Quel bastardo di Nerone - La metamorfosi

Indice
Quel bastardo di Nerone
Una madre ingombrante
Un quinquennio felice
La metamorfosi
L'incendio di Roma
Tutte le pagine

 

La metamorfosi del ‘62

Mentre a Roma imperversava la crisi e alle frontiere crescevano i pericoli, Afranio Burro morì. Era stato colto da una malattia alla gola che gli provocava un enorme gonfiore e, su ordine di Nerone, i medici per lenire il suo dolore gli spalmavano il cavo orale di uguenti. Quando Nerone si recò al suo capezzale Burro, sospettando di essere stato avvelenato, gli volse le spalle.
“La morte di Burro compromise il potere di Seneca, perché la sua positiva influenza, ora che era sparita l’altra, possiamo dire, guida, non aveva più la presa di prima, e Nerone si lasciava attrarre dai peggiori. Costoro prendono di mira Seneca con accuse di vario tipo: che aumentava ulteriormente le sue enormi ricchezze, eccessive per un privato; che intendeva concentrare su di sé le simpatie dei cittadini; che superava, quasi, il principe nella raffinata bellezza dei giardini e nella sontuosità delle ville. Gli rinfacciavano anche di volersi accaparrare tutta la gloria dell’eloquenza e di aver intensificato la produzione di versi, da quando Nerone vi si era appassionato.
Lo dicevano scopertamente avverso agli svaghi del principe, pronto a sprezzare la sua abilità nel guidare i cavalli e a schernire la voce, quando cantava. E fino a quando si doveva credere che nell’impero non ci sarebbe stato niente di buono che non provenisse da lui?
Senza dubbio, l’infanzia di Nerone era trascorsa ed egli era nel pieno vigore della sua giovinezza: si togliesse dunque di dosso quel precettore ora che poteva valersi dei suoi avi, come veri e preziosi maestri”.
10 morte-di-SenecaSeneca si rese conto che era solo lui a frapporsi fra Nerone e la libertà totale e, temendo per la sua incolumità, chiese di essere congedato come ricompensa ai suoi servigi lasciando all’imperatore tutte le sue ricchezze.

Al rifiuto di Nerone ed ai suoi abbracci Seneca ringraziò, ma si affrettò a cambiare le sue abitudini ritirandosi a vita più che privata.

Morto Burro, Nerone nominò come Prefetto del Pretorio Gaio Sofonio Tigellino, un siciliano rozzo e crudele, di umili origini, che condivideva con lui la passione per i cavalli: aveva infatti gestito ippodromi in Puglia ed in Calabria. Il sodalizio fra i due fu ulteriormente cementato dalla propensione di entrambi agli eccessi sessuali: ben presto Tigellino, manovrandolo con insinuazioni e calunnie, divenne la “mano sinistra” del giovane imperatore, che anche in questa scelta dimostrò non tanto la sua incapacità, quanto la sua dissolutezza.

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Paolo di Tarso a Roma

L’anno precedente, poco prima della morte di Burro, era arrivato a Roma per essere giudicato, Paolo di Tarso, un ebreo cittadino romano che si era appellato, com’era suo diritto, alla giustizia dell’imperatore.
Portato di fronte a Burro, questi non lo trovò colpevole di alcun reato e lo lasciò libero.
Iniziava quindi l’apostolato di Paolo nell’Urbe, che dava l’avvio ad un capitolo decisivo nella storia dell’umanità: la fondazione di una religione - il Cristianesimo - che se da un lato avrebbe creato nei tre secoli successivi seri problemi alla cultura della romanitas, dall’altro fu l’unica forza in grado di traghettarne la fiaccola della civiltà attraverso i tempi bui del medioevo.
Nessuno può affermare con sufficiente storicità la consistenza numerica della comunità cristiana a Roma all’inizio degli anni ‘60.
Superata dall’analisi storica l’ipotesi di un primo viaggio di Pietro a Roma nel ‘51 (per approfondire, Vedi il nostro articolo "La Pietra e la Chiesa") possiamo immaginare che fin dagli anni ‘40 qualche giudeo cristiano dedito ai commerci possa essersi stabilito a Roma ed abbia iniziato a predicare presso gli ebrei quella che a quei tempi era solo una variante della legge Mosaica.
La comunità ebraica, seppur protetta, non era ben vista dal popolo romano che disprezzava cordialmente il giudaismo. Tuttavia una consistente diaspora verso l’Urbe era iniziata fin dai tempi di Cesare che, in ringraziamento dell’aiuto offertogli dal re giudeo Antipatro (futuro padre di Erode il Grande) nella guerra contro Pompeo, aveva concesso grandi privilegi agli ebrei, come l’esonero dai tributi ogni sette anni per riguardo alla legge ebraica dell’anno sabbatico; l’esclusione di vessilli militari recanti l’effigie dell’imperatore in territorio giudaico per non violare le prescrizioni della Legge Mosaica; le requisizioni militari in natura e le leve di persone; l’esenzione dal servizio militare in ossequio al riposo ebraico del Sabato anche per i giudei della Diaspora. Inoltre la religione ebraica era dichiarata “religio licita”, ed ufficialmente protetta da Roma.
Quando Claudio, che definiva la diaspora ebraica “una peste comune a tutto il mondo”, ascese alla porpora, si trovò alle prese con il problema dell’aumento di una minoranza etnica compatta, impermeabile ed inassimilabile, capace di costituire una forza unitaria in seno alla popolazione della grandi città e di turbare, eventualmente, l’ordine pubblico.
Ordinò dapprima di tenere separate le varie sinagoghe insieme per il culto, per evitare grandi assembramenti, poi nell’anno 49 ordinò un’espulsione generale degli ebrei da Roma:
“Iudaeos impulsore Chresto assidue tumultuantes Roma expulit”. (Svetonio)
Tale espulsione trova riscontro negli Atti degli Apostoli, dove si cita un incontro avvenuto nella città di Corinto, intorno all’anno 50, tra l’apostolo Paolo ed una coppia di giudei di nome Aquila e Priscilla che vi si erano rifugiati dopo l’espulsione da Roma.
Se il termine “Chrestus” indicasse un leader messianico che viveva a Roma o che si riferisse alla nuova setta ebraica emergente dei Cristiani è argomento che interessa solo marginalmente questa trattazione, malgrado sia da molto tempo al centro di un appassionato dibattito tra coloro che vedono nei contrasti religiosi giudaico-cristiani la causa dei tumulti e coloro che ritengono che l’espulsione non riguardasse in alcun modo la nascente comunità cristiana.
Qualunque sia stata la realtà, è evidente che i contrasti all’interno della comunità ebraica fra gli ortodossi e i seguaci delle idee di Gesù furono molti e, soprattutto in questo primo periodo, legati alla pretesa di convertire i gentili, cosa non facile in quanto la Legge di Mosè prescriveva come non lecito per un Giudeo unirsi o incontrarsi con persone di un’altra razza.
Aprire a chiunque avrebbe significato per gli ebrei tradizionalisti far entrare la corruzione nel loro mondo religiosamente immacolato, poiché i non circoncisi erano considerati persone spiritualmente impure in quanto non osservanti la Legge Mosaica.
Abbiamo dunque solo due fonti attendibili che ci indicano la presenza di seguaci di “Cristo” nell’Urbe: il passo di Svetonio e quello degli “Atti”.
Che in una ventina di anni gli adepti di quella che fino ad allora era solo l’ennesima setta ebraica fossero diventati qualche centinaio è dunque plausibile. Ancor più probabile è che Paolo, con l’energia e l’irruenza che gli erano proprie, dal 62 al 64 abbia esteso la sua opera di persuasione anche a molti romani, preparando il terreno all’incidente che avrebbe portato all’incriminazione di molti di essi come incendiari.
Quasi impossibile, invece, è sostenere storicamente la tesi che Pietro abbia mai visitato Roma.
Questa la situazione negli anni ‘60, confermata dalla frase di Svetonio, che fra le benemerenze di Nerone come amministratore, dopo aver elogiato le sue misure antincendio e in favore dell’ordine pubblico, afferma:
“furono inviati al supplizio i Cristiani, genere di uomini dediti a una nuova e malefica superstizione”
C’è da notare un punto che amplierò più avanti: Svetonio non mette in relazione i cristiani con l’incendio, l’unica fonte che stabilisce un rapporto di causa-effetto è Tacito e, come vedremo, si tratta di un passo sulla cui autenticità molti storici sollevano dubbi. Occorre stabilire tre punti fermi:
-    nel 64 i cristiani avevano già raggiunto una consistenza numerica significativa (molte centinaia? Un migliaio?)
-    la loro litigiosità con gli ebrei (probabilmente più potenti e quindi tollerati, se non protetti) turbava la morale comune e l’ordine pubblico
-    la loro attività di proselitismo e le loro critiche al modo di vivere romano aveva già iniziato a dar fastidio alla gente comune che reagiva sparlando della nuova religione, addebitandole ogni nefandezza.
 

Una mano che iniziò a colpire, duramente, insinuando dubbi sulla fedeltà di Rubellio Plauto e Cornelio Silla, gli unici due patrizi che potevano ancora vantare un legame con la discendenza di Augusto, ora che - morta Agrippina - Nerone poteva essere considerato un semplice Domizio Enobarbo. L’incubo dell’insicurezza dell’imperium, che Nerone pensava di aver esorcizzato con l’assassinio di Britannico, ritornò a popolare le notti di Nerone, rendendo inevitabili nuove epurazioni.
Tigellino fece assassinare Cornelio Silla, già in esilio in Gallia, dopo aver convinto Nerone che questi stesse tramando per far ribellare le legioni del Reno. I sicari inviati da Tigellino lo colsero d’improvviso, mentre era a pranzo, e in capo a sei giorni la sua testa venne portata a Nerone, che ne trovò molto comica la calvizie precoce.
Più complicato fu l’assassinio del giovane Plauto che, ricco e potente, avrebbe potuto veramente raggiungere Corbulone, ormai di stanza in Siria e preparare una rivolta. Malgrado da Roma fossero giunti diversi messaggi per metterlo in guardia, Plauto non si mosse, forse per tema d rappresaglie verso sua moglie ed i suoi figli. Venne trucidato mentre, nudo, faceva della ginnastica. Alla vista della sua testa Nerone scoppiò a ridere facendosi beffe delle dimensioni del suo naso.
Tigellino continuò le epurazioni avvelenando i liberti più potenti: Doriforo, accusato di aver osteggiato le nozze con Poppea, e Pallante, il vecchio amante di Agrippina, perché non si risolveva, alla sua età, a lasciare le sue immense ricchezze. Questo clima di calunnie e delazione indusse Gaio Calpurnio Pisone, convinto di essere il prossimo oggetto delle attenzioni di Tigellino, ad iniziare a tramare per rovesciare Nerone.

Contemporaneamente, per accumulare denaro, si iniziò il saccheggio sistematico dell’Italia, si spremettero le province, gli alleati e le città libere.

Il ‘62 è dunque l’anno in cui Nerone si libera dalle spoglie del ragazzo mite, amante dell’arte e animato da sentimenti di giustizia e dal rispetto per le istituzioni e ritrova la sua natura irascibile e violenta, trasformandosi pubblicamente in un tiranno.

Molti storici giustificano questa svolta come il segno di un carattere  congenitamente crudele e dissoluto che finalmente si libera di ogni freno: la madre, Burro, Seneca.
Altri, invece, sostengono che il ragazzo istintivamente pacifico, che detestava sangue e guerre iniziò a comportarsi da tiranno quando vide che tutto era perduto.
Io propendo per una visione intermedia. Nel ‘62 nulla era perduto e la posizione di Nerone era ancora forte. E non riesco a vedere affatto Nerone come un ragazzo mite e represso, ma come una persona di indole collerica e violenta, afflitta da patologie psichiche (vedi il nostro articolo “l’imperatore che temeva l'abbandono”) aggravate dai complessi di colpa per l’omicidio della madre, oggetto di odio-amore.
Nel ‘62 tutto si sublima, il limite è ormai oltrepassato e da questo momento tutto diventa possibile. Non si intravede in Nerone una qualsiasi etica ispirata al senso dello stato, alla coscienza della grandezza della sua missione, o più semplicemente a valori mistico religiosi.
Nerone, a mio avviso, dopo il ‘62 si rivela come un narcisista insicuro, profondamente egoista, disancorato dalla realtà dell’amministrazione del principato.

Le nozze con Poppea

Poppea, bella e capricciosa com’era, doveva essere una vera piantagrane. Svetonio ci racconta delle frequenti recriminazioni  e dei sarcasmi con cui assillava il principe perché la sposasse:
“lo definiva un pupillo, perché, sottomesso agli ordini altrui, non solo non controllava l’impero, ma neppure la sua libertà personale. Perché allora rimandare le nozze? Non gli piaceva la sua bellezza e sdegnava i suoi antenati, coperti di trionfi, non credeva alla sua fecondità e ai suoi sentimenti sinceri? O temeva che, divenuta sua moglie, gli aprisse gli occhi sui soprusi commessi da Agrippina nei confronti dei senatori e sull’avversione del popolo contro la superbia e l’avidità di sua madre? E se Agrippina non poteva sopportare come nuora altri che una donna ostile a suo figlio, la lasciasse tornare a essere moglie di Otone: preferiva andarsene in qualsiasi parte del mondo, dove sentir raccontare gli affronti rivolti all’imperatore, piuttosto che averli sotto gli occhi, coinvolta nei pericoli da lui corsi”.
Nel 62 le continue pressioni indussero Nerone a divorziare da Claudia Ottavia che, dapprima esiliata, venne poi messa a morte, sotto l’imputazione di adulterio; l’accusa era così impudente e calunniosa che all’istruttoria tutti i testimoni si ostinarono a negare e Nerone dovette costringere Aniceto ad autoaccusarsi di aver abusato di lei con uno stratagemma. Ottavia fu incatenata ed esiliata a Ventotene. Trascorsi pochi giorni le venne recato l’ordine di morire: le furono aperte le vene sia ai polsi che alle caviglie, ma poiché per la paura il sangue usciva troppo lentamente, fu immersa in un bagno caldissimo. La testa le fu troncata e fu portata a Roma per essere mostrata a Poppea. Aveva 22 anni.
Undici giorni dopo il divorzio da Ottavia, Nerone sposò Poppea, che amò più di tutto, e che tuttavia uccise con un calcio, perché, incinta e malata, lo aveva rimproverato aspramente una sera che era rincasato tardi da una corsa di carri.

Due anni di eccessi

Può darsi che Svetonio esageri nell’elencare le pretese malefatte di Nerone a partire da questo periodo, tuttavia anche se solo il 10% di esse fosse vero ne uscirebbe il quadro di un individuo quanto meno poco adatto a gestire le responsabilità che dovevano gravare sulle sue spalle: sregolatezze con giovani ragazzi, relazioni con donne sposate, arrivò addirittura a violentare una  vestale.
Roba quanto meno da impeachment!
bacchanaliaInaugurando anzitempo una moda oggi fiorente, fece evirare un fanciullo di nome Sporo, lo acconciò da donna e tentò di sposarlo con una cerimonia regolare, con tanto di corteo e velo color fiamma. Svetonio ci racconta una battuta che girava fra il popolo: “Che fortuna per l’umanità se suo padre Domizio avesse avuto una simile moglie!» E ancora:
“Prostituì il suo pudore ad un tal punto che, dopo aver insozzato quasi tutte le parti del suo corpo, ideò alla fine questo nuovo tipo di divertimento: coperto dalla pelle di una bestia feroce, da una gabbia si lanciava sugli organi genitali di uomini e di donne, legati ad un tronco, e, quando aveva imperversato abbastanza, per finire, si dava in balia del suo liberto Doriforo; da costui si fece anche sposare, come lui aveva sposato Sporo, e arrivò perfino ad imitare i gridi e i gemiti delle vergini che subivano violenza”. Svetonio sottolinea che il ragazzo amava talmente lo sperperare il denaro che affermava di ammirare suo zio Gaio soprattutto perché in poco tempo aveva fatto fuori le immense ricchezze lasciate da Tiberio. Aveva anche il vizio del gioco: ai dadi giocava al tasso di quattrocentomila sesterzi a punto!
L’estate del 63 portò una lieta notizia a Nerone, subito funestata da una disgrazia: in quella villa al mare nella quale anch’egli era nato Poppea partorì una femmina: tutta la nobiltà ed il Senato vennero ad Anzio per festeggiare con celebrazioni e giuochi.
“Purtroppo fu cosa effimera, ché la bambina al quarto mese morì. Nerone fu senza freno nel dolore, come nella gioia”.

Con queste lapidarie parole Tacito ci conferma il carattere instabile e violento di Nerone, per il quale  passare dall’euforia alla rabbia era questione di attimi e che era capace di perdonare, deridendolo, un console vigliacco ed incapace come Peto e un’attimo dopo ordinare ad un patrizio come Torquato Silano di aprirsi le vene.
Nella sua mania per l’ellenismo e per ogni forma di arte e raffinatezza Nerone da tempo progettava un debutto sulle pubbliche scene e scelse Napoli, città greca, per esibirsi: un debutto sfortunato perché il teatro crollò durante la sua performance! Svetonio sostiene che l’augusto cantore non se ne diede troppa pena, visto che continuò a cantare la sua canzone fino al finale.
Nel 64 Nerone festeggiò la primavera con la famosa orgia lacustre descritta da Tacito.
“Sullo stagno di Agrippa fece dunque costruire uno zatterone e disporre su di esso l’apparato del convito, in modo che potesse venir rimorchiato da  navi incrostate d’oro e d’avorio. I rematori erano giovani viziosi, distribuiti secondo l’età e l’esperienza nella libidine. Da terre remote e fin dall’Oceano aveva fatto venire uccelli e bestie selvatiche e animali marini. Sulle rive del lago sorgevano postriboli pieni di nobildonne, e di fronte si mettevano in mostra meretrici ignude. Dapprima furono atti e movenze oscene; poi, man mano che le tenebre avanzavano, tutti i boschi e gli edifici all’intorno risuonarono di canti e risplenderono di lumi. Nerone s’era macchiato ormai d’ogni illecito piacere, e si sarebbe pensato che non rimanesse alcuna turpitudine a farne più vergognosa la vita, se pochi giorni dopo non avesse celebrato un matrimonio solenne con uno di quel branco di depravati, di nome Pitagora. All’imperatore fu messo il flammeo, furono tratti gli auspici, e poi dote, talamo, faci nuziali, insomma venne esibito tutto ciò che la notte cela, pur quando la sposa è  femmina”.



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