La battaglia di Ponte Milvio

milvio animaz1700 anni fa, sulla riva destra del Tevere, si svolse a Roma una cruenta battaglia civile i cui esiti avrebbero deciso l’indirizzo culturale della storia del mondo.

Il 27 ottobre del 312 d.C., esattamente 1700 anni fa, nel medesimo luogo in cui la jeunesse dorée della capitale si dà serale convegno per l’happy hour ed il serraggio di romantici, quanto inutili, lucchetti si portò a compimento una cruenta, celeberrima battaglia: quella che da Ponte Milvio, appunto, prende il nome.
Fu uno scontro epocale, un evento di quelli che hanno il potere di cambiare il corso della storia, anche se allora pochi se ne avvidero, e segnò lo spartiacque fra la cultura romana e quella cristiana.

La combatterono Costantino e Massenzio: diversi per nascita e cultura, ma identici nel rappresentare l’espressione del potere romano.

milvio leggitutto
milvio costantinomilvio MassenzioEppure il primo è sinonimo di pietas e religiosità (tanto da essere assurto alla gloria degli altari in molte liturgie ortodosse) mentre l’altro è aborrito e vilipeso come “pagano”.

Questa bizzarra visione è quanto di più lontano possa esserci dalla verità storica, giacché Costantino fu tutt’altro che un santo e un legittimo pretendente all’Imperium.

Fu invece protagonista di una serie di circostanze casuali che lo associarono al cristianesimo emergente e vittorioso, a dispetto della sua indole iraconda, violenta e vendicativa.

Il sogno di Costantino

A differenza del Condé che, a sentire il Manzoni, la notte prima della battaglia di Rocroi se la dormì beato, Costantino ed il suo esercito dovettero passarla in bianco se è vero che la impiegarono per pittare oltre quarantamila scudi con la croce che il capo si era appena sognato.

A parte la difficoltà di reperire nella campagna romana e nel cuor della notte non meno di 5.000 barattoli di vernice ed un migliaio di pennelli la faccenda appare inverosimile a qualsiasi storico serio e per ben più seri motivi.
Il primo è che del celebre sogno ne parla per primo solo Eusebio di Cesarea, liquidato da Jacob Burckhardt come “il primo storico interamente disonesto dell’antichità”. Eusebio, il primo teologo cristiano al servizio della corte di Costantino a Bisanzio, fu suo agiografo e panegirista ed era interessato principalmente a rendere stabile il nuovo assetto del cristianesimo attraverso la costruzione di una tradizione di legittimità.

Scrisse della visione solo nella Vita Constantinii scritta nel 337, appena dopo la morte dell’Imperatore, mentre nella sua Storia Ecclesiastica (del 324) non ne fa menzione.

milvio in hoc signo
L’altro è che del sogno con relativa croce dipinta non c’è traccia nella pietra dell’Arco di Costantino, eretto a Roma nel 315, quando l’Imperatore non aveva ancora “ufficializzato” la simpatia verso il Cristianesimo mantenendo una certa equidistanza tra le religioni, anche per ragioni di interesse politico: tra i rilievi dell’arco appaiono scene di sacrificio a diverse divinità pagane e altre divinità sono presenti anche nei passaggi laterali e sulle chiavi dell’arco.
È inoltre improbabile che attraverso un espediente che avrebbe potuto avere l’unico scopo di rafforzare una possibile alleanza con i cristiani chiusi nell’Urbe (nel caso di un assedio che poi non ci fu), Costantino potesse correre il rischio di scontentare la maggioranza pagana delle sue truppe.

E allora? Tento di formulare un’ipotesi. Probabilmente molti reparti fin dall’inizio della campagna portavano impresso sugli scudi e sui labari il segno del sol invictus, cui Costantino era devoto e che è facilmente confondibile con il chi-ro di cui ci parla Eusebio. Il quale era sinceramente convinto che nell’esito della battaglia ci fosse stata la mano del Dio Cristiano. Da qui al sogno, con la fervida fantasia del creativo vescovo, il passo dovette essere breve!

sol-invictusEsaminiamo tuttavia la possibilità che un fenomeno celeste possa aver dato a Costantino la fiducia nella vittoria e la forza di attaccare le truppe di Massenzio schierate sui campi di Tor di Quinto, spalle al Tevere appena attraversato grazie ad un imponente ponte di barche.

Ebbene anche se un effetto ottico dovuto alla particolare luminosità della costellazione del Cigno in ottobre, avesse suggestionato Costantino è molto più plausibile che egli l’abbia interpretato come un segno della divinità nella cui fede era cresciuto, il Sol Invictus (vedi simbolo a sinistra) piuttosto che con un chi-ro (simbolo al centro) abbastanza diverso dalla classica croce.

chi-ro

​Un’ultima considerazione: le prime testimonianze iconografiche o letterarie del chi-ro appaiono dopo il 320, mentre in precedenza il simbolo corrente per il Cristo era l’Ichthýs (pesce, simbolo a destra) che rappresenta l’acrostico greco: «Iesùs CHristòs THeù HYiòs Sotèr», tradotto: «Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore».

​Viene spontaneo domandarsi: perché mai Costantino, per fidelizzare il consenso dei cristiani presenti nelle fila del suo esercito e di quelli che si trovavano dentro Roma, avrebbe dovuto adottare un simbolo a loro sconosciuto? 

Fleming.

La grande persecuzione

Diocleziano era stato molto tollerante e aveva dedicato i primi anni del suo imperium a consolidare le frontiere ed a riformare l’esercito, l’amministrazione delle province e il sistema finanziario. Ma quando gli aruspici, alla vigilia della spedizione contro i Persiani che gli avrebbe assicurato la Mesopotamia e quaranta anni di pace, si dichiararono impossibilitati a trarre i responsi divini a causa della presenza di cristiani nell’esercito, cedette alle pressioni di Galerio e scatenò la più cruenta e diffusa persecuzione della storia romana. Anche per incamerare gli ingenti lasciti dei fedeli delle chiese cristiane ed azzerare un clero che in molte città si stava facendo troppo autorevole, anche tra i pagani.​L’editto del 303 imponeva la distruzione delle chiese e dei libri sacri, la confisca dei beni, lo scioglimento delle comunità con il relativo divieto di riunioni e l’esclusione dalle cariche pubbliche e dalla cittadinanza romana per i cristiani.
Alla reazione tumultuosa in molte città seguì un secondo editto in cui veniva ordinata la ricerca dei cristiani e l’obbligo per gli arrestati di sacrificare agli dei. Iniziò in tutto l’impero un periodo terribile in cui la caccia al cristiano fu spietata, con atrocità inimmaginabili e migliaia di vittime.
Ciò che viene spontaneo domandarsi è: perché si arrivò a questo, in una cultura che aveva offerto totale libertà ad ogni confessione, dall’egizia alla druidica, dalla mitraica alla solare, dalle misteriche perfino all’ebraismo?Come conciliare il conclamato sincretismo religioso diffuso in un Impero tollerante e permeabile alle culture dei paesi conquistati con l’immagine che 2000 anni di storia ci hanno dato delle persecuzioni contro i cristiani? Ed è proprio vero che la “caccia al cristiano” fu così diffusa e continuativa. Che i romani furono dei selvaggi ed i cristiani delle povere vittime sacrificali oggetto del capriccio di qualche imperatore?
Eppure sappiamo che Roma è stata la genitrice del diritto e che ciò che l’ha sempre distinta dalla barbarie o dalle satrapie orientali è stato il profondo rispetto dei diritti e dei doveri dei cittadini.Ebbene, è proprio dal punto di vista del diritto che dobbiamo esaminare la questione: affermando dunque che, giuridicamente, il reato di cristianesimo venne introdotto nella legislazione romana talmente tardi da circoscrivere l’effettiva durata delle “persecuzioni” a meno di quindici anni non continuativi, durante i quali esse furono effettivamente esercitate.
Aggiungendo a questi i periodi in cui i cristiani soffersero lo sfavore di questa o quella amministrazione imperiale, che lasciò che i tribunali perseguissero i denunciati o che la folla si facesse giustizia sommaria, il computo totale degli anni in cui la comunità cristiana ebbe vita dura non arriva a venti. Due decadi terribili, in cui la “caccia al cristiano” fu sistematica e spietata, ma che rispetto ai quasi tre secoli di vita del cristianesimo rappresentano uno scarso 6% del totale. Al contrario l’atteggiamento dei Romani verso le religioni dei popoli vinti fu sempre di grande apertura e il suo sostanziale sincretismo portava ad accogliere nel pantheon romano qualsiasi divinità straniera: fiorirono ovunque i culti di Iside, Mitra, Cibele e addirittura quello monoteistico del “Sol Invictus”.
Il culto cristiano fu invece profondamente inviso alle classi borghesi e aristocratiche dell’Impero, in quanto promuoveva comportamenti socialmente fastidiosi e pericolosi, minando le basi del sistema economico e rompendo le radici di quel patto con gli dei che assicurava la “pax deorum”, a base della potenza e della fortuna di Roma.
Non si trattava, infatti, di un culto discreto e segreto ma di un messaggio che, attraverso innumerevoli predicatori, talvolta invasati, mitomani e con vocazione al proselitismo, turbava l’ordine pubblico, la gerarchia familiare e diffondeva idee che creavano non pochi problemi tra popolino e schiavi: idee “comuniste” ed imbelli che sconvolgevano un’economia basata sullo schiavismo e sul dominio.Per ostacolarle, molto più da parte del popolo che delle istituzioni, si fecero circolare sulla setta cristiana calunnie relative a pratiche superstiziose ed abominevoli. I primi cristiani furono accusati di mangiare carne umana, grazie all’interpretazione capziosa delle parole rituali: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.
In sostanza possiamo affermare che tutti gli atti ostili di origine governativa, almeno fino alla persecuzione di Decio del 249-251, furono presi sotto la spinta dell’opinione pubblica. Poi quando l’Impero andò in crisi verso la metà del terzo secolo, il cristianesimo iniziò ad essere ufficialmente perseguitato, perché ritenuto responsabile della decadenza del mos maiorum.
Le storie che ci hanno raccontato al catechismo parlano dei romani come di orchi che si dilettavano a torturare nei modi più creativi, talvolta addirittura perversamente eccitanti, delle creature indifese ed angeliche.Sappiamo tuttavia che i romani furono portatori di grandi innovazioni nel cammino della civiltà e del progresso.
Igiene, tecnologia, organizzazione, diritto, istituzioni fecero dell’Impero un luogo dove si viveva ad un livello ben diverso che nel resto del mondo conosciuto, ma dove, tuttavia, la gente comune non poteva dirsi “raffinata” e conduceva una vita povera, in città dalle condizioni igieniche precarie e dalle usanze a forti tinte.
L’abitudine alle guerre, alle violenze, all’esercizio della schiavitù, alla prostituzione femminile, maschile e minorile vissuta come normale, generavano l’assuefazione a divertimenti sempre più crudi, sempre più efferati.Una ancor primitiva evoluzione del senso morale della gente comune, insomma, che possiamo ancor oggi riscontrare nelle fasce sociali più basse, perfino nella nostra cultura occidentale, dove i realities o addirittura il “catch” continuano a fare audience.
In questo contesto vanno giudicate le differenti graduazioni della pena di morte nella doppia accezione di “deterrente creativo” capace di dissuadere a causa della sua terribilità, e “spettacolo gratificante” che desse la massima evasione ad una folla affamata di “effetti speciali”: qualcosa di molto simile all’attuale tv spazzatura!​
Ma non si trattava di abitudini generalizzate: persone come Seneca o Claudio erano non solo annoiate, ma piuttosto disgustate dalla violenza dei giochi gladiatori e delle esecuzioni nel circo.
Lo stesso sembra accadere agli intellettuali di oggi, malgrado molte persone “civilizzate” non disdegnino di guardare la boxe o molti film che mostrano persone squartate e torturate.Nulla di nuovo sotto il sole.
 

L'imbuto

Se Costantino, alla vigilia dell’arrivo sotto le mura Aureliane, cercasse una “quinta colonna” nei numerosi cristiani chiusi al loro interno non lo sapremo mai, per due motivi: il primo dei quali è che l’assedio non ci fu, in quanto Massenzio, non appena seppe che Costantino era accampato sulla Via Flaminia, uscì con l’esercito per dare battaglia sul campo, convinto che la superiorità numerica di quasi due a uno gli avrebbe assicurato la vittoria.

Un gesto avventato che gli sarebbe stato fatale e che gli scrittori cristiani vollero interpretare come l’opera di Dio che avrebbe trascinato il tiranno “come con catene” fuori dalla protezione delle mura di Roma. Inoltre Massenzio attaccò, da stratega dilettante, compiendo alcuni fatali errori. Invece di attendere Costantino schierandosi nei prati della via Flaminia, al di qua del Tevere, fece tagliare il Ponte Milvio per impedirne l’accesso agli attaccanti, costruì un ponte di barche (forse poco prima del Circolo Aniene) e ordinò al suo esercito di attraversarlo e di schierarsi lungo l’argine del Tevere, col fiume alle spalle.

milvio imbutoSe possiamo immaginare che circa 20.000 uomini e qualche migliaio di cavalli abbiano impiegato ad attraversarlo non meno di 5 ore, possiamo ancor meglio comprendere in quale precario imbuto si dovettero cacciare quei cavalieri e fanti in rotta che tentavano di guadagnare la salvezza riattraversandolo!

La strategia di Costantino venne facilitata dall’errore: attaccò i fianchi dello schieramento, quello destro che presumibilmente si era attestato dove oggi è il Foro Italico e quello sinistro, nei prati oggi occupati dall’Ippodromo militare, mentre il grosso dello scontro avvenne al centro proprio dove oggi sorge l’immensa caserma dei Carabinieri, ai piedi della collina

Le conseguenze

Della battaglia di Ponte Milvio, combattuta sulla riva destra del Tevere il 28 ottobre del 312 restano ancor oggi tracce significative, che indicano quanto fu cruenta e decisiva: nomi come “Labaro”, “Saxa Rubra”, “Grotta Rossa” sono ancor oggi nella toponomastica di Roma Nord.
Il suo esito è ben noto ed ha segnato, nel bene o nel male, la storia dell’umanità: l’anno successivo Costantino, ormai padrone dell’Italia e divenuto Augusto insieme a Licinio, promulgava insieme a questi il celebre Editto di Milano che poneva fine alle persecuzioni contro i cristiani e decretava la libertà di culto per ogni confessione religiosa.

 

La cristianizzazione dell'Impero

La cristianizzazione dell’Impero e, in seguito, del mondo occidentale, era ormai iniziata e fu a Ponte Milvio che venne posta la sua prima pietra.

«Noi, dunque Costantino Augusto e Licinio Augusto, essendoci incontrati proficuamente a Milano e avendo discusso tutti gli argomenti relativi alla pubblica utilità e sicurezza, fra le disposizioni che vedevamo utili a molte persone o da mettere in atto fra le prime, abbiamo posto queste relative al culto della divinità affinché sia consentito ai Cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, affinché la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità».

milvio nicea

Il cristianesimo veniva così giuridicamente equiparato a tutti i culti religiosi praticati nell’impero.

Fatto il diritto, bisognava creare un sistema religioso utile agli scopi imperiali: coeso, diffuso capillarmente sul territorio, di supporto al potere politico e militare: in tutte le diocesi dell’impero i vescovi cristiani iniziarono ad affiancare i funzionari imperiali per poi progressivamente surrogarsi ad essi man mano che la crisi dell’Impero si faceva sempre più acuta.

Quando l’Occidente fu in mano a quelli comunemente definiti “barbari” la religione di Costantino fu l’ultimo baluardo che seppe tenere accesa la fiammella della civiltà e della cultura per traghettarla poi nel mondo moderno.

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