Quel bastardo di Nerone

Indice
Quel bastardo di Nerone
Una madre ingombrante
Un quinquennio felice
La metamorfosi
L'incendio di Roma
Tutte le pagine

10 rimorso di NeroneVa condannato, ma per altri capi d'accusa!

Ultimo dei Giulio Claudi ad indossare la porpora, anzi, ultimo dei Giulio Claudi tout court, il discusso imperatore dopo soli 13 anni di principato ha subito due damnatio memoriae che ne hanno cancellato quasi ogni traccia: la prima, ufficiale, decretatagli dal Senato immediatamente dopo il suicidio, la seconda – de facto – inflittagli dall’apologetica e dalla letteratura cristiana che ce lo ha fatto identificare come l’archetipo del mostro, il male assoluto.
Due condanne che, paradossalmente, pesano sulla sua immagine per due addebiti che probabilmente non furono del tutto giusti, mentre ben altri furono i suoi peccati imperdonabili.

Busto di NeroneIl senato, infatti, lo “cancellò” per vendicarsi di provvedimenti fiscali sostanzialmente equi e successivamente mai più tentati che, se realizzati, avrebbero favorito l’evoluzione delle classi medie: una svolta “a sinistra” che avrebbe potuto mutare la sostanziale passività dei proletari dell’Urbe, poco inclini alla produttività ed abituati a ricevere gratis (termine, non a caso, latino) panem et circenses.

I cristiani lo dannarono perché, in seguito all’incendio a cui fu molto probabilmente estraneo, vennero accusati di averlo appiccato e successivamente condannati a morte. Anche di tale fatto Nerone fu probabilmente innocente: fu la folla inferocita a chiedere la testa di poche centinaia di cristiani, invisi alle masse fin da allora, testa che le venne volentieri concessa dal prefetto del pretorio e dalle magistrature.

Nerone ebbe, semmai, il torto di non opporsi, ma l’entità della rappresaglia va commisurata alla durezza dei tempi ed alla gravità del fatto

Per poter stabilire dei giusti parametri di paragone basti citare un episodio ben più orrendo, accaduto oltre tre secoli dopo, in un impero ormai cristianizzato, perpetrato di persona da Teodosio, l’imperatore che aveva emesso da pochi mesi il decreto in cui si rendeva il Cristianesimo religione di stato in tutto.

Nel giugno del 390 la popolazione di Tessalonica (l’odierna Salonicco) si ribellò e linciò il magister militum dell’Illirico e governatore della città Buterico, colpevole di aver arrestato un famoso auriga che praticava apertamente la pederastia e di non aver permesso lo svolgimento dei Giochi Olimpici. Teodosio ordinò per rappresaglia un barbaro e cinico agguato: dopo pochi giorni venne organizzata una gara di bighe nel grande circo della città e, chiusi gli accessi, irruppero coorti di legionari a gladi sguainati che sgozzarono, fra scene di panico, circa 7000 persone inermi.

In seguito l’imperatore Teodosio I (che dovette fare pubblica penitenza ai piedi del vescovo di Milano Ambrogio, inorridito per la strage) vietò definitivamente i Giochi Olimpici, ponendo fine a una storia durata 1000 anni.

Di una strage come quella perpetrata da Teodosio a Tessalonica (vedi nota a fianco) la storia quasi non si è accorta, mentre del crimine di Nerone il cristianesimo vincente ha fatto un’icona del mostruoso e dell’orrendo.leggi Nerone

Ciò premesso, non si può non riconoscere che – ad un certo punto della sua vita – Nerone si macchiò di crimini odiosi, che non possono essere assolti dalla storia. Non sto parlando di pretese “depravazioni” sessuali che scandalizzavano poco a quei tempi ed ancor meno oggi.

Né mi riferisco all’omicidio di Agrippina, il cui comportamento fu tale da costringere Nerone ad una scelta fra la sua vita e quella della madre e che non fu certo una novità in una famiglia – la Giulio Claudia – in cui fin dai tempi di Livia ci si scannava l’un l’altro in quantità industriale.

Saranno gli omicidi di Britannico, di Ottavia e di Poppea incinta, e degli amici cui avrebbe dovuto riconoscenza, come Seneca, Burro, Petronio, Trasea Peto che infangheranno in eterno la sua memoria.

Festa grande ad Anzio

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È il 24 dicembre del 37 d.C. e, appena archiviati i Saturnali, i cittadini di Anzio hanno una nuova occasione di divertimento. Sono assiepati lungo la strada che viene da Roma, in attesa del corteo imperiale in arrivo, preceduto da una coorte di pretoriani in alta uniforme, perché nella villa dei Giulio Claudi c’è festa grande. La sorella del nuovo imperatore Gaio Giulio Cesare Caligola (è in carica da meno di 9 mesi), Agrippina, ha appena partorito un maschietto e gli augusti parenti stanno venendo a festeggiarla.
Gaio si è appena ripreso da una strana malattia che l’ha ridotto quasi in fin di vita: le occasioni di festa sono dunque molte per questa riunione di famiglia: nel corteo c’è il venticinquenne imperatore, sempre accompagnato dall’augusta sorella Drusilla (un po’ troppo accompagnato... comincia a mormorare la plebe), e c’è anche lo zio Claudio, quasi cinquantenne, a cui non dà retta nessuno, perché balbetta ed è anche un po’ zoppo. Il papà felice, Gneo Domizio Enobarbo, che ha al suo fianco la sorella Domizia Lepida con la di lei figlia dodicenne Messalina, è un personaggio che nulla ha di eroico, neppure la prestanza.

Arrogante, rosso di pelo e crudele come suo padre, finora ha combinato solo guai (a parte la sine cura di un consolato due anni prima), ma è il figlio di una gran donna, Antonia figlia maggiore di Marco Antonio ed è riuscito a sposare la bella Agrippina, di 30 anni più giovane, oggi sorella dell’imperatore e nipote nientedimeno che di Augusto.

Immaginiamo, dunque, questa festa nella villa sul mare che fu donata da Augusto alla madre di Agrippina: si mangia, si ascoltano musiche, si inneggia a Bacco.

Certo, senza eccedere perché il giovane Gaio ha già cominciato a dare i numeri e dopo la malattia è soggetto a frequenti accessi d’ira, anche se poi ha le mani bucate ed elargisce premi e monete a chi gli sta simpatico.

Chi si aspetterebbe che questo clima di festa sia destinato a naufragare in meno di tre anni nel dramma e nella follia?
E come potrebbe lo zio Claudio, mentre tiene in braccio il piccolo Lucio e si complimenta con la nipotina Agrippina, immaginare che costei diverrà sua moglie e lo avvelenerà poco più di tre lustri dopo?
E potrebbe mai pensare che quella ragazzina dodicenne così carina, ma che sta guardando con sospetto il cuginetto appena nato, fra tre anni sarà sua moglie per capriccio di Caligola, lo riempirà di corna, tramerà contro di lui e da lui verrà fatta uccidere?

E, soprattutto, ci crederebbe lo zio Claudio, che già sta dando segni di impazienza per tornare a Roma tra i suoi libri e la sua monumentale opera sugli etruschi, se qualcuno gli dicesse che fra quattro anni sarà lui a succedere al giovane nipote sul trono di Augusto?

I dolori del giovane Lucio

L’infanzia dorata nella villa di Anzio, luogo sempre amato in cui sia da ragazzo che da imperatore avrebbe fatto ritorno per ritrovarvi pace e serenità, durò tre anni, poi gli eventi precipitarono: morì l’odiato ed anziano Enobarbo, morì Drusilla, forse per aborto e Caligola decise una campagna contro i britanni ed i germani, forse perché l’aria di Roma gli stava diventando irrespirabile: oltre allo sfacelo cui stava conducendo l’erario e alle follie con cui vessava senatori e magistrati, gli era venuta l’ossessione di essere adorato come un dio vivente.  Il piccolo Lucio viene affidato alle cure della zia Domizia.

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Partì con dieci legioni, al comando di Getulico e Marco Emilio Lepido (vedovo “chaperon” di Drusilla e grande amore di Agrippina) portando con sé entrambe le sorelle. Alla vista degli avamposti germanici, 

10 Caligola voltoSvetonio ci racconta che la follia di Caligola divenne terrore: fuggì al galoppo per riattraversare il ponte sul Reno, intasato dai carriaggi e dalle salmerie: urlando si fece trasportare a braccia, sopra alle teste, fino alla riva opposta. Fu la classica goccia: se si era tollerata la follia, non si poteva sopportare la viltà. Nacque una congiura per sopprimerlo e innalzare alla porpora Lepido, da legittimarsi con un matrimonio con Agrippina, ma la trama venne scoperta grazie alla delazione di una prostituta.
I congiurati vennero giustiziati e le due sorelle si ritrovarono esiliate a Ponza, mentre il giovane Lucio, in casa della zia cresceva sempre più come un Domizio Enobarbo: rozzo e poco educato, giacché in quei primi anni i suoi precettori furono un barbiere ed un ballerino, dal quale avrebbe imparato l’amore per la danza e per lo spettacolo.

L’imperium passa a Claudio

Caligola non arrivò mai in Britannia. Arrivato sulle rive della Manica tornò indietro, con una decisione che gli storici antichi giudicano frutto della sua follia, ma che oggi si tende ad interpretare in modo più articolato: a questa discussa figura dedicheremo una monografia in uno dei prossimi articoli. La breve vita di Caligola durò ancora per un anno. Poi il giovane imperatore venne assassinato in una congiura di Pretoriani che, non avendo di meglio, lo sostituirono con lo zio Claudio che avevano scovato nel palazzo sul Palatino, nascosto tremante dietro una tenda.
10 Proclaiming-Claudius-EmperorUno dei primi atti del nuovo imperatore fu quello di chiamare a vivere nella domus imperiale la suocera Domizia Lepida, madre di Valeria Messalina, e con lei il giovane Lucio Domizio. Poi nel 41 richiamò a Roma dall’esilio la di lui madre.
Non passarono due anni che Agrippina sposò il nobile e ricco Passieno Crispo, ottenendo che finalmente Lucio potesse vivere con lei, coltivando la sua grande passione: quella per i cavalli che sarà una costante per tutta la breve vita del futuro Nerone, tifoso “sfegatato” della factio Prasina, tanto da riempire di verde ogni cosa che si possa colorare (vedi nota a sinistra).

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Le corse a Roma

Roma ha tre circhi, adibiti principalmente alle corse dei cavalli e dei carri: il più importante è il Circo Massimo che arriva a contenere fino a 385.000 spettatori; c’è inoltre il repubblicano Circo Flaminio e il circo privato di Caligola dove Nerone si esercita prima delle esibizioni.

Bighe e quadrighe, di legno molto leggero, sono condotte in piedi da un auriga in equilibrio molto precario e corrono tutte insieme girando in senso antiorario intorno alla spina, un alto zoccolo posto lungo la linea mediana del circo.

Si tratta di personaggi di bassa estrazione, che guadagnano però fortune rischiando la vita e sono idolatrati dalle matrone quanto i gladiatori.

A causa delle scommesse nel circo gravitano borseggiatori, truffatori, ladri e a individui di dubbia onestà, che gestiscono le quote, commerciano in oggetti vari, lucrano sulla prostituzione.

Come per il calcio odierno, a Roma esistono quattro squadre, dette factiones: l’Albata (casacche bianche), la Russata (rosse), la Veneta (azzurre), la Prasina (verdi) che scatenano lo stesso tifo di oggi1. Sono vere corporazioni e forniscono gli equipaggi ai magistrati incaricati di organizzare i giochi, e prosperano grazie ai premi in denaro.

Ogni fazione dispone di aurighi, cavalli, carri, fabbri, falegnami, pellai, medici, veterinari, tecnici, allenatori ed edifici di rappresentanza e di ricovero per gli uomini, gli animali, e i mezzi. Nel Campo Marzio c’erano sei scuderie appartenenti alle quattro fazioni. I resti di quelli della Prasina sono venuti alla luce nello scantinato del Museo Barracco e del Palazzo della Cancelleria. L’antico nome dell’adiacente chiesa di San Lorenzo in Damaso, era infatti San Lorenzo in Prasina.

Scriveva Giovenale:

“Oggi il circo, contiene tutta Roma e dal fragore che mi percuote le orecchie, deduco che stanno vincendo i Verdi. Se perdessero, vedresti questa città mesta e sbigottita come quando i Consoli subirono la polvere di Canne".

Gli spettacoli sono l’argomento preferito di conversazione in città, prima e dopo ogni gara. I protagonisti del circo, aurighi e cavalli, acclamati dal pubblico in delirio, sono idolatrati e ben pagati.

Ecco cosa ne scrive Procopio:

“I tifosi combattono contro i loro avversari senza sapere per che cosa si battono... L’inimicizia che sentono per chi è vicino è irrazionale... superano i vincoli di parentela o amicizia... possono anche essere privi del necessario e la Terra dei loro padri può versare nelle peggiori difficoltà ma non se ne curano se la loro fazione sta vincendo... Addirittura sono contagiate anche le donne, non solo sostenendo i loro mariti ma anche in contrasto con loro... In breve posso definire tutto ciò solo come una follia collettiva”.

E Marziale:

“Scorpio, se vince, in una sola ora, si porta via quindici sacchi pesanti d’oro ancor caldi di conio” 

Nel 47 Claudio aveva celebrò i Ludi Saeculares dell’ottavo centenario dalla fondazione di Roma e Nerone a dieci anni si distinse per la sua abilità equestre riscuotendo la simpatia della folla che lo acclamava: “Quello è il nipote di Germanico!” Anche Britannico partecipò, restando tuttavia in secondo piano.
Nel frattempo Agrippina era di nuovo una vedova molto ricca e molto consolabile. Chi provvedette alla bisogna fu il potente liberto Pallante, ministro delle finanze di Claudio, che nel contempo la tenne informata degli intrighi che Messalina intesseva a palazzo. Ignaro della tresca Nerone cresceva ed i suoi compagni di giochi erano i suoi cugini: Ottavia e Britannico, figli di Claudio e Messalina. Le vicende fra i loro genitori sono troppo note per ripeterle qui: basterà dire che Claudio, nel 48 dovrà rimanere passivo nel lasciare che Messalina venga uccisa su ordine del suo ministro “degli interni”, il liberto Narcisso, per evitare un colpo di stato da lei progettato insieme al suo ultimo amante.

morte-di-Messalina

La ragion di stato e la necessità di dare una madre a Ottavia e Britannico imponevano il quarto matrimonio al cinquantottenne Claudio e, fra le candidate proposte da Narciso e Agrippina, raccomandata dal solito Pallante, prevalse quest’ultima, malgrado Claudio non facesse altro che lamentarsi dell’arroganza e della maleducazione di suo figlio Lucio Domizio, ormai undicenne.

Con la sua bellezza intrigante e perversa, il fascino dei suoi trentatré anni, il suo pedigree, il suo magnetismo, riuscì a sedurre il debole Claudio, nonostante lo scandalo costituito dall’esserne la nipote. Scandalo cui si pose prontamente rimedio, estorcendo al Senato una legge che regolarizzava le nozze fra consanguinei.

Il povero Claudio, che tanto amava le belle donne, non fu fortunato con loro. Quanto Urgulanilla e Messalina furono infedeli, tanto più lo sarà Agrippina, che si spingerà a macchiarsi di ogni delitto mentre sarà Augusta, fino ad arrivare all’uxoricidio finale.


 

10 agrippina-claudio

Agrippina imperatrice

Il primo atto di Agrippina, appena mise piede nella domus imperiale sul Palatino, fu quello di far revocare l’esilio di Seneca (condannato da Claudio nel '41 all’esilio in Corsica, perché accusato di adulterio con la giovane Livilla, sorella di Caligola) che voleva come nuovo precettore per Lucio.

Poi iniziò a tessere le sue trame di potere. Si narra che quando un giorno Agrippina chiese a una sua dama: “Dimmi, cosa dicono di me a Roma?" questa rispondesse: “Che sei l’imperatore”.

leggi Nerone

Il suo ascendente su Claudio aumentava di giorno in giorno, attirando nel contempo su di lei l’ostilità di liberti, corte e senatori, finché si arrivò all’inevitabile: Claudio, irretito dalle arti amatorie della sua giovane moglie, accettò di adottare Lucio che, essendo più grande di Britannico di cinque anni divenne il primogenito con il nome di Tiberio Claudio Nerone e fu nominato suo tutore.

A parziale discapito del debole imperatore (debole con le donne, perché nel governo e a capo delle legioni debole non lo fu affatto, ma, si sa, gli uomini non più giovani e poco avvenenti hanno spesso di queste debolezze) è la poca convinzione che ebbe sul fatto che Britannico, figlio di Messalina, fosse anche figlio suo, oltre alla consapevolezza che i frequenti attacchi di epilessia non ne avrebbero fatto un buon principe.

Nerone, princeps iuventutis

Per la sua sicurezza Agrippina aveva nominato a capo della sua guardia un centurione di suo padre Germanico: Afranio Burro, che insieme a Seneca, avrà un ruolo importante presso il giovane Nerone, il quale continuava a crescere fra gli intrighi di sua madre e il libertinaggio, al punto da far scrivere a Svetonio: “Non solo faceva sesso con ragazzi liberi e donne sposate, ma violentò anche Rubria, una vergine Vestale e fu quasi sul punto di sposare Atte; una liberta, aveva persino corrotto alcuni consolari perché giurassero che era di famiglia regale”.

10 Agrippina-e-Nerone

Il resto del tempo Nerone lo passava fra le braccia di una bellissima liberta asiatica, ex schiava di Narciso e poi di Messalina: Atte, che lo amerà in silenzio per tutta la vita. Di costei Tacito scrisse: “S’era insinuata profondamente nell’animo di Nerone, eccitandone la lussuria con equivoche e segrete dissolutezze”.
Gli inevitabili dissapori che dividevano l’offeso Britannico ed il violento Nerone non potevano che esplodere: il primo continuava a chiamare l’altro col nome di “Domizio Enobarbo” il secondo non perdeva occasione di screditare il figlio presso il padre.
Nel 51 i motivi di invidia di Britannico verso Nerone aumentarono quando questi, insieme alla toga virilis, ottenne il titolo di Princeps Iuventutis e l’imperium proconsolare fuori Roma: nel circo Nerone sfilò con la veste trionfale, Britannico con quella puerile.

È di questo periodo la vendetta di Agrippina contro la madre della sua nemica Messalina, oltretutto sua rivale nell’affetto (e nel condizionamento) di Nerone, che aveva contribuito a crescere e per il quale era sempre la “zia Domizia”, che lo ricopriva di regali ed attenzioni: la fece quindi accusare di aver complottato contro l’imperatore, e ne ottenne da Claudio la condanna a morte.

Nell’occasione, l’undicenne Nerone fu minacciato e costretto dalla madre a testimoniare contro la zia.

Poco dopo, ottenuto con grande fatica il consenso del marito venne obbligato a fidanzarsi con Ottavia, nipote di Domizia e figlia di Claudio e Messalina, che aveva appena otto anni e giocava con lui dall’infanzia. Era un successo importante: un matrimonio fra i due avrebbe messo Lucio in pole position per la definitiva assegnazione della successione.

Agrippina riuscì anche a far nominare Burro Prefetto del Pretorio, un ruolo chiave per l’acclamazione di un nuovo imperatore. Intanto Nerone, a soli 12 anni mieteva successi al Senato con le sue orazioni, dovute agli insegnamenti di retorica di Seneca e addirittura amministrava la giustizia come prefetto dell’Urbe durante le feste latine.

Il matrimonio con Ottavia

Nel 53, a 16 anni, al culmine della sua popolarità Nerone sposava Claudia Ottavia, figlia di Claudio che a quell’epoca stava per compierne 13. Ora a Nerone venivano affidati compiti sempre più strumentali alla sua popolarità, mentre Britannico veniva costantemente messo in cattiva luce ed emarginato, malgrado il ragazzo iniziasse a difendersi nell’agone politico col rischio di oscurare il prestigio faticosamente costruito per Nerone.
Agrippina mordeva il freno: nel 54, approfittando dell’assenza per malattia di Narcisso, decise di ricorrere al veleno e lo fece somministrare a Claudio in un banchetto: forse con i funghi o con una punta cosparsa di una sostanza tossica. A detta di Tacito, per la bisogna, “Fu scelta una abilissima avvelenatrice di nome Locusta [...] In virtù dell’abilità di quella donna fu confezionato il veleno che fu somministrato da un eunuco di nome Aloto”.

Claudio aveva 64 anni.

Nerone, all’oscuro del complotto, recitò l’elogio funebre di Claudio davanti al popolo, che tacque annuendo fintanto che egli elogiava l’antichità della stirpe del defunto, la sua cultura e ai suoi studi e la pace e la tranquillità delle frontiere. Ma quando Nerone prese a parlare della prudenza e della saggezza del morto, di cui tutti conoscevano la dabbenaggine, Tacito scrive che “nessuno poté trattenersi dal riso, sebbene l’orazione funebre scritta da Seneca mostrasse notevoli pregi”.

Nerone, imperator

All’età di 17 anni Nerone indossava la porpora imperiale, con la benedizione di Burro e dei pretoriani. I primi atti del nuovo principato furono la promozione di Seneca a consigliere e tutore di Nerone, nel campo dell’oratoria e della morale politica, mentre, Afranio Burro venne invece nominato tutore del nuovo princeps per quanto riguardava le discipline militari. Forte di tali protezione Nerone iniziò ad affrancarsi sempre di più dall’invadenza madre che, preoccupata per la propria posizione tentò un’operazione di riavvicinamento a Britannico.
Un episodio è indicativo del clima che si stava creando fra un figlio sempre più geloso sia della sua carica che del suo amore per Atte, con relativi vizietti privati, ed una madre assetata di potere che riteneva che Nerone le dovesse tutto: nascosta dietro una tenda durante una riunione del Senato a palazzo in cui si dava udienza a degli ambasciatori asiatici, ad un certo punto dissentendo da ciò che stava udendo, uscì decisa e tentò di andarsi a sedere a destra del figlio. Solo per la presenza di spirito di Nerone che, a un cenno di Seneca, le andò incontro come a renderle omaggio e, senza parere, la condusse con sé fuori, si evitò lo scandalo.

Il matricidio

Appena Agrippina comprese che il figlio non sarebbe stato gestibile, iniziò a diffondere voci sul testamento di Claudio, che ancora non era stato reso noto, insinuando dubbi sulla successione e servendosi di Britannico per insinuare dubbi sulla saldezza del trono del figlio.
10 BritannicoFuribondo per quello che considerava un tradimento Nerone iniziò a progettare l’eliminazione di Britannico, che nel 55 morì, avvelenato durante un banchetto. Agrippina, furente si rivoltò per cercare di riappropriarsi del potere che le sfuggiva: teneva incontri segreti con amici e sostenitori e perfino con Ottavia, scatenando la reazione del giovane imperatore che estromise del tutto la madre dal Palazzo.

Sarà una lotta sorda e senza esclusione di colpi: nel marzo 59, approfittando di un soggiorno a Baia per le feste in onore di Minerva, Nerone realizzò il suo complicato progetto per eliminare la madre simulando una disgrazia.

Agrippina venne da Anzio con una lussuosa nave da diporto, con il soffitto della cabina principale rivestito in piombo e modificato in modo che precipitasse a comando. Qualcosa non funzionò, il soffitto invece di uccidere l’Augusta provocò il rovesciamento della nave e Agrippina finì in mare insieme alla sua dama di compagnia Acerronia Polla. Mentre costei si dibatteva fra i flutti, iniziò ad urlare di essere l'imperatrice, sperando così di essere soccorsa più celermente.  Quando Agrippina vide che i soccorritori sulle barche, anziché tirarla a bordo la finivano a colpi di remo, comprese che di essere vittima di un attentato. Da provetta nuotatrice guadagnò la riva e andò a rifugiarsi nella villa, con solo pochi graffi.
Cosa fare? Agrippina, ancora incerta sul regista del complotto optò per il bluff e mandò un servo a Nerone per informarlo che c’era stato un incidente. Nerone vistosi scoperto, e già pensando alle rappresaglie della madre e alla sua denuncia in Senato, gettò un pugnale ai piedi del messaggero e chiamò le guardie dichiarandosi oggetto di un attentato da parte di Agrippina.

Il matricidio di NeronePoi, compreso che i Pretoriani non avrebbero mai alzato un gladio sulla figlia di Germanico, ordinò ai marinai di recarsi alla villa e di giustiziarla sul posto. Moriva a 44 anni, sotto i colpi di bastoni e pugnali. La leggenda vuole che porgesse il ventre al suo assassino, esclamando: "Colpisci l'uero che lo ha generato!".

Va sottolineato che le circostanze che circondano la morte di Agrippina sono avvolte nella leggenda giacché le varie fonti (Tacito, Svetonio, Dione Cassio) sono abbastanza contradditorie.

A tutti venne riferito che Agrippina si era uccisa perché il suo attentato alla vita del figlio non era riuscito.

Ma la folla riunitasi sulla spiaggia, che prima aveva assistito ai banchetti, poi al naufragio ed infine ai movimenti dei marinai armati che circondavano la villa, comprese benissimo come erano andate le cose.


Un quinquennio di governo felice

A parte l’omicidio di Britannico, Nerone aveva iniziato bene il suo governo, varando provvedimenti equilibrati sia per l’economia che per l’ordine pubblico. Nei primi cinque anni del suo regno (il cosiddetto quinquennium felix, dal 54 al 59) la sua politica, anche grazie alla saggezza di Seneca e Burro fu moderata e, in qualche modo, illuminata.

leggi NeroneIl rapporto con il Senato, abbastanza equilibrato nei primi anni, divenne conflittuale dopo il braccio di ferro seguito alla presentazione da parte di Nerone della legge sulla riforma fiscale che prevedeva l’abolizione delle imposte indirette, le portoria, che si pagavano principalmente nei porti, attraverso l’eliminazione dei dazi di entrata e uscita delle merci che passavano da una provincia all’altra dell’impero. La conseguente libera circolazione delle merci avrebbe abbassato i prezzi, dato impulso all’economia e favorito le classi meno abbienti, allargando così quel consenso fra le masse cui Nerone teneva moltissimo. Ma da qualche parte le minori entrate avrebbero dovuto essere ripianate: Nerone pensò di risolvere il problema tassando la proprietà e le compravendite immobiliari, ed aumentando le imposte dirette.

Una politica “di sinistra” che danneggiava i grandi proprietari terrieri italiani, quasi tutti appartenenti al Senato, che si sarebbero trovati a fronteggiare una maggiore concorrenza dei produttori provinciali e che falcidiava i guadagni degli appaltatori delle tasse, ossia i cavalieri, che avrebbero visto scomparire una delle fonti principali del loro reddito. Ne sarebbe stato avvantaggiato, invece, tutto il resto della popolazione che avrebbe goduto della diminuzione del costo della vita. Come è noto uno dei requisiti per sedere in Senato era la proprietà terriera, ed ai senatori era vietato svolgere attività commerciali, industriali e finanziarie: la riforma avrebbe dunque colpito il Senato al cuore dei suoi interessi

10 Nerone-arpaIl senato, ovviamente, bocciò la riforma e Nerone dovette ingoiare a denti stretti, pur ottenendo che le riscossioni di ogni tassa, fino ad allora oggetto di segreto, divenissero di dominio pubblico. Ottenne inoltre, per il popolo, il condono dei tributi morosi da più di un anno.

Il contrasto tra Nerone ed il senato divenne palese e la vena artistica di Nerone, che non doveva essere il “cane” che ci è stato dipinto dalla tradizione successiva, oltre alle sue discutibili abitudini sessuali, furono i successivi terreni di scontro: cosa che ci fa riflettere sull’antichità dell’abitudine di colpire gli avversari politici nella propria privacy, anziché attraverso la critica dell’azione politica.

Incubi e rimorsi

Agrippina venne cremata la sera stessa del suo omicidio, (aveva appena 44 anni), senza una degna sepoltura e neppure una lapide, mentre il Senato si dava un gran da fare per cancellarne ovunque la memoria e le tracce delle sue gesta.
Ma l’unico luogo dal quale non poté essere estirpata fu la psiche del ventiduenne imperatore, che iniziò a rifiutare il cibo e a tormentarsi, restando quasi inebetito. Incubi e rimorsi iniziarono a tormentarlo, facendolo piombare in un grave stato di depressione. Periodo fondamentale per comprendere la vera natura del ragazzo: equipaggiato con un DNA non splendido da parte paterna, afflitto dalle angosce di un infanzia precaria ed infelice, tormentato dalle insicurezze di una posizione dinastica quantomeno traballante, si trova all’improvviso totalmente libero delle sue azioni, ma contemporaneamente privo dell’appoggio e delle risorse che fino a poco tempo prima la madre gli aveva assicurato.

Burro tentò di convincerlo che ciò che era stato fatto si “doveva” fare. Nerone scappò a Napoli dove trovò la forza di scrivere al Senato per informarlo del tentativo di Agrippina di attentare alla sua vita.
La reazione era scontata: Agrippina era stata troppo odiata perché la sua morte non venisse accolta con gioia, ma l’idillio fra Nerone ed il popolo romano andava ormai incrinandosi, anche perché le cattive notizie che stavano arrivando sia dalla Britannia che dall’Oriente richiedevano l’azione di un imperatore capace e deciso: e lui non era né l’uno né l’altro.

Al suo ritorno a Roma Nerone si sentì per la prima volta libero di fare qualsiasi cosa volesse e dette sfogo alle sue grandi passioni: i cavalli ed il canto.

“Era sua vecchia passione guidare la quadriga, unita all’altra mania, non meno spregevole, di cantare, accompagnato dalla cetra, per dare spettacolo. Ricordava che gareggiare nella corsa dei cavalli era pratica di re e di antichi capitani, e materia del canto dei poeti e consacrata a onorare gli dèi. Il canto poi era sacro ad Apollo, divinità importantissima e signore della profezia, che proprio con la cetra veniva figurato non solo nelle città greche, ma anche nei templi di Roma. Non si riusciva a frenarlo, e allora Seneca e Burro, perché non la spuntasse in entrambi, scelsero di cedere su un punto: venne recintato, nella valle del Vaticano, uno spazio, in cui guidasse i cavalli senza dare spettacolo a tutti”.
10 Roman-orgyMa ora che poteva ciò che voleva aprì le porte alla folla ed iniziò a godere del successo e della popolarità, rendendosi conto che la cosa che più lo inebriava era il consenso delle masse e se ne eccitava sempre di più. Presto si circondò di una corte di rampolli delle famiglie più nobili, insieme ai quali si abbandonò a gozzoviglie e turpitudini di ogni genere, manifestando quel lato violento e intemperante della sua indole che lo porterà alla rovina. Ecco come Svetonio ci descrive le sue scorribande notturne:
“Manifestò impudenza,  libidine, lussuria,  avidità e crudeltà dapprima gradualmente e di nascosto e come se si trattasse di errori giovanili, ma in un modo tale che anche allora nessuno aveva dubbi che quei vizi fossero di natura e non di gioventù. Subito dopo il crepuscolo, calzato un berretto o una parrucca, entrava nelle osterie e vagabondava per le strade in vena di scherzi, d’altronde non inoffensivi, giacché era solito picchiare persone che ritornavano da una cena e ferire e buttare nelle fogne chi opponeva resistenza, sfondando porte e saccheggiando botteghe.
In risse di questo genere rischiò gli occhi e la vita e una volta fu ferito quasi a morte da un senatore, alla cui moglie aveva messo le mani addosso. Perciò, in seguito, non si azzardò mai più a quel tipo di uscite senza la scorta di alcuni tribuni, che lo seguivano di lontano e con discrezione.
Anche in pieno giorno, fattosi trasportare di nascosto in teatro su una lettiga, assisteva dall’alto del proscenio alle liti dei pantomimi, nel contempo come vessillifero e come spettatore, e una volta, poiché si era venuti alle mani e si lottava a colpi di pietre e di pezzi di sgabelli, ne gettò anch’egli sulla gente, ferendo gravemente un pretore alla testa”.

Gli Iuvenalia

La Gravitas romana, tuttavia, imponeva dei limiti: per non abbassarsi fino all’esibizione in un pubblico teatro, Nerone, sempre teso ad imitare modelli grecizzanti,  pensò di istituire dei giochi chiamati Iuvenalia, cui si iscrisse gente di ogni provenienza.
10 decadenza“Costrinse anche noti cavalieri romani, con doni cospicui, a promettere di dare spettacolo nell’arena: ma se il compenso viene da chi può dare ordini, diviene un obbligo. Tuttavia non la nobiltà, l’età, le cariche ricoperte impedirono loro di esercitare anche l’arte degli istrioni greci o latini, fino a scendere a gesti e atteggiamenti non virili.Non basta: matrone famose si esibivano in parti oscene; e presso il bosco di cui Augusto contornò il lago riservato alle naumachie sorsero luoghi di convegno e taverne e si potevano comprare strumenti di lussuria. ... Infine Nerone salì sulla scena, accordando con molto impegno le corde della cetra e provando il tono giusto con maestri di canto al suo fianco. Erano intervenuti la coorte pretoria, i centurioni, i tribuni e Burro, affranto ma prodigo di lodi.
Fu allora che, per la prima volta, vennero reclutati tra i cavalieri romani, col nome di Augustiani, dei giovani, selezionati per l’età e il fisico aitante, alcuni di insolente presunzione, altri sperando di acquistare potere. Costoro, in un continuo scrosciare di applausi giorno e notte, davano alla bellezza del principe e alla sua voce epiteti divini: e, come se lo dovessero a meriti particolari, vivevano godendosi fama e onori”.
Ormai Seneca aveva iniziato ad allontanarsi da lui. Del resto anche Nerone vedeva lui e Burro come due scomodi grilli parlanti che in qualche modo vantavano il diritto di limitare i suoi eccessi ed indirizzare la sua azione. La passione per Poppea, infine, morta Agrippina, poteva finalmente manifestarsi alla luce del sole.

10 PoppeaPoppea Sabina

Aristocratica, bellissima, affascinante, ambiziosa, di classe Poppea aveva messo gli occhi su Nerone fin da quando era sposata con Rufrio Crispino, capo della guardia pretoriana sotto Claudio. Tacito la descrisse con questa frase meravigliosa, degna di Woody Allen: “Essa ebbe ogni pregio femminile, tranne l’onestà”.

Appena Agrippina fu imperatrice, fece giustiziare Crispino sostenendo che questi aveva favorito Messalina nei suoi intrighi. Vedova ed in disgrazia presso Agrippina, a Poppea non restò che sposare Marco Salvio Otone, amico di Nerone e suo compagno di gozzoviglie, certamente nel segreto intento di usarlo per aggiungere il suo vero obiettivo: l’imperatore Nerone.
“Otone, reso imprudente dalla passione, non cessava di elogiare all’imperatore la bellezza della moglie; o forse voleva accendere la bramosia di lui, pensando che, quando avessero posseduto la medesima donna, questo nuovo vincolo gli avrebbe accresciuto potenza”.
Frequentando la corte e sfoderando la sua seduttività, ne divenne ben presto l’amante, mai immaginando in quel momento che suo marito sarebbe divenuto imperatore a sua volta,  sia pure per soli quattro mesi. Comunque Otone, uomo di mondo, invitato da Nerone a partire per governare la Lusitania, accettò di buon grado di sparire dalla scena lasciando a Nerone campo libero con sua moglie.
Agrippina aveva visto un grande pericolo nel fascino che Poppea esercitava su Nerone ed aveva ostacolato in ogni modo la loro relazione, ottenendo solo che l’odio e l’insofferenza di Nerone verso di lei aumentassero fino all’esasperazione ed all’omicidio. Con Agrippina fuori scena, l’influenza di Poppea sull’imperatore divenne tale che questi iniziò a considerare di divorziare dalla povera Ottavia, ormai relegata ai margini della vita pubblica, ma che godeva ancora di grande rispetto presso il popolo quale figlia del defunto imperatore Claudio ed ultima discendente diretta di Augusto ancora in vita.

Problemi in Britannia e coi Parti

10 CorbuloneChi ha montato un cavallo in corsa o guidato un carro trainato da una pariglia al galoppo sfrenato sa quanto coraggio e quanta freddezza di nervi occorrano per uscirne vivi. Dunque definire Nerone un pavido sarebbe quantomeno superficiale. Quindi la scarsa propensione di Nerone ad impegnarsi in prima persona nella guida dell’esercito ed in qualsiasi attività militare non è facilmente comprensibile.
Paura di non essere all’altezza? Incapacità di rinunciare alle sue abitudini fatte di agi, bagordi e performances artistiche? Pigrizia? Disinteresse per ogni gloria che non venisse dal palcoscenico? O più semplicemente, orrore per la volgarità della violenza e del sangue. Non è un caso che Nerone non amasse i ludi gladiatori e che, quando tutto fu perduto, non riuscì a compiere da sé il gesto tipicamente romano di trafiggersi col gladio.
Fatto sta che Nerone non condusse mai un esercito in battaglia, avendo peraltro la fortuna di disporre di uno dei migliori generali del suo tempo: Gneo Domizio Corbulone, già vincitore di Frisii e Cauci sotto Claudio.
Quando l’impero dei Parti rinnovò le sue pretese di controllo sull’Armenia, regno cliente di Roma, Nerone decise che era tempo di vendicare l’onta subita dall’esercito di Roma oltre un secolo prima.
Nel 53 a.C., infatti, il triumviro Crasso era stato sconfitto pesantemente, perdendo la vita e le aquile nella disastrosa battaglia di Carre. Le guerre civili fra Cesare e Pompeo, prima e fra Ottaviano ed i cesaricidi poi, avevano impedito a Roma di intraprendere azioni militari contro la Partia. Azione che, peraltro, Cesare stava organizzando quando la sua grande vita venne stroncata alle idi di marzo del ‘44 a.C.
Grazie all’impiego di mobili arcieri a cavallo e dei Catafratti, la potente cavalleria pesante che, grazie all’uso di selle avvolgenti e staffe, operavano vere azioni di sfondamento tali da mutare le strategie militari dell’antichità, la Partia si era rivelata ormai da tempo il più formidabile rivale dell’impero romano, quindi le sue pretese sull’Armenia dovevano essere arginate.
10 BudiccaDopo un adeguato periodo di preparazione Corbulone iniziò l’offensiva contro i Parti nel 58 ottenendo buoni successi e rimettendo sul trono di Armenia il re Tigrane, fedele a Roma. Purtroppo nel ‘62 la situazione si era ribaltata: scelte strategiche infelici portarono il console di quell’anno, Lucio Cesennio Peto, ad una pesante sconfitta a Rhandeia, ed al conseguente ritiro dall’Armenia.
Se si aggiunge a questa brutta notizia l’altra, di pochi mesi precedente, riguardante la ribellione della Britannia, guidata dalla  regina Boudicca, per la quale oltre settantamila fra romani ed alleati erano morti, si può comprendere che il clima politico a Roma era molto agitato.

La rivolta era scoppiata mentre il proconsole romano Gaio Svetonio Paolino stava conducendo una campagna contro i druidi dell’isola di Anglesey  (Galles  settentrionale).

Gli Iceni e i loro vicini, i Trinovanti guidati da Boudicca, in precedenza spodestata vinsero diverse battaglie campali e presero Londinium, (cioè Londra), abbandonata a sé stessa da Paolino, che non aveva sufficienti truppe per affrontare i ribelli.

Riorganizzate le truppe, Paolino si scontrò con i ribelli e, benché con forze inferiori di numero, li sconfisse grazie alla sua superiorità tattica. Boudicca si avvelenò. Cassio Dione Cocceiano la descrive così nella sua Storia Romana, (62, 2) “Era una donna molto alta e dall’aspetto terrificante. Aveva gli occhi feroci e la voce aspra. Le chiome fulve le ricadevano in gran massa sui fianchi. Quanto all’abbigliamento, indossava invariabilmente una collana d’oro e una tunica variopinta. Il tutto era ricoperto da uno spesso mantello fermato da una spilla. Mentre parlava, teneva stretta una lancia che contribuiva a suscitare terrore in chiunque la guardasse”.

 


 

La metamorfosi del ‘62

Mentre a Roma imperversava la crisi e alle frontiere crescevano i pericoli, Afranio Burro morì. Era stato colto da una malattia alla gola che gli provocava un enorme gonfiore e, su ordine di Nerone, i medici per lenire il suo dolore gli spalmavano il cavo orale di uguenti. Quando Nerone si recò al suo capezzale Burro, sospettando di essere stato avvelenato, gli volse le spalle.
“La morte di Burro compromise il potere di Seneca, perché la sua positiva influenza, ora che era sparita l’altra, possiamo dire, guida, non aveva più la presa di prima, e Nerone si lasciava attrarre dai peggiori. Costoro prendono di mira Seneca con accuse di vario tipo: che aumentava ulteriormente le sue enormi ricchezze, eccessive per un privato; che intendeva concentrare su di sé le simpatie dei cittadini; che superava, quasi, il principe nella raffinata bellezza dei giardini e nella sontuosità delle ville. Gli rinfacciavano anche di volersi accaparrare tutta la gloria dell’eloquenza e di aver intensificato la produzione di versi, da quando Nerone vi si era appassionato.
Lo dicevano scopertamente avverso agli svaghi del principe, pronto a sprezzare la sua abilità nel guidare i cavalli e a schernire la voce, quando cantava. E fino a quando si doveva credere che nell’impero non ci sarebbe stato niente di buono che non provenisse da lui?
Senza dubbio, l’infanzia di Nerone era trascorsa ed egli era nel pieno vigore della sua giovinezza: si togliesse dunque di dosso quel precettore ora che poteva valersi dei suoi avi, come veri e preziosi maestri”.
10 morte-di-SenecaSeneca si rese conto che era solo lui a frapporsi fra Nerone e la libertà totale e, temendo per la sua incolumità, chiese di essere congedato come ricompensa ai suoi servigi lasciando all’imperatore tutte le sue ricchezze.

Al rifiuto di Nerone ed ai suoi abbracci Seneca ringraziò, ma si affrettò a cambiare le sue abitudini ritirandosi a vita più che privata.

Morto Burro, Nerone nominò come Prefetto del Pretorio Gaio Sofonio Tigellino, un siciliano rozzo e crudele, di umili origini, che condivideva con lui la passione per i cavalli: aveva infatti gestito ippodromi in Puglia ed in Calabria. Il sodalizio fra i due fu ulteriormente cementato dalla propensione di entrambi agli eccessi sessuali: ben presto Tigellino, manovrandolo con insinuazioni e calunnie, divenne la “mano sinistra” del giovane imperatore, che anche in questa scelta dimostrò non tanto la sua incapacità, quanto la sua dissolutezza.

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Paolo di Tarso a Roma

L’anno precedente, poco prima della morte di Burro, era arrivato a Roma per essere giudicato, Paolo di Tarso, un ebreo cittadino romano che si era appellato, com’era suo diritto, alla giustizia dell’imperatore.
Portato di fronte a Burro, questi non lo trovò colpevole di alcun reato e lo lasciò libero.
Iniziava quindi l’apostolato di Paolo nell’Urbe, che dava l’avvio ad un capitolo decisivo nella storia dell’umanità: la fondazione di una religione - il Cristianesimo - che se da un lato avrebbe creato nei tre secoli successivi seri problemi alla cultura della romanitas, dall’altro fu l’unica forza in grado di traghettarne la fiaccola della civiltà attraverso i tempi bui del medioevo.
Nessuno può affermare con sufficiente storicità la consistenza numerica della comunità cristiana a Roma all’inizio degli anni ‘60.
Superata dall’analisi storica l’ipotesi di un primo viaggio di Pietro a Roma nel ‘51 (per approfondire, Vedi il nostro articolo "La Pietra e la Chiesa") possiamo immaginare che fin dagli anni ‘40 qualche giudeo cristiano dedito ai commerci possa essersi stabilito a Roma ed abbia iniziato a predicare presso gli ebrei quella che a quei tempi era solo una variante della legge Mosaica.
La comunità ebraica, seppur protetta, non era ben vista dal popolo romano che disprezzava cordialmente il giudaismo. Tuttavia una consistente diaspora verso l’Urbe era iniziata fin dai tempi di Cesare che, in ringraziamento dell’aiuto offertogli dal re giudeo Antipatro (futuro padre di Erode il Grande) nella guerra contro Pompeo, aveva concesso grandi privilegi agli ebrei, come l’esonero dai tributi ogni sette anni per riguardo alla legge ebraica dell’anno sabbatico; l’esclusione di vessilli militari recanti l’effigie dell’imperatore in territorio giudaico per non violare le prescrizioni della Legge Mosaica; le requisizioni militari in natura e le leve di persone; l’esenzione dal servizio militare in ossequio al riposo ebraico del Sabato anche per i giudei della Diaspora. Inoltre la religione ebraica era dichiarata “religio licita”, ed ufficialmente protetta da Roma.
Quando Claudio, che definiva la diaspora ebraica “una peste comune a tutto il mondo”, ascese alla porpora, si trovò alle prese con il problema dell’aumento di una minoranza etnica compatta, impermeabile ed inassimilabile, capace di costituire una forza unitaria in seno alla popolazione della grandi città e di turbare, eventualmente, l’ordine pubblico.
Ordinò dapprima di tenere separate le varie sinagoghe insieme per il culto, per evitare grandi assembramenti, poi nell’anno 49 ordinò un’espulsione generale degli ebrei da Roma:
“Iudaeos impulsore Chresto assidue tumultuantes Roma expulit”. (Svetonio)
Tale espulsione trova riscontro negli Atti degli Apostoli, dove si cita un incontro avvenuto nella città di Corinto, intorno all’anno 50, tra l’apostolo Paolo ed una coppia di giudei di nome Aquila e Priscilla che vi si erano rifugiati dopo l’espulsione da Roma.
Se il termine “Chrestus” indicasse un leader messianico che viveva a Roma o che si riferisse alla nuova setta ebraica emergente dei Cristiani è argomento che interessa solo marginalmente questa trattazione, malgrado sia da molto tempo al centro di un appassionato dibattito tra coloro che vedono nei contrasti religiosi giudaico-cristiani la causa dei tumulti e coloro che ritengono che l’espulsione non riguardasse in alcun modo la nascente comunità cristiana.
Qualunque sia stata la realtà, è evidente che i contrasti all’interno della comunità ebraica fra gli ortodossi e i seguaci delle idee di Gesù furono molti e, soprattutto in questo primo periodo, legati alla pretesa di convertire i gentili, cosa non facile in quanto la Legge di Mosè prescriveva come non lecito per un Giudeo unirsi o incontrarsi con persone di un’altra razza.
Aprire a chiunque avrebbe significato per gli ebrei tradizionalisti far entrare la corruzione nel loro mondo religiosamente immacolato, poiché i non circoncisi erano considerati persone spiritualmente impure in quanto non osservanti la Legge Mosaica.
Abbiamo dunque solo due fonti attendibili che ci indicano la presenza di seguaci di “Cristo” nell’Urbe: il passo di Svetonio e quello degli “Atti”.
Che in una ventina di anni gli adepti di quella che fino ad allora era solo l’ennesima setta ebraica fossero diventati qualche centinaio è dunque plausibile. Ancor più probabile è che Paolo, con l’energia e l’irruenza che gli erano proprie, dal 62 al 64 abbia esteso la sua opera di persuasione anche a molti romani, preparando il terreno all’incidente che avrebbe portato all’incriminazione di molti di essi come incendiari.
Quasi impossibile, invece, è sostenere storicamente la tesi che Pietro abbia mai visitato Roma.
Questa la situazione negli anni ‘60, confermata dalla frase di Svetonio, che fra le benemerenze di Nerone come amministratore, dopo aver elogiato le sue misure antincendio e in favore dell’ordine pubblico, afferma:
“furono inviati al supplizio i Cristiani, genere di uomini dediti a una nuova e malefica superstizione”
C’è da notare un punto che amplierò più avanti: Svetonio non mette in relazione i cristiani con l’incendio, l’unica fonte che stabilisce un rapporto di causa-effetto è Tacito e, come vedremo, si tratta di un passo sulla cui autenticità molti storici sollevano dubbi. Occorre stabilire tre punti fermi:
-    nel 64 i cristiani avevano già raggiunto una consistenza numerica significativa (molte centinaia? Un migliaio?)
-    la loro litigiosità con gli ebrei (probabilmente più potenti e quindi tollerati, se non protetti) turbava la morale comune e l’ordine pubblico
-    la loro attività di proselitismo e le loro critiche al modo di vivere romano aveva già iniziato a dar fastidio alla gente comune che reagiva sparlando della nuova religione, addebitandole ogni nefandezza.
 

Una mano che iniziò a colpire, duramente, insinuando dubbi sulla fedeltà di Rubellio Plauto e Cornelio Silla, gli unici due patrizi che potevano ancora vantare un legame con la discendenza di Augusto, ora che - morta Agrippina - Nerone poteva essere considerato un semplice Domizio Enobarbo. L’incubo dell’insicurezza dell’imperium, che Nerone pensava di aver esorcizzato con l’assassinio di Britannico, ritornò a popolare le notti di Nerone, rendendo inevitabili nuove epurazioni.
Tigellino fece assassinare Cornelio Silla, già in esilio in Gallia, dopo aver convinto Nerone che questi stesse tramando per far ribellare le legioni del Reno. I sicari inviati da Tigellino lo colsero d’improvviso, mentre era a pranzo, e in capo a sei giorni la sua testa venne portata a Nerone, che ne trovò molto comica la calvizie precoce.
Più complicato fu l’assassinio del giovane Plauto che, ricco e potente, avrebbe potuto veramente raggiungere Corbulone, ormai di stanza in Siria e preparare una rivolta. Malgrado da Roma fossero giunti diversi messaggi per metterlo in guardia, Plauto non si mosse, forse per tema d rappresaglie verso sua moglie ed i suoi figli. Venne trucidato mentre, nudo, faceva della ginnastica. Alla vista della sua testa Nerone scoppiò a ridere facendosi beffe delle dimensioni del suo naso.
Tigellino continuò le epurazioni avvelenando i liberti più potenti: Doriforo, accusato di aver osteggiato le nozze con Poppea, e Pallante, il vecchio amante di Agrippina, perché non si risolveva, alla sua età, a lasciare le sue immense ricchezze. Questo clima di calunnie e delazione indusse Gaio Calpurnio Pisone, convinto di essere il prossimo oggetto delle attenzioni di Tigellino, ad iniziare a tramare per rovesciare Nerone.

Contemporaneamente, per accumulare denaro, si iniziò il saccheggio sistematico dell’Italia, si spremettero le province, gli alleati e le città libere.

Il ‘62 è dunque l’anno in cui Nerone si libera dalle spoglie del ragazzo mite, amante dell’arte e animato da sentimenti di giustizia e dal rispetto per le istituzioni e ritrova la sua natura irascibile e violenta, trasformandosi pubblicamente in un tiranno.

Molti storici giustificano questa svolta come il segno di un carattere  congenitamente crudele e dissoluto che finalmente si libera di ogni freno: la madre, Burro, Seneca.
Altri, invece, sostengono che il ragazzo istintivamente pacifico, che detestava sangue e guerre iniziò a comportarsi da tiranno quando vide che tutto era perduto.
Io propendo per una visione intermedia. Nel ‘62 nulla era perduto e la posizione di Nerone era ancora forte. E non riesco a vedere affatto Nerone come un ragazzo mite e represso, ma come una persona di indole collerica e violenta, afflitta da patologie psichiche (vedi il nostro articolo “l’imperatore che temeva l'abbandono”) aggravate dai complessi di colpa per l’omicidio della madre, oggetto di odio-amore.
Nel ‘62 tutto si sublima, il limite è ormai oltrepassato e da questo momento tutto diventa possibile. Non si intravede in Nerone una qualsiasi etica ispirata al senso dello stato, alla coscienza della grandezza della sua missione, o più semplicemente a valori mistico religiosi.
Nerone, a mio avviso, dopo il ‘62 si rivela come un narcisista insicuro, profondamente egoista, disancorato dalla realtà dell’amministrazione del principato.

Le nozze con Poppea

Poppea, bella e capricciosa com’era, doveva essere una vera piantagrane. Svetonio ci racconta delle frequenti recriminazioni  e dei sarcasmi con cui assillava il principe perché la sposasse:
“lo definiva un pupillo, perché, sottomesso agli ordini altrui, non solo non controllava l’impero, ma neppure la sua libertà personale. Perché allora rimandare le nozze? Non gli piaceva la sua bellezza e sdegnava i suoi antenati, coperti di trionfi, non credeva alla sua fecondità e ai suoi sentimenti sinceri? O temeva che, divenuta sua moglie, gli aprisse gli occhi sui soprusi commessi da Agrippina nei confronti dei senatori e sull’avversione del popolo contro la superbia e l’avidità di sua madre? E se Agrippina non poteva sopportare come nuora altri che una donna ostile a suo figlio, la lasciasse tornare a essere moglie di Otone: preferiva andarsene in qualsiasi parte del mondo, dove sentir raccontare gli affronti rivolti all’imperatore, piuttosto che averli sotto gli occhi, coinvolta nei pericoli da lui corsi”.
Nel 62 le continue pressioni indussero Nerone a divorziare da Claudia Ottavia che, dapprima esiliata, venne poi messa a morte, sotto l’imputazione di adulterio; l’accusa era così impudente e calunniosa che all’istruttoria tutti i testimoni si ostinarono a negare e Nerone dovette costringere Aniceto ad autoaccusarsi di aver abusato di lei con uno stratagemma. Ottavia fu incatenata ed esiliata a Ventotene. Trascorsi pochi giorni le venne recato l’ordine di morire: le furono aperte le vene sia ai polsi che alle caviglie, ma poiché per la paura il sangue usciva troppo lentamente, fu immersa in un bagno caldissimo. La testa le fu troncata e fu portata a Roma per essere mostrata a Poppea. Aveva 22 anni.
Undici giorni dopo il divorzio da Ottavia, Nerone sposò Poppea, che amò più di tutto, e che tuttavia uccise con un calcio, perché, incinta e malata, lo aveva rimproverato aspramente una sera che era rincasato tardi da una corsa di carri.

Due anni di eccessi

Può darsi che Svetonio esageri nell’elencare le pretese malefatte di Nerone a partire da questo periodo, tuttavia anche se solo il 10% di esse fosse vero ne uscirebbe il quadro di un individuo quanto meno poco adatto a gestire le responsabilità che dovevano gravare sulle sue spalle: sregolatezze con giovani ragazzi, relazioni con donne sposate, arrivò addirittura a violentare una  vestale.
Roba quanto meno da impeachment!
bacchanaliaInaugurando anzitempo una moda oggi fiorente, fece evirare un fanciullo di nome Sporo, lo acconciò da donna e tentò di sposarlo con una cerimonia regolare, con tanto di corteo e velo color fiamma. Svetonio ci racconta una battuta che girava fra il popolo: “Che fortuna per l’umanità se suo padre Domizio avesse avuto una simile moglie!» E ancora:
“Prostituì il suo pudore ad un tal punto che, dopo aver insozzato quasi tutte le parti del suo corpo, ideò alla fine questo nuovo tipo di divertimento: coperto dalla pelle di una bestia feroce, da una gabbia si lanciava sugli organi genitali di uomini e di donne, legati ad un tronco, e, quando aveva imperversato abbastanza, per finire, si dava in balia del suo liberto Doriforo; da costui si fece anche sposare, come lui aveva sposato Sporo, e arrivò perfino ad imitare i gridi e i gemiti delle vergini che subivano violenza”. Svetonio sottolinea che il ragazzo amava talmente lo sperperare il denaro che affermava di ammirare suo zio Gaio soprattutto perché in poco tempo aveva fatto fuori le immense ricchezze lasciate da Tiberio. Aveva anche il vizio del gioco: ai dadi giocava al tasso di quattrocentomila sesterzi a punto!
L’estate del 63 portò una lieta notizia a Nerone, subito funestata da una disgrazia: in quella villa al mare nella quale anch’egli era nato Poppea partorì una femmina: tutta la nobiltà ed il Senato vennero ad Anzio per festeggiare con celebrazioni e giuochi.
“Purtroppo fu cosa effimera, ché la bambina al quarto mese morì. Nerone fu senza freno nel dolore, come nella gioia”.

Con queste lapidarie parole Tacito ci conferma il carattere instabile e violento di Nerone, per il quale  passare dall’euforia alla rabbia era questione di attimi e che era capace di perdonare, deridendolo, un console vigliacco ed incapace come Peto e un’attimo dopo ordinare ad un patrizio come Torquato Silano di aprirsi le vene.
Nella sua mania per l’ellenismo e per ogni forma di arte e raffinatezza Nerone da tempo progettava un debutto sulle pubbliche scene e scelse Napoli, città greca, per esibirsi: un debutto sfortunato perché il teatro crollò durante la sua performance! Svetonio sostiene che l’augusto cantore non se ne diede troppa pena, visto che continuò a cantare la sua canzone fino al finale.
Nel 64 Nerone festeggiò la primavera con la famosa orgia lacustre descritta da Tacito.
“Sullo stagno di Agrippa fece dunque costruire uno zatterone e disporre su di esso l’apparato del convito, in modo che potesse venir rimorchiato da  navi incrostate d’oro e d’avorio. I rematori erano giovani viziosi, distribuiti secondo l’età e l’esperienza nella libidine. Da terre remote e fin dall’Oceano aveva fatto venire uccelli e bestie selvatiche e animali marini. Sulle rive del lago sorgevano postriboli pieni di nobildonne, e di fronte si mettevano in mostra meretrici ignude. Dapprima furono atti e movenze oscene; poi, man mano che le tenebre avanzavano, tutti i boschi e gli edifici all’intorno risuonarono di canti e risplenderono di lumi. Nerone s’era macchiato ormai d’ogni illecito piacere, e si sarebbe pensato che non rimanesse alcuna turpitudine a farne più vergognosa la vita, se pochi giorni dopo non avesse celebrato un matrimonio solenne con uno di quel branco di depravati, di nome Pitagora. All’imperatore fu messo il flammeo, furono tratti gli auspici, e poi dote, talamo, faci nuziali, insomma venne esibito tutto ciò che la notte cela, pur quando la sposa è  femmina”.


Incendio di Roma_Robert HubertL’incendio di Roma

E arrivò l’estate: un luglio caldo ed afoso come quelli che anche i romani di oggi conoscono molto bene. Nerone ha creduto di trovare rifugio alla calura nella brezza di ponente che spira costante sulle terrazze della sua villa di Anzio. Lo immaginiamo pigramente sdraiato su morbidi cuscini, circondato da schiave, liberti, cortigiani, mentre ascolta dei versi o pizzica la cetra, in attesa della visione del tramonto, che da quella terrazza  è splendido. All’improvviso arriva, inatteso, un pretoriano di corsa, inviato da Tigellino. Ansima, ha coperto al galoppo in poco più di un’ora gli oltre cinquanta chilometri della Via Ardeatina, probabilmente cambiando cavallo un paio di volte alle mutationes del cursus publicus: “Roma brucia... è un’incendio colossale, come non se n’è mai visto uno!»

Nerone rientra immediatamente: l’incendio, iniziato presso il Circo Massimo, sembra sia stato alimentato dal vento e dalle merci delle botteghe, per poi estendersi rapidamente all’intero edificio, risalendo poi sulle alture circostanti e infine diffondendosi con grande rapidità senza trovare impedimenti. I soccorsi sarebbero stati ostacolati dal gran numero di abitanti in fuga e dalle vie strette e tortuose. Ora è quasi arrivato alla sua domus sul Palatino, che in poche ore brucia completamente, così come brucia tutta Roma, dal Circo Massimo alla Suburra, dal Celio all’Aventino.

Nerone fa aprire alla folla in fuga gli spazi verdi dove l’incendio non può alimentarsi: il campo Marzio, i suoi giardini sul colle Vaticano e perfino gli horti di Mecenate sull’Esquilino dove ha in progetto di costruire la sua nuova domus.

Sulla torre che sovrasta gli horti Nerone crea il quartier generale per coordinare i soccorsi e le operazioni di spegnimento: da lì può vedere tutta Roma e lo spettacolo che gli si presenta è terribile nella sua grandiosità. Delle quattordici regioni che compongono la città, tre (la III, Iside e Serapis, attuale colle Oppio, la IX, Circo Massimo, e la X, Palatino) sono totalmente distrutte, mentre in altre sette si registrano enormi danni. I morti sono migliaia, i senzatetto oltre duecentomila. 4.000 insulae e 132 domus, oltre ad edifici pubblici e monumenti, sono ormai cenere. Dopo sei giorni l’incendio sembrava domato, ma i cittadini stremati non fecero in tempo a riprendersi, che scoppiarono altri incendi in altre zone ricche di templi e portici. La gente, disperata, notava che le fiamme partivano dalle proprietà di Tigellino.

Sulle cause dell’incendio i tre autori di cui ci sono pervenuti gli scritti sono quasi completamente d’accordo: il mandante dell’incendio fu Nerone, che ne ebbe anche il movente. Svetonio e Dione Cassio lo accusano apertamente, Tacito esprime il beneficio del dubbio, ma poi elenca particolari che inducono il lettore a credere nella sua colpevolezza.

«...si era sparsa la voce che, mentre la città bruciava, Nerone fosse salito sul palcoscenico del palazzo ed avesse cantato la caduta di Troia, raffigurando nell’antico disastro le presenti sciagure»

«Adducendo a motivo che quegli antichi edifici così irregolari e quei vicoli stretti e storti non gli piacevano punto, diede a bella posta alle fiamme la città in maniera così evidente, che la maggior parte degli ex consoli, a cui accadde di sorprendere, nelle proprie tenute, camerieri dell’imperatore con stoppa e fiaccole accese, non li arrestarono; e alcuni granai nei pressi della Domus Aurea, della cui area fabbricabile desiderava massimamente venire in possesso, li fece abbattere e dare alle fiamme con macchine da guerra, perché erano costruiti in pietra. Per sei giorni e sette notti durò la distruzione operata dall’immenso rogo, mentre la plebe era costretta a cercare rifugio nei monumenti e nelle tombe. Allora, oltre un numero incalcolabile di insulae, andarono distrutte anche le case di antichi condottieri, ancora adorne delle spoglie nemiche, ed i templi degli dei promessi in voto o consacrati dai re e quelli dell’epoca delle guerre puniche e galliche…
Godendo dall’alto della torre di Mecenate dello spettacolo dell’incendio e rallegrato, come diceva, dalla bellezza delle fiamme, indossò il costume di teatro e cantò “La presa di Troia”».

Che l’incendio fosse spontaneo o di natura dolosa, alcuni saggi contemporanei tendono ad assolvere Nerone adducendo a discolpa l’odio che scrittori come Svetonio e Tacito avevano per la tirannide.

Altri, invece, continuano ad accusare Nerone tout court, semplicemente per la sua fama di primo persecutore dei cristiani. Posizioni che, entrambe, non mi trovano d’accordo perché l’unico Nerone che conosciamo e possiamo conoscere è quello che vediamo emergere dall’analisi delle fonti che abbiamo, filtrate dalla conoscenza del contesto storico, dei costumi, delle abitudini ed arricchite dalle moderne conoscenze sulla psicologia e sulla neuropsichiatria.

Lo stesso procedimento che si dovrebbe tentare di seguire per la conoscenza del Gesù storico.

La prima cosa che rileviamo è che tutte lo fonti ci raccontano che Nerone è colpevole. D’accordo, è possibile che mentano o che tendano ad accettare l’opinione dominante, visto che è quella che fa loro comodo. Tuttavia non conosciamo una sola riga utile a discolparlo.

Non solo: se la domanda “cui prodest”, che ogni detective si pone mentre cerca il colpevole di un delitto, ci deve aiutare ad alleggerire le responsabilità di Nerone, ebbene ci rendiamo conto che, nella fattispecie, ci indica il contrario: grazie all’incendio Nerone può finalmente costruire la sua “Domus Aurea”, che occupa l’intera superficie del Colle Oppio, degli horti di Mecenate e della valle su cui oggi sorge il Colosseo. Infine: il sogno di Nerone di trasformare Roma in una città di marmo, dai grandi viali e dalle grandi aree pubbliche finalmente potrà compiersi.

Concludendo: non ci sono prove né di innocenza, né di colpevolezza, solo qualche indizio, ma certamente Nerone non fu un personaggio da ammirare.

Ad Anzio l’attuale sindaco ha fatto apporre dei cartelli all’ingresso della cittadina, in cui si esibisce la scritta “Anzio, città di Nerone” come se ciò fosse un titolo di merito: mi sembra una iniziativa del tutto fuori luogo, altrettanto quanto lo sarebbe quella di Nerola qualora il sindaco la volesse ricordare come "citta del Mostro".

Nerone e i cristiani

Nerone fu un individuo particolarmente violento e depravato, portatore di patologie odiose, ma non si comportò diversamente dai suoi predecessori quanto ad omicidi, intrighi ed eccessi sessuali. Tiberio e Caligola non furono certo degli stinchi di santo! Eppure è lui che la storia ci tramanda come il mostro per eccellenza.
Credo che la maggior parte della sua pessima fama gli sia derivata dalla propaganda cristiana che ce lo ha tramandato come il primo persecutore. L’ironia della faccenda sta nel fatto che di persecuzione non si trattò e che la religione con l’evento non ebbe nulla a che fare!
Fatto sta che sulla bocca di ogni romano, plebeo o aristocratico che fosse, correva la voce che indicava in Nerone il mandante dell’incendio. L’imperatore, Poppea, Tigellino, la corte tutti erano preoccupati da ciò che il popolo, esasperato, denutrito, senza più nulla da perdere avrebbe potuto fare. C’era chi giurava di aver visto i cubiculari di Nerone ostacolare le operazioni di spegnimento, chi sosteneva che le demolizioni sull’Esquilino non erano state fatte per arginare le fiamme, ma per liberare aree edificabili per la domus imperiale. Insomma, c’era da aver paura e occorreva riversare l’odio che si andava accumulando su dei colpevoli. 

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Perché proprio i cristiani?

Intanto va notato che né Svetonio né Plinio parlano del supplizio dei cristiani come conseguente all’incendio. Solo Tacito ne parla, mentre Svetonio cita un generico:
“Sotto il suo principato furono comminate condanne rigorose, furono prese misure repressive, ma furono anche introdotti nuovi regolamenti: si impose un freno al lusso, si ridussero i banchetti pubblici a distribuzioni di viveri, fu vietato di vendere nelle osterie cibi cotti, ad eccezione dei legumi ed erbe commestibili, mentre in precedenza si serviva ogni genere di pietanza, furono inviati al supplizio i Cristiani, genere di uomini dediti a una nuova e malefica superstizione...».
Questa differenza fra le fonti ci indica tre cose:
-  che nel 64 il gruppo cosiddetto dei “cristiani” era differenziato dai giudei ortodossi, che certamente lo avversavano.
-    che la quasi totalità di coloro che vennero arrestati non aveva la cittadinanza romana, visto che le pene che ci sono note furono quelle riservate agli stranieri o agli schiavi.
-   che fra la popolazione di Roma si era già diffuso l’odio verso gli appartenenti a questa nuova setta che doveva essere di turbativa all’ordine pubblico ed al mos maiorum.
I cristiani dalla vox populi erano infatti da diversi anni accusati di praticare ogni genere di “flagitia”, in parte per i comportamenti anomali in tema di sessualità, continenza, moderazione e soprattutto per la loro incessante opera di proselitismo.
Odiati dal popolo, probabilmente “venduti”  alla polizia pretoriana dagli ebrei che anelavano a distinguersene, furono il capro espiatorio ideale per Nerone e finirono per pagare – innocenti – le conseguenze del grande incendio. Durante il processo fu probabilmente impossibile provare la loro responsabilità nell’incendio, tuttavia emerse il loro fanatismo ed il loro “odio per il genere umano” che venne giudicato un buon movente per aver tentato di distruggere la “novella Babilonia” e fu per questo che vennero condannati. Si trattò dunque di un provvedimento di ordine pubblico: vennero giustiziati come incendiari, non per aver praticato una qualsiasi religione.
Malgrado la mitologia formatasi non meno di due secoli dopo, l’apostolo Paolo non era presente a Roma nel 64 e non fu fra coloro che vennero giustiziati in quell’occasione.

Gli storici hanno prospettato due diverse ipotesi, per le quali Paolo avrebbe fatto un altro viaggio prima di tornare a Roma: la prima possibilità è che nel 65-66 fosse dapprima ad Efeso e poi in Macedonia e Grecia la seconda (meno probabile) è che si trovasse in Spagna. Le prime avvisaglie della grande rivolta ebraica del 66 lo trovano a Nicopoli, donde scrive la sua epistola ai Cretesi. Nel 67 si traghetta a Brindisi per poi tornare a Roma dove viene arrestato e condannato a morte per qualche reato che non conosciamo, ma che immaginiamo connesso al suo pessimo carattere e alla veemenza della sua predicazione che, come mille altre volte gli era successo, dovevano aver creato turbativa dell’ordine pubblico.
Quanto a Pietro, la sua venuta a Roma è talmente improbabile e mancante di una qualsiasi prova storicamente accettabile da doversi considerare mitologica.

(Vedi il nostro articolo "La Pietra e la Chiesa")

La Domus Aurea

Nerone provvide immediatamente alla ricostruzione, progettando strade ampie ed edifici in pietra, ben allineati e limitati in altezza. Vennero emanati provvedimenti di rimborso per la ricostruzione, pagabili solo se essa fosse compiuta in un certo termine. Le macerie vennero trasportate con chiatte alla foce del Tevere e furono utili per riempire le paludi di Ostia. Tali provvedimenti furono apprezzati, ma subito il popolo di Roma ebbe una nuova delusione: Nerone aveva volto a suo vantaggio gli effetti dell’incendio, giacché aveva iniziato la costruzione di una domus di 80 ettari nella quale “destavano meraviglia non tanto le pietre preziose e l’oro, sfoggio ormai solito e divenuto comune, ma le piantagioni e gli specchi d’acqua, e di qua parchi a somiglianza di foreste vergini, di là spazi aperti e belvederi: opera immaginata e diretta da Severo e da Celere, la cui ardita genialità creava coll’artificio quanto non era stato concesso dalla natura e si sbizzariva coi grandi mezzi dell’imperatore”.
Il quale, quando la vede terminata, commenta: finalmente una casa degna di un uomo!
La Sala del trono, simbolo del dominio di Nerone sull’universo,  era coperta da una volta che girava su sé stessa giorno e notte, così come nel cielo girano in cerchio il sole, la luna, i pianeti.
Una statua colossale dell’imperatore rappresentato come il dio Sole, alta 25 metri, si ergeva al centro del padiglione porticato della villa, e sottolineava questo dominio.
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La Domus Aurea fu un tale spreco di spazio e di denaro pubblico da necessitare, per il suo finanziamento, di risorse straordinarie che, in aggiunta a quelle impiegate nella ricostruzione, provocarono una crisi economica senza precedenti. L’improvvido e capriccioso ragazzino imperiale, affetto da una megalomania patologica non trovò altro mezzo che la rapina sistematica dell’Italia e delle province. Per reperire oro Nerone non esitò a spogliare i templi dalle offerte votive, arrivando perfino al sacrilegio, facendo rubare in Grecia ed in Asia le statue degli Dei fatte in materiale prezioso.
Mentre nel  mitico “quinquennium felix” Nerone aveva creduto di trovare la soddisfazione della sua carenza affettiva nel consenso popolare, per ottenere il quale aveva tentato di promulgare provvedimenti che oggi definiremmo “di sinistra”, ormai la vera natura del personaggio, altalenante fra delirio di onnipotenza e mania di persecuzione, emerge nella sua realtà.
Il popolo non lo approva più e l’aristocrazia, pur temendolo, sente che occorre reagire.
Inizia il tempo delle congiure e delle vendette.

Che affronteremo in settembre.

La nostra analisi prosegue ora con un originale ed interessantissimo studio psicologico sulla personalità patologica di questo discusso principe.

 

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