Quel bastardo di Nerone - Un quinquennio felice

Indice
Quel bastardo di Nerone
Una madre ingombrante
Un quinquennio felice
La metamorfosi
L'incendio di Roma
Tutte le pagine

Un quinquennio di governo felice

A parte l’omicidio di Britannico, Nerone aveva iniziato bene il suo governo, varando provvedimenti equilibrati sia per l’economia che per l’ordine pubblico. Nei primi cinque anni del suo regno (il cosiddetto quinquennium felix, dal 54 al 59) la sua politica, anche grazie alla saggezza di Seneca e Burro fu moderata e, in qualche modo, illuminata.

leggi NeroneIl rapporto con il Senato, abbastanza equilibrato nei primi anni, divenne conflittuale dopo il braccio di ferro seguito alla presentazione da parte di Nerone della legge sulla riforma fiscale che prevedeva l’abolizione delle imposte indirette, le portoria, che si pagavano principalmente nei porti, attraverso l’eliminazione dei dazi di entrata e uscita delle merci che passavano da una provincia all’altra dell’impero. La conseguente libera circolazione delle merci avrebbe abbassato i prezzi, dato impulso all’economia e favorito le classi meno abbienti, allargando così quel consenso fra le masse cui Nerone teneva moltissimo. Ma da qualche parte le minori entrate avrebbero dovuto essere ripianate: Nerone pensò di risolvere il problema tassando la proprietà e le compravendite immobiliari, ed aumentando le imposte dirette.

Una politica “di sinistra” che danneggiava i grandi proprietari terrieri italiani, quasi tutti appartenenti al Senato, che si sarebbero trovati a fronteggiare una maggiore concorrenza dei produttori provinciali e che falcidiava i guadagni degli appaltatori delle tasse, ossia i cavalieri, che avrebbero visto scomparire una delle fonti principali del loro reddito. Ne sarebbe stato avvantaggiato, invece, tutto il resto della popolazione che avrebbe goduto della diminuzione del costo della vita. Come è noto uno dei requisiti per sedere in Senato era la proprietà terriera, ed ai senatori era vietato svolgere attività commerciali, industriali e finanziarie: la riforma avrebbe dunque colpito il Senato al cuore dei suoi interessi

10 Nerone-arpaIl senato, ovviamente, bocciò la riforma e Nerone dovette ingoiare a denti stretti, pur ottenendo che le riscossioni di ogni tassa, fino ad allora oggetto di segreto, divenissero di dominio pubblico. Ottenne inoltre, per il popolo, il condono dei tributi morosi da più di un anno.

Il contrasto tra Nerone ed il senato divenne palese e la vena artistica di Nerone, che non doveva essere il “cane” che ci è stato dipinto dalla tradizione successiva, oltre alle sue discutibili abitudini sessuali, furono i successivi terreni di scontro: cosa che ci fa riflettere sull’antichità dell’abitudine di colpire gli avversari politici nella propria privacy, anziché attraverso la critica dell’azione politica.

Incubi e rimorsi

Agrippina venne cremata la sera stessa del suo omicidio, (aveva appena 44 anni), senza una degna sepoltura e neppure una lapide, mentre il Senato si dava un gran da fare per cancellarne ovunque la memoria e le tracce delle sue gesta.
Ma l’unico luogo dal quale non poté essere estirpata fu la psiche del ventiduenne imperatore, che iniziò a rifiutare il cibo e a tormentarsi, restando quasi inebetito. Incubi e rimorsi iniziarono a tormentarlo, facendolo piombare in un grave stato di depressione. Periodo fondamentale per comprendere la vera natura del ragazzo: equipaggiato con un DNA non splendido da parte paterna, afflitto dalle angosce di un infanzia precaria ed infelice, tormentato dalle insicurezze di una posizione dinastica quantomeno traballante, si trova all’improvviso totalmente libero delle sue azioni, ma contemporaneamente privo dell’appoggio e delle risorse che fino a poco tempo prima la madre gli aveva assicurato.

Burro tentò di convincerlo che ciò che era stato fatto si “doveva” fare. Nerone scappò a Napoli dove trovò la forza di scrivere al Senato per informarlo del tentativo di Agrippina di attentare alla sua vita.
La reazione era scontata: Agrippina era stata troppo odiata perché la sua morte non venisse accolta con gioia, ma l’idillio fra Nerone ed il popolo romano andava ormai incrinandosi, anche perché le cattive notizie che stavano arrivando sia dalla Britannia che dall’Oriente richiedevano l’azione di un imperatore capace e deciso: e lui non era né l’uno né l’altro.

Al suo ritorno a Roma Nerone si sentì per la prima volta libero di fare qualsiasi cosa volesse e dette sfogo alle sue grandi passioni: i cavalli ed il canto.

“Era sua vecchia passione guidare la quadriga, unita all’altra mania, non meno spregevole, di cantare, accompagnato dalla cetra, per dare spettacolo. Ricordava che gareggiare nella corsa dei cavalli era pratica di re e di antichi capitani, e materia del canto dei poeti e consacrata a onorare gli dèi. Il canto poi era sacro ad Apollo, divinità importantissima e signore della profezia, che proprio con la cetra veniva figurato non solo nelle città greche, ma anche nei templi di Roma. Non si riusciva a frenarlo, e allora Seneca e Burro, perché non la spuntasse in entrambi, scelsero di cedere su un punto: venne recintato, nella valle del Vaticano, uno spazio, in cui guidasse i cavalli senza dare spettacolo a tutti”.
10 Roman-orgyMa ora che poteva ciò che voleva aprì le porte alla folla ed iniziò a godere del successo e della popolarità, rendendosi conto che la cosa che più lo inebriava era il consenso delle masse e se ne eccitava sempre di più. Presto si circondò di una corte di rampolli delle famiglie più nobili, insieme ai quali si abbandonò a gozzoviglie e turpitudini di ogni genere, manifestando quel lato violento e intemperante della sua indole che lo porterà alla rovina. Ecco come Svetonio ci descrive le sue scorribande notturne:
“Manifestò impudenza,  libidine, lussuria,  avidità e crudeltà dapprima gradualmente e di nascosto e come se si trattasse di errori giovanili, ma in un modo tale che anche allora nessuno aveva dubbi che quei vizi fossero di natura e non di gioventù. Subito dopo il crepuscolo, calzato un berretto o una parrucca, entrava nelle osterie e vagabondava per le strade in vena di scherzi, d’altronde non inoffensivi, giacché era solito picchiare persone che ritornavano da una cena e ferire e buttare nelle fogne chi opponeva resistenza, sfondando porte e saccheggiando botteghe.
In risse di questo genere rischiò gli occhi e la vita e una volta fu ferito quasi a morte da un senatore, alla cui moglie aveva messo le mani addosso. Perciò, in seguito, non si azzardò mai più a quel tipo di uscite senza la scorta di alcuni tribuni, che lo seguivano di lontano e con discrezione.
Anche in pieno giorno, fattosi trasportare di nascosto in teatro su una lettiga, assisteva dall’alto del proscenio alle liti dei pantomimi, nel contempo come vessillifero e come spettatore, e una volta, poiché si era venuti alle mani e si lottava a colpi di pietre e di pezzi di sgabelli, ne gettò anch’egli sulla gente, ferendo gravemente un pretore alla testa”.

Gli Iuvenalia

La Gravitas romana, tuttavia, imponeva dei limiti: per non abbassarsi fino all’esibizione in un pubblico teatro, Nerone, sempre teso ad imitare modelli grecizzanti,  pensò di istituire dei giochi chiamati Iuvenalia, cui si iscrisse gente di ogni provenienza.
10 decadenza“Costrinse anche noti cavalieri romani, con doni cospicui, a promettere di dare spettacolo nell’arena: ma se il compenso viene da chi può dare ordini, diviene un obbligo. Tuttavia non la nobiltà, l’età, le cariche ricoperte impedirono loro di esercitare anche l’arte degli istrioni greci o latini, fino a scendere a gesti e atteggiamenti non virili.Non basta: matrone famose si esibivano in parti oscene; e presso il bosco di cui Augusto contornò il lago riservato alle naumachie sorsero luoghi di convegno e taverne e si potevano comprare strumenti di lussuria. ... Infine Nerone salì sulla scena, accordando con molto impegno le corde della cetra e provando il tono giusto con maestri di canto al suo fianco. Erano intervenuti la coorte pretoria, i centurioni, i tribuni e Burro, affranto ma prodigo di lodi.
Fu allora che, per la prima volta, vennero reclutati tra i cavalieri romani, col nome di Augustiani, dei giovani, selezionati per l’età e il fisico aitante, alcuni di insolente presunzione, altri sperando di acquistare potere. Costoro, in un continuo scrosciare di applausi giorno e notte, davano alla bellezza del principe e alla sua voce epiteti divini: e, come se lo dovessero a meriti particolari, vivevano godendosi fama e onori”.
Ormai Seneca aveva iniziato ad allontanarsi da lui. Del resto anche Nerone vedeva lui e Burro come due scomodi grilli parlanti che in qualche modo vantavano il diritto di limitare i suoi eccessi ed indirizzare la sua azione. La passione per Poppea, infine, morta Agrippina, poteva finalmente manifestarsi alla luce del sole.

10 PoppeaPoppea Sabina

Aristocratica, bellissima, affascinante, ambiziosa, di classe Poppea aveva messo gli occhi su Nerone fin da quando era sposata con Rufrio Crispino, capo della guardia pretoriana sotto Claudio. Tacito la descrisse con questa frase meravigliosa, degna di Woody Allen: “Essa ebbe ogni pregio femminile, tranne l’onestà”.

Appena Agrippina fu imperatrice, fece giustiziare Crispino sostenendo che questi aveva favorito Messalina nei suoi intrighi. Vedova ed in disgrazia presso Agrippina, a Poppea non restò che sposare Marco Salvio Otone, amico di Nerone e suo compagno di gozzoviglie, certamente nel segreto intento di usarlo per aggiungere il suo vero obiettivo: l’imperatore Nerone.
“Otone, reso imprudente dalla passione, non cessava di elogiare all’imperatore la bellezza della moglie; o forse voleva accendere la bramosia di lui, pensando che, quando avessero posseduto la medesima donna, questo nuovo vincolo gli avrebbe accresciuto potenza”.
Frequentando la corte e sfoderando la sua seduttività, ne divenne ben presto l’amante, mai immaginando in quel momento che suo marito sarebbe divenuto imperatore a sua volta,  sia pure per soli quattro mesi. Comunque Otone, uomo di mondo, invitato da Nerone a partire per governare la Lusitania, accettò di buon grado di sparire dalla scena lasciando a Nerone campo libero con sua moglie.
Agrippina aveva visto un grande pericolo nel fascino che Poppea esercitava su Nerone ed aveva ostacolato in ogni modo la loro relazione, ottenendo solo che l’odio e l’insofferenza di Nerone verso di lei aumentassero fino all’esasperazione ed all’omicidio. Con Agrippina fuori scena, l’influenza di Poppea sull’imperatore divenne tale che questi iniziò a considerare di divorziare dalla povera Ottavia, ormai relegata ai margini della vita pubblica, ma che godeva ancora di grande rispetto presso il popolo quale figlia del defunto imperatore Claudio ed ultima discendente diretta di Augusto ancora in vita.

Problemi in Britannia e coi Parti

10 CorbuloneChi ha montato un cavallo in corsa o guidato un carro trainato da una pariglia al galoppo sfrenato sa quanto coraggio e quanta freddezza di nervi occorrano per uscirne vivi. Dunque definire Nerone un pavido sarebbe quantomeno superficiale. Quindi la scarsa propensione di Nerone ad impegnarsi in prima persona nella guida dell’esercito ed in qualsiasi attività militare non è facilmente comprensibile.
Paura di non essere all’altezza? Incapacità di rinunciare alle sue abitudini fatte di agi, bagordi e performances artistiche? Pigrizia? Disinteresse per ogni gloria che non venisse dal palcoscenico? O più semplicemente, orrore per la volgarità della violenza e del sangue. Non è un caso che Nerone non amasse i ludi gladiatori e che, quando tutto fu perduto, non riuscì a compiere da sé il gesto tipicamente romano di trafiggersi col gladio.
Fatto sta che Nerone non condusse mai un esercito in battaglia, avendo peraltro la fortuna di disporre di uno dei migliori generali del suo tempo: Gneo Domizio Corbulone, già vincitore di Frisii e Cauci sotto Claudio.
Quando l’impero dei Parti rinnovò le sue pretese di controllo sull’Armenia, regno cliente di Roma, Nerone decise che era tempo di vendicare l’onta subita dall’esercito di Roma oltre un secolo prima.
Nel 53 a.C., infatti, il triumviro Crasso era stato sconfitto pesantemente, perdendo la vita e le aquile nella disastrosa battaglia di Carre. Le guerre civili fra Cesare e Pompeo, prima e fra Ottaviano ed i cesaricidi poi, avevano impedito a Roma di intraprendere azioni militari contro la Partia. Azione che, peraltro, Cesare stava organizzando quando la sua grande vita venne stroncata alle idi di marzo del ‘44 a.C.
Grazie all’impiego di mobili arcieri a cavallo e dei Catafratti, la potente cavalleria pesante che, grazie all’uso di selle avvolgenti e staffe, operavano vere azioni di sfondamento tali da mutare le strategie militari dell’antichità, la Partia si era rivelata ormai da tempo il più formidabile rivale dell’impero romano, quindi le sue pretese sull’Armenia dovevano essere arginate.
10 BudiccaDopo un adeguato periodo di preparazione Corbulone iniziò l’offensiva contro i Parti nel 58 ottenendo buoni successi e rimettendo sul trono di Armenia il re Tigrane, fedele a Roma. Purtroppo nel ‘62 la situazione si era ribaltata: scelte strategiche infelici portarono il console di quell’anno, Lucio Cesennio Peto, ad una pesante sconfitta a Rhandeia, ed al conseguente ritiro dall’Armenia.
Se si aggiunge a questa brutta notizia l’altra, di pochi mesi precedente, riguardante la ribellione della Britannia, guidata dalla  regina Boudicca, per la quale oltre settantamila fra romani ed alleati erano morti, si può comprendere che il clima politico a Roma era molto agitato.

La rivolta era scoppiata mentre il proconsole romano Gaio Svetonio Paolino stava conducendo una campagna contro i druidi dell’isola di Anglesey  (Galles  settentrionale).

Gli Iceni e i loro vicini, i Trinovanti guidati da Boudicca, in precedenza spodestata vinsero diverse battaglie campali e presero Londinium, (cioè Londra), abbandonata a sé stessa da Paolino, che non aveva sufficienti truppe per affrontare i ribelli.

Riorganizzate le truppe, Paolino si scontrò con i ribelli e, benché con forze inferiori di numero, li sconfisse grazie alla sua superiorità tattica. Boudicca si avvelenò. Cassio Dione Cocceiano la descrive così nella sua Storia Romana, (62, 2) “Era una donna molto alta e dall’aspetto terrificante. Aveva gli occhi feroci e la voce aspra. Le chiome fulve le ricadevano in gran massa sui fianchi. Quanto all’abbigliamento, indossava invariabilmente una collana d’oro e una tunica variopinta. Il tutto era ricoperto da uno spesso mantello fermato da una spilla. Mentre parlava, teneva stretta una lancia che contribuiva a suscitare terrore in chiunque la guardasse”.

 



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