Quel bastardo di Nerone

Indice
Quel bastardo di Nerone
Una madre ingombrante
Un quinquennio felice
La metamorfosi
L'incendio di Roma
Tutte le pagine

10 rimorso di NeroneVa condannato, ma per altri capi d'accusa!

Ultimo dei Giulio Claudi ad indossare la porpora, anzi, ultimo dei Giulio Claudi tout court, il discusso imperatore dopo soli 13 anni di principato ha subito due damnatio memoriae che ne hanno cancellato quasi ogni traccia: la prima, ufficiale, decretatagli dal Senato immediatamente dopo il suicidio, la seconda – de facto – inflittagli dall’apologetica e dalla letteratura cristiana che ce lo ha fatto identificare come l’archetipo del mostro, il male assoluto.
Due condanne che, paradossalmente, pesano sulla sua immagine per due addebiti che probabilmente non furono del tutto giusti, mentre ben altri furono i suoi peccati imperdonabili.

Busto di NeroneIl senato, infatti, lo “cancellò” per vendicarsi di provvedimenti fiscali sostanzialmente equi e successivamente mai più tentati che, se realizzati, avrebbero favorito l’evoluzione delle classi medie: una svolta “a sinistra” che avrebbe potuto mutare la sostanziale passività dei proletari dell’Urbe, poco inclini alla produttività ed abituati a ricevere gratis (termine, non a caso, latino) panem et circenses.

I cristiani lo dannarono perché, in seguito all’incendio a cui fu molto probabilmente estraneo, vennero accusati di averlo appiccato e successivamente condannati a morte. Anche di tale fatto Nerone fu probabilmente innocente: fu la folla inferocita a chiedere la testa di poche centinaia di cristiani, invisi alle masse fin da allora, testa che le venne volentieri concessa dal prefetto del pretorio e dalle magistrature.

Nerone ebbe, semmai, il torto di non opporsi, ma l’entità della rappresaglia va commisurata alla durezza dei tempi ed alla gravità del fatto

Per poter stabilire dei giusti parametri di paragone basti citare un episodio ben più orrendo, accaduto oltre tre secoli dopo, in un impero ormai cristianizzato, perpetrato di persona da Teodosio, l’imperatore che aveva emesso da pochi mesi il decreto in cui si rendeva il Cristianesimo religione di stato in tutto.

Nel giugno del 390 la popolazione di Tessalonica (l’odierna Salonicco) si ribellò e linciò il magister militum dell’Illirico e governatore della città Buterico, colpevole di aver arrestato un famoso auriga che praticava apertamente la pederastia e di non aver permesso lo svolgimento dei Giochi Olimpici. Teodosio ordinò per rappresaglia un barbaro e cinico agguato: dopo pochi giorni venne organizzata una gara di bighe nel grande circo della città e, chiusi gli accessi, irruppero coorti di legionari a gladi sguainati che sgozzarono, fra scene di panico, circa 7000 persone inermi.

In seguito l’imperatore Teodosio I (che dovette fare pubblica penitenza ai piedi del vescovo di Milano Ambrogio, inorridito per la strage) vietò definitivamente i Giochi Olimpici, ponendo fine a una storia durata 1000 anni.

Di una strage come quella perpetrata da Teodosio a Tessalonica (vedi nota a fianco) la storia quasi non si è accorta, mentre del crimine di Nerone il cristianesimo vincente ha fatto un’icona del mostruoso e dell’orrendo.leggi Nerone

Ciò premesso, non si può non riconoscere che – ad un certo punto della sua vita – Nerone si macchiò di crimini odiosi, che non possono essere assolti dalla storia. Non sto parlando di pretese “depravazioni” sessuali che scandalizzavano poco a quei tempi ed ancor meno oggi.

Né mi riferisco all’omicidio di Agrippina, il cui comportamento fu tale da costringere Nerone ad una scelta fra la sua vita e quella della madre e che non fu certo una novità in una famiglia – la Giulio Claudia – in cui fin dai tempi di Livia ci si scannava l’un l’altro in quantità industriale.

Saranno gli omicidi di Britannico, di Ottavia e di Poppea incinta, e degli amici cui avrebbe dovuto riconoscenza, come Seneca, Burro, Petronio, Trasea Peto che infangheranno in eterno la sua memoria.

Festa grande ad Anzio

10 villa-di-nerone

È il 24 dicembre del 37 d.C. e, appena archiviati i Saturnali, i cittadini di Anzio hanno una nuova occasione di divertimento. Sono assiepati lungo la strada che viene da Roma, in attesa del corteo imperiale in arrivo, preceduto da una coorte di pretoriani in alta uniforme, perché nella villa dei Giulio Claudi c’è festa grande. La sorella del nuovo imperatore Gaio Giulio Cesare Caligola (è in carica da meno di 9 mesi), Agrippina, ha appena partorito un maschietto e gli augusti parenti stanno venendo a festeggiarla.
Gaio si è appena ripreso da una strana malattia che l’ha ridotto quasi in fin di vita: le occasioni di festa sono dunque molte per questa riunione di famiglia: nel corteo c’è il venticinquenne imperatore, sempre accompagnato dall’augusta sorella Drusilla (un po’ troppo accompagnato... comincia a mormorare la plebe), e c’è anche lo zio Claudio, quasi cinquantenne, a cui non dà retta nessuno, perché balbetta ed è anche un po’ zoppo. Il papà felice, Gneo Domizio Enobarbo, che ha al suo fianco la sorella Domizia Lepida con la di lei figlia dodicenne Messalina, è un personaggio che nulla ha di eroico, neppure la prestanza.

Arrogante, rosso di pelo e crudele come suo padre, finora ha combinato solo guai (a parte la sine cura di un consolato due anni prima), ma è il figlio di una gran donna, Antonia figlia maggiore di Marco Antonio ed è riuscito a sposare la bella Agrippina, di 30 anni più giovane, oggi sorella dell’imperatore e nipote nientedimeno che di Augusto.

Immaginiamo, dunque, questa festa nella villa sul mare che fu donata da Augusto alla madre di Agrippina: si mangia, si ascoltano musiche, si inneggia a Bacco.

Certo, senza eccedere perché il giovane Gaio ha già cominciato a dare i numeri e dopo la malattia è soggetto a frequenti accessi d’ira, anche se poi ha le mani bucate ed elargisce premi e monete a chi gli sta simpatico.

Chi si aspetterebbe che questo clima di festa sia destinato a naufragare in meno di tre anni nel dramma e nella follia?
E come potrebbe lo zio Claudio, mentre tiene in braccio il piccolo Lucio e si complimenta con la nipotina Agrippina, immaginare che costei diverrà sua moglie e lo avvelenerà poco più di tre lustri dopo?
E potrebbe mai pensare che quella ragazzina dodicenne così carina, ma che sta guardando con sospetto il cuginetto appena nato, fra tre anni sarà sua moglie per capriccio di Caligola, lo riempirà di corna, tramerà contro di lui e da lui verrà fatta uccidere?

E, soprattutto, ci crederebbe lo zio Claudio, che già sta dando segni di impazienza per tornare a Roma tra i suoi libri e la sua monumentale opera sugli etruschi, se qualcuno gli dicesse che fra quattro anni sarà lui a succedere al giovane nipote sul trono di Augusto?

I dolori del giovane Lucio

L’infanzia dorata nella villa di Anzio, luogo sempre amato in cui sia da ragazzo che da imperatore avrebbe fatto ritorno per ritrovarvi pace e serenità, durò tre anni, poi gli eventi precipitarono: morì l’odiato ed anziano Enobarbo, morì Drusilla, forse per aborto e Caligola decise una campagna contro i britanni ed i germani, forse perché l’aria di Roma gli stava diventando irrespirabile: oltre allo sfacelo cui stava conducendo l’erario e alle follie con cui vessava senatori e magistrati, gli era venuta l’ossessione di essere adorato come un dio vivente.  Il piccolo Lucio viene affidato alle cure della zia Domizia.

10 Nerone-ragazzo

Partì con dieci legioni, al comando di Getulico e Marco Emilio Lepido (vedovo “chaperon” di Drusilla e grande amore di Agrippina) portando con sé entrambe le sorelle. Alla vista degli avamposti germanici, 

10 Caligola voltoSvetonio ci racconta che la follia di Caligola divenne terrore: fuggì al galoppo per riattraversare il ponte sul Reno, intasato dai carriaggi e dalle salmerie: urlando si fece trasportare a braccia, sopra alle teste, fino alla riva opposta. Fu la classica goccia: se si era tollerata la follia, non si poteva sopportare la viltà. Nacque una congiura per sopprimerlo e innalzare alla porpora Lepido, da legittimarsi con un matrimonio con Agrippina, ma la trama venne scoperta grazie alla delazione di una prostituta.
I congiurati vennero giustiziati e le due sorelle si ritrovarono esiliate a Ponza, mentre il giovane Lucio, in casa della zia cresceva sempre più come un Domizio Enobarbo: rozzo e poco educato, giacché in quei primi anni i suoi precettori furono un barbiere ed un ballerino, dal quale avrebbe imparato l’amore per la danza e per lo spettacolo.

L’imperium passa a Claudio

Caligola non arrivò mai in Britannia. Arrivato sulle rive della Manica tornò indietro, con una decisione che gli storici antichi giudicano frutto della sua follia, ma che oggi si tende ad interpretare in modo più articolato: a questa discussa figura dedicheremo una monografia in uno dei prossimi articoli. La breve vita di Caligola durò ancora per un anno. Poi il giovane imperatore venne assassinato in una congiura di Pretoriani che, non avendo di meglio, lo sostituirono con lo zio Claudio che avevano scovato nel palazzo sul Palatino, nascosto tremante dietro una tenda.
10 Proclaiming-Claudius-EmperorUno dei primi atti del nuovo imperatore fu quello di chiamare a vivere nella domus imperiale la suocera Domizia Lepida, madre di Valeria Messalina, e con lei il giovane Lucio Domizio. Poi nel 41 richiamò a Roma dall’esilio la di lui madre.
Non passarono due anni che Agrippina sposò il nobile e ricco Passieno Crispo, ottenendo che finalmente Lucio potesse vivere con lei, coltivando la sua grande passione: quella per i cavalli che sarà una costante per tutta la breve vita del futuro Nerone, tifoso “sfegatato” della factio Prasina, tanto da riempire di verde ogni cosa che si possa colorare (vedi nota a sinistra).

10 corsa-di-quadrighe

Le corse a Roma

Roma ha tre circhi, adibiti principalmente alle corse dei cavalli e dei carri: il più importante è il Circo Massimo che arriva a contenere fino a 385.000 spettatori; c’è inoltre il repubblicano Circo Flaminio e il circo privato di Caligola dove Nerone si esercita prima delle esibizioni.

Bighe e quadrighe, di legno molto leggero, sono condotte in piedi da un auriga in equilibrio molto precario e corrono tutte insieme girando in senso antiorario intorno alla spina, un alto zoccolo posto lungo la linea mediana del circo.

Si tratta di personaggi di bassa estrazione, che guadagnano però fortune rischiando la vita e sono idolatrati dalle matrone quanto i gladiatori.

A causa delle scommesse nel circo gravitano borseggiatori, truffatori, ladri e a individui di dubbia onestà, che gestiscono le quote, commerciano in oggetti vari, lucrano sulla prostituzione.

Come per il calcio odierno, a Roma esistono quattro squadre, dette factiones: l’Albata (casacche bianche), la Russata (rosse), la Veneta (azzurre), la Prasina (verdi) che scatenano lo stesso tifo di oggi1. Sono vere corporazioni e forniscono gli equipaggi ai magistrati incaricati di organizzare i giochi, e prosperano grazie ai premi in denaro.

Ogni fazione dispone di aurighi, cavalli, carri, fabbri, falegnami, pellai, medici, veterinari, tecnici, allenatori ed edifici di rappresentanza e di ricovero per gli uomini, gli animali, e i mezzi. Nel Campo Marzio c’erano sei scuderie appartenenti alle quattro fazioni. I resti di quelli della Prasina sono venuti alla luce nello scantinato del Museo Barracco e del Palazzo della Cancelleria. L’antico nome dell’adiacente chiesa di San Lorenzo in Damaso, era infatti San Lorenzo in Prasina.

Scriveva Giovenale:

“Oggi il circo, contiene tutta Roma e dal fragore che mi percuote le orecchie, deduco che stanno vincendo i Verdi. Se perdessero, vedresti questa città mesta e sbigottita come quando i Consoli subirono la polvere di Canne".

Gli spettacoli sono l’argomento preferito di conversazione in città, prima e dopo ogni gara. I protagonisti del circo, aurighi e cavalli, acclamati dal pubblico in delirio, sono idolatrati e ben pagati.

Ecco cosa ne scrive Procopio:

“I tifosi combattono contro i loro avversari senza sapere per che cosa si battono... L’inimicizia che sentono per chi è vicino è irrazionale... superano i vincoli di parentela o amicizia... possono anche essere privi del necessario e la Terra dei loro padri può versare nelle peggiori difficoltà ma non se ne curano se la loro fazione sta vincendo... Addirittura sono contagiate anche le donne, non solo sostenendo i loro mariti ma anche in contrasto con loro... In breve posso definire tutto ciò solo come una follia collettiva”.

E Marziale:

“Scorpio, se vince, in una sola ora, si porta via quindici sacchi pesanti d’oro ancor caldi di conio” 

Nel 47 Claudio aveva celebrò i Ludi Saeculares dell’ottavo centenario dalla fondazione di Roma e Nerone a dieci anni si distinse per la sua abilità equestre riscuotendo la simpatia della folla che lo acclamava: “Quello è il nipote di Germanico!” Anche Britannico partecipò, restando tuttavia in secondo piano.
Nel frattempo Agrippina era di nuovo una vedova molto ricca e molto consolabile. Chi provvedette alla bisogna fu il potente liberto Pallante, ministro delle finanze di Claudio, che nel contempo la tenne informata degli intrighi che Messalina intesseva a palazzo. Ignaro della tresca Nerone cresceva ed i suoi compagni di giochi erano i suoi cugini: Ottavia e Britannico, figli di Claudio e Messalina. Le vicende fra i loro genitori sono troppo note per ripeterle qui: basterà dire che Claudio, nel 48 dovrà rimanere passivo nel lasciare che Messalina venga uccisa su ordine del suo ministro “degli interni”, il liberto Narcisso, per evitare un colpo di stato da lei progettato insieme al suo ultimo amante.

morte-di-Messalina

La ragion di stato e la necessità di dare una madre a Ottavia e Britannico imponevano il quarto matrimonio al cinquantottenne Claudio e, fra le candidate proposte da Narciso e Agrippina, raccomandata dal solito Pallante, prevalse quest’ultima, malgrado Claudio non facesse altro che lamentarsi dell’arroganza e della maleducazione di suo figlio Lucio Domizio, ormai undicenne.

Con la sua bellezza intrigante e perversa, il fascino dei suoi trentatré anni, il suo pedigree, il suo magnetismo, riuscì a sedurre il debole Claudio, nonostante lo scandalo costituito dall’esserne la nipote. Scandalo cui si pose prontamente rimedio, estorcendo al Senato una legge che regolarizzava le nozze fra consanguinei.

Il povero Claudio, che tanto amava le belle donne, non fu fortunato con loro. Quanto Urgulanilla e Messalina furono infedeli, tanto più lo sarà Agrippina, che si spingerà a macchiarsi di ogni delitto mentre sarà Augusta, fino ad arrivare all’uxoricidio finale.



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