso, un pretoriano di corsa, inviato da Tigellino. Ansima, ha coperto al galoppo in poco più di un’ora gli oltre cinquanta chilometri della Via Ardeatina, probabilmente cambiando cavallo un paio di volte alle mutationes del cursus publicus: “Roma brucia... è un’incendio colossale, come non se n’è mai visto uno!»

Nerone rientra immediatamente: l’incendio, iniziato presso il Circo Massimo, sembra sia stato alimentato dal vento e dalle merci delle botteghe, per poi estendersi rapidamente all’intero edificio, risalendo poi sulle alture circostanti e infine diffondendosi con grande rapidità senza trovare impedimenti. I soccorsi sarebbero stati ostacolati dal gran numero di abitanti in fuga e dalle vie strette e tortuose. Ora è quasi arrivato alla sua domus sul Palatino, che in poche ore brucia completamente, così come brucia tutta Roma, dal Circo Massimo alla Suburra, dal Celio all’Aventino.

Nerone fa aprire alla folla in fuga gli spazi verdi dove l’incendio non può alimentarsi: il campo Marzio, i suoi giardini sul colle Vaticano e perfino gli horti di Mecenate sull’Esquilino dove ha in progetto di costruire la sua nuova domus.

Sulla torre che sovrasta gli horti Nerone crea il quartier generale per coordinare i soccorsi e le operazioni di spegnimento: da lì può vedere tutta Roma e lo spettacolo che gli si presenta è terribile nella sua grandiosità. Delle quattordici regioni che compongono la città, tre (la III, Iside e Serapis, attuale colle Oppio, la IX, Circo Massimo, e la X, Palatino) sono totalmente distrutte, mentre in altre sette si registrano enormi danni. I morti sono migliaia, i senzatetto oltre duecentomila. 4.000 insulae e 132 domus, oltre ad edifici pubblici e monumenti, sono ormai cenere. Dopo sei giorni l’incendio sembrava domato, ma i cittadini stremati non fecero in tempo a riprendersi, che scoppiarono altri incendi in altre zone ricche di templi e portici. La gente, disperata, notava che le fiamme partivano dalle proprietà di Tigellino.

Sulle cause dell’incendio i tre autori di cui ci sono pervenuti gli scritti sono quasi completamente d’accordo: il mandante dell’incendio fu Nerone, che ne ebbe anche il movente. Svetonio e Dione Cassio lo accusano apertamente, Tacito esprime il beneficio del dubbio, ma poi elenca particolari che inducono il lettore a credere nella sua colpevolezza.

«...si era sparsa la voce che, mentre la città bruciava, Nerone fosse salito sul palcoscenico del palazzo ed avesse cantato la caduta di Troia, raffigurando nell’antico disastro le presenti sciagure»

«Adducendo a motivo che quegli antichi edifici così irregolari e quei vicoli stretti e storti non gli piacevano punto, diede a bella posta alle fiamme la città in maniera così evidente, che la maggior parte degli ex consoli, a cui accadde di sorprendere, nelle proprie tenute, camerieri dell’imperatore con stoppa e fiaccole accese, non li arrestarono; e alcuni granai nei pressi della Domus Aurea, della cui area fabbricabile desiderava massimamente venire in possesso, li fece abbattere e dare alle fiamme con macchine da guerra, perché erano costruiti in pietra. Per sei giorni e sette notti durò la distruzione operata dall’immenso rogo, mentre la plebe era costretta a cercare rifugio nei monumenti e nelle tombe. Allora, oltre un numero incalcolabile di insulae, andarono distrutte anche le case di antichi condottieri, ancora adorne delle spoglie nemiche, ed i templi degli dei promessi in voto o consacrati dai re e quelli dell’epoca delle guerre puniche e galliche…
Godendo dall’alto della torre di Mecenate dello spettacolo dell’incendio e rallegrato, come diceva, dalla bellezza delle fiamme, indossò il costume di teatro e cantò “La presa di Troia”».

Che l’incendio fosse spontaneo o di natura dolosa, alcuni saggi contemporanei tendono ad assolvere Nerone adducendo a discolpa l’odio che scrittori come Svetonio e Tacito avevano per la tirannide.

Altri, invece, continuano ad accusare Nerone tout court, semplicemente per la sua fama di primo persecutore dei cristiani. Posizioni che, entrambe, non mi trovano d’accordo perché l’unico Nerone che conosciamo e possiamo conoscere è quello che vediamo emergere dall’analisi delle fonti che abbiamo, filtrate dalla conoscenza del contesto storico, dei costumi, delle abitudini ed arricchite dalle moderne conoscenze sulla psicologia e sulla neuropsichiatria.

Lo stesso procedimento che si dovrebbe tentare di seguire per la conoscenza del Gesù storico.

La prima cosa che rileviamo è che tutte lo fonti ci raccontano che Nerone è colpevole. D’accordo, è possibile che mentano o che tendano ad accettare l’opinione dominante, visto che è quella che fa loro comodo. Tuttavia non conosciamo una sola riga utile a discolparlo.

Non solo: se la domanda “cui prodest”, che ogni detective si pone mentre cerca il colpevole di un delitto, ci deve aiutare ad alleggerire le responsabilità di Nerone, ebbene ci rendiamo conto che, nella fattispecie, ci indica il contrario: grazie all’incendio Nerone può finalmente costruire la sua “Domus Aurea”, che occupa l’intera superficie del Colle Oppio, degli horti di Mecenate e della valle su cui oggi sorge il Colosseo. Infine: il sogno di Nerone di trasformare Roma in una città di marmo, dai grandi viali e dalle grandi aree pubbliche finalmente potrà compiersi.

Concludendo: non ci sono prove né di innocenza, né di colpevolezza, solo qualche indizio, ma certamente Nerone non fu un personaggio da ammirare.

Ad Anzio l’attuale sindaco ha fatto apporre dei cartelli all’ingresso della cittadina, in cui si esibisce la scritta “Anzio, città di Nerone” come se ciò fosse un titolo di merito: mi sembra una iniziativa del tutto fuori luogo, altrettanto quanto lo sarebbe quella di Nerola qualora il sindaco la volesse ricordare come "citta del Mostro".

Nerone e i cristiani

Nerone fu un individuo particolarmente violento e depravato, portatore di patologie odiose, ma non si comportò diversamente dai suoi predecessori quanto ad omicidi, intrighi ed eccessi sessuali. Tiberio e Caligola non furono certo degli stinchi di santo! Eppure è lui che la storia ci tramanda come il mostro per eccellenza.
Credo che la maggior parte della sua pessima fama gli sia derivata dalla propaganda cristiana che ce lo ha tramandato come il primo persecutore. L’ironia della faccenda sta nel fatto che di persecuzione non si trattò e che la religione con l’evento non ebbe nulla a che fare!
Fatto sta che sulla bocca di ogni romano, plebeo o aristocratico che fosse, correva la voce che indicava in Nerone il mandante dell’incendio. L’imperatore, Poppea, Tigellino, la corte tutti erano preoccupati da ciò che il popolo, esasperato, denutrito, senza più nulla da perdere avrebbe potuto fare. C’era chi giurava di aver visto i cubiculari di Nerone ostacolare le operazioni di spegnimento, chi sosteneva che le demolizioni sull’Esquilino non erano state fatte per arginare le fiamme, ma per liberare aree edificabili per la domus imperiale. Insomma, c’era da aver paura e occorreva riversare l’odio che si andava accumulando su dei colpevoli. 

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Perché proprio i cristiani?

Intanto va notato che né Svetonio né Plinio parlano del supplizio dei cristiani come conseguente all’incendio. Solo Tacito ne parla, mentre Svetonio cita un generico:
“Sotto il suo principato furono comminate condanne rigorose, furono prese misure repressive, ma furono anche introdotti nuovi regolamenti: si impose un freno al lusso, si ridussero i banchetti pubblici a distribuzioni di viveri, fu vietato di vendere nelle osterie cibi cotti, ad eccezione dei legumi ed erbe commestibili, mentre in precedenza si serviva ogni genere di pietanza, furono inviati al supplizio i Cristiani, genere di uomini dediti a una nuova e malefica superstizione...».
Questa differenza fra le fonti ci indica tre cose:
-  che nel 64 il gruppo cosiddetto dei “cristiani” era differenziato dai giudei ortodossi, che certamente lo avversavano.
-    che la quasi totalità di coloro che vennero arrestati non aveva la cittadinanza romana, visto che le pene che ci sono note furono quelle riservate agli stranieri o agli schiavi.
-   che fra la popolazione di Roma si era già diffuso l’odio verso gli appartenenti a questa nuova setta che doveva essere di turbativa all’ordine pubblico ed al mos maiorum.
I cristiani dalla vox populi erano infatti da diversi anni accusati di praticare ogni genere di “flagitia”, in parte per i comportamenti anomali in tema di sessualità, continenza, moderazione e soprattutto per la loro incessante opera di proselitismo.
Odiati dal popolo, probabilmente “venduti”  alla polizia pretoriana dagli ebrei che anelavano a distinguersene, furono il capro espiatorio ideale per Nerone e finirono per pagare – innocenti – le conseguenze del grande incendio. Durante il processo fu probabilmente impossibile provare la loro responsabilità nell’incendio, tuttavia emerse il loro fanatismo ed il loro “odio per il genere umano” che venne giudicato un buon movente per aver tentato di distruggere la “novella Babilonia” e fu per questo che vennero condannati. Si trattò dunque di un provvedimento di ordine pubblico: vennero giustiziati come incendiari, non per aver praticato una qualsiasi religione.
Malgrado la mitologia formatasi non meno di due secoli dopo, l’apostolo Paolo non era presente a Roma nel 64 e non fu fra coloro che vennero giustiziati in quell’occasione.

Gli storici hanno prospettato due diverse ipotesi, per le quali Paolo avrebbe fatto un altro viaggio prima di tornare a Roma: la prima possibilità è che nel 65-66 fosse dapprima ad Efeso e poi in Macedonia e Grecia la seconda (meno probabile) è che si trovasse in Spagna. Le prime avvisaglie della grande rivolta ebraica del 66 lo trovano a Nicopoli, donde scrive la sua epistola ai Cretesi. Nel 67 si traghetta a Brindisi per poi tornare a Roma dove viene arrestato e condannato a morte per qualche reato che non conosciamo, ma che immaginiamo connesso al suo pessimo carattere e alla veemenza della sua predicazione che, come mille altre volte gli era successo, dovevano aver creato turbativa dell’ordine pubblico.
Quanto a Pietro, la sua venuta a Roma è talmente improbabile e mancante di una qualsiasi prova storicamente accettabile da doversi considerare mitologica.

(Vedi il nostro articolo "La Pietra e la Chiesa")

La Domus Aurea

Nerone provvide immediatamente alla ricostruzione, progettando strade ampie ed edifici in pietra, ben allineati e limitati in altezza. Vennero emanati provvedimenti di rimborso per la ricostruzione, pagabili solo se essa fosse compiuta in un certo termine. Le macerie vennero trasportate con chiatte alla foce del Tevere e furono utili per riempire le paludi di Ostia. Tali provvedimenti furono apprezzati, ma subito il popolo di Roma ebbe una nuova delusione: Nerone aveva volto a suo vantaggio gli effetti dell’incendio, giacché aveva iniziato la costruzione di una domus di 80 ettari nella quale “destavano meraviglia non tanto le pietre preziose e l’oro, sfoggio ormai solito e divenuto comune, ma le piantagioni e gli specchi d’acqua, e di qua parchi a somiglianza di foreste vergini, di là spazi aperti e belvederi: opera immaginata e diretta da Severo e da Celere, la cui ardita genialità creava coll’artificio quanto non era stato concesso dalla natura e si sbizzariva coi grandi mezzi dell’imperatore”.
Il quale, quando la vede terminata, commenta: finalmente una casa degna di un uomo!
La Sala del trono, simbolo del dominio di Nerone sull’universo,  era coperta da una volta che girava su sé stessa giorno e notte, così come nel cielo girano in cerchio il sole, la luna, i pianeti.
Una statua colossale dell’imperatore rappresentato come il dio Sole, alta 25 metri, si ergeva al centro del padiglione porticato della villa, e sottolineava questo dominio.
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La Domus Aurea fu un tale spreco di spazio e di denaro pubblico da necessitare, per il suo finanziamento, di risorse straordinarie che, in aggiunta a quelle impiegate nella ricostruzione, provocarono una crisi economica senza precedenti. L’improvvido e capriccioso ragazzino imperiale, affetto da una megalomania patologica non trovò altro mezzo che la rapina sistematica dell’Italia e delle province. Per reperire oro Nerone non esitò a spogliare i templi dalle offerte votive, arrivando perfino al sacrilegio, facendo rubare in Grecia ed in Asia le statue degli Dei fatte in materiale prezioso.
Mentre nel  mitico “quinquennium felix” Nerone aveva creduto di trovare la soddisfazione della sua carenza affettiva nel consenso popolare, per ottenere il quale aveva tentato di promulgare provvedimenti che oggi definiremmo “di sinistra”, ormai la vera natura del personaggio, altalenante fra delirio di onnipotenza e mania di persecuzione, emerge nella sua realtà.
Il popolo non lo approva più e l’aristocrazia, pur temendolo, sente che occorre reagire.
Inizia il tempo delle congiure e delle vendette.

Che affronteremo in settembre.

La nostra analisi prosegue ora con un originale ed interessantissimo studio psicologico sulla personalità patologica di questo discusso principe.

 



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