ALLARME DEBITO

baratroDebito Pubblico: aumento record mentre il PIL scende: siamo sull'orlo del baratro

Mentre si perde tempo a parlare di kazaki e di bunga-bunga la notizia sull'aumento del debito nel primo semestre 2013 sembra non preoccupare nessuno.

La verità è che nessuno può farci niente, se non rimandare la resa dei conti.

Ma presto (e parliamo di POCHI MESI!) saremo ad un bivio: o dissanguare il Paese con nuove tasse che lo metterebbero definitivamente a terra o uscire dall'Euro e rinegoziare tutto. La scelta è fra la miseria o una dignitosa austerità autarchica.

Lavorare, ricostruire e tornare ad una sana autarchia, come se fossimo in un dopoguerra

Se non esistesse il maledetto debito pubblico (ben 2040 miliardi!) non ce la passeremmo così male.

Basterebbe rimboccarci le maniche e far aumentare il PIL (che nel 2011 è stato di 1580 miliardi e oggi è di 1565). Invece continuiamo a chiedere euro in prestito per poter far fronte alle restituzioni dei nostri bond a scadenza.

E come possiamo aumentarlo, questo PIL? Facendo crescere il nostro turismo e le nostre esportazioni. Che esploderebbero se non dovessimo farci pagare in costosissimi euro piuttosto che in lirette inflazionate che attrarrebbero turisti e farebbero volare il made in Italy.

Quanto al nostro fabbisogno, un'agricoltura finalmente liberata dai lacci e lacciuoli imposti dall'Europa sarebbe sufficiente alla nostra sopravvivenza, purché la piantassimo di vivere al di sopra dei nostri mezzi facendoci condizionare dalla pubblicità delle grandi marche che fanno a gara per venderci il superfluo.

Lo stesso vale per tutto l'inutile ciarpame modaiolo che importiamo per soddisfare il bisogno di apparire che le tv spazzatura e le multinazionali ci hanno inculcato da oltre trent'anni.

Tutto questo sa di "autarchia"?

Autarchia, una bestemmia?

Parola deprecata perché adottata nell'iniquo ventennio?

Macché! Un'autarchia che significherebbe risparmio, lavoro, razionalizzazione delle risorse, ottimizzazione degli sprechi, tempi duri dove occorre sudarsi il necessario e ridurre il superfluo all'osso?

Beh, signori, bisogna mettersi ben chiaro in testa che restando nella splendida Europa e nell'opulento euro, senza alcuna possibilità di stampare lire l'austerità sarà molto, ma molto più dura.

Anni di austerità fino alla definitiva riduzione in miseria di ex consumatori trasformati in una forza lavoro instupidita da una comunicazione connivente. Certo sarebbe dura dover comprare petrolio, tecnologia e materie prime con lire svalutate.

Ma forse impareremmo che molte delle cose che ci sembrano normali non ci sono poi così necessarie, che cambiare cellulare ogni tre mesi non è così indispensabile e che prendere i mezzi pubblici talvolta è addirittura più comodo.

Tanto, volenti o nolenti, dovremo abituarci a farlo, euro o non euro.

Dunque, lotta agli sprechi, razionalizzazione dei consumi, riciclo totale degli scarti delle famiglie e delle imprese, efficienza energetica, riduzione del consumo di fonti fossili come il carbone, sovranità alimentare, utilizzo di materie prime e fonti energetiche rinnovabili, ricorso a fibre naturali, mobilità elettrica, autosufficienza energetica.

Se non vogliamo fare gli struzzi e considerare Cipro e la Grecia come dei laboratori sperimentali di ciò che potrebbe accadere a Paesi ben più importanti quali la Spagna e l'Italia occorre prendere atto che senza un cambiamento totale saremo condannati ad una lenta agonia, fino alla distruzione finale perfino di quel poco che ancora ci rimane.

Non ci resta che la scelta fra amputare l'arto in cancrena o morire.

Tertium non datur.

 

Il debito pubblico ha appena raggiunto la cifra record di 2041 miliardi di euro.

Il PIL 2012 ha miseramente totalizzato un prodotto di 1.565 miliardi di euro e le previsioni per il 2013 sono che calerà ulteriormente.

Ciò significa, per parlare in soldoni, che abbiamo "lavorato e guadagnato" nel 2013 una cifra che non ci basta per campare, non ci basta per pagare gli spropositati interessi sul Debito, e neppure ci basta per chiedere ai nostri creditori di "portare pazienza".

Dobbiamo rassegnarci ad ammettere che la nostra nobiltà è decaduta e che non possiamo più permetterci alcun lusso: il primo dei quali è quello di pretendere di stare in Europa.

Rendiamoci conto che ci stiamo strappando i capelli per rimediare 4 miliardi attraverso l'aumento dell'IVA e altrettanti dall'IMU sulla prima casa, quando stiamo pagando  85 miliardi (avete capito bene, 85 miliardi) di interessi l'anno! Con i quali potremmo far ripartire l'economia, abbassare il costo del lavoro, rendere competitive le nostre industrie e persino ricostruire l'Aquila!

Senza contare che dal 2010 ad oggi dalle nostre casse in favore del fondo salva-Stati sono già usciti oltre 40 miliardi di euro e che quest'anno si prevede un ulteriore esborso di diversi miliardi (si, stiamo parlando di quel Fondo di cui noi orgogliosamente non abbiamo mai voluto usufruire e che è servito non a salvare gli stati PIGS, ma le Banche di quegli stessi Stati).  

Fermare la spirale del debito e l'emorragia europea sarebbe possibile, se solo i nostri governanti non fossero annegati negli ingranaggi del sistema e collusi con chi lo manovra.

Facciamoci due conti.

Immaginiamo una famiglia il cui capo, nel tempo, ha accumulato un debito con gli strozzini di oltre 2000 e che ogni anno incassa 520  e ne spende quasi 400 per camparla. Tutto sommato la cosa sarebbe sostenibile se ogni anno non dovesse restituire almeno 200 e pagare interessi di 130 sul debito residuo. (Va da sé che per restituire quei 300 euro, che non ha nessun modo di guadagnare, deve chiederli di nuovo in prestito, aumentando ulteriormente l'ammontare degli interessi).

Che strade ha a disposizione quel capofamiglia per uscire vivo da tale incresciosa situazione?

1.

Guadagnare di più

2.

Ridurre le spese

3.

Tirare a campare

4.

Negoziare con gli strozzini

5.

Mandarli al diavolo

Impraticabile:  tutti sappiamo che nel mondo occidentale gli aumenti di PIL sono ipotizzabili al massimo - e se le cose vanno benino - in un 1 o 2%: con 50 o 100 euro in piú l'anno il problema non si risolve. Impraticabile:  contraendo ulteriormente i consumi, anche quelli più necessari, si entra in una recessione sempre più rigida che provoca il tracollo dell'economia e quindi dissecca anche la povera entrata di 520 euro del capofamiglia, che resta senza lavoro. Impraticabile:  in questo caso i 100 euro di interessi diverranno 110, poi 120, poi 150 riducendo sempre di più i 426 euro che bastavano appena per la sua sopravvivenza. Per un po' la famiglia continuerà a tirare sempre di più la cinghia eliminando via via ogni spesa possibile. Quando la famiglia non si potrà più permettere di sostenere i costi per cibo, alloggio e bollette non resterà che il suicidio o la violenza. Impraticabile  tentare una trattativa per ridurre debito e interessi, appellandosi all'umanità e alla responsabilità (un debitore morto non può onorare alcun debito) sarebbe in teoria possibile. Ma in quale film avete mai visto uno strozzino sentimentale e pronto a commuoversi, specie se la sua vittima è un suo concorrente? Pericoloso e difficile: gli strozzini, in genere, sono molto più grossi, organizzati e cattivi di lui, e lo gonfiano di botte. A meno che il capofamiglia non si sia fatto qualche amico molto più grosso, organizzato e cattivo.

Diamo un'occhiata alla tabella qui sopra.


Considerando che quel capofamiglia è lo Stato Italiano, il cui PIL (che nel 2012 è stato di 1565 miliardi) è ormai di gran lunga inferiore al Debito Pubblico (2040 miliardi) accumulato negli anni da governanti incauti, politici senza scrupoli e imprenditori corrotti, una cosa è certa: tirando a campare non si risolve nulla, ma ci si limita a rimandare la catastrofe.

Consistenza Debito Pubblico italiano Apr. 2013 Mi ricordo ancora di un fondo di Prodi  su un Messaggero di quasi dieci anni fa, in cui fin d'allora si affermava che il debito - già enorme - era una cambiale incombente sul nostro Paese, che prima o poi sarebbe arrivata a scadenza.

Senza Eurobonds... addio Euro!

Bene, anche grazie all'accelerazione della crisi provocata dalla truffaldina vicenda dei mutui subprime americani di 4 anni fa, ormai alla scadenza ci siamo arrivati, e l'unica cosa certa è che bisogna fare qualcosa perché la strada N.3, cioé quella intrapresa dall'attuale governo "di larghe intese" (e di ancor più larghi interessi), non può che portarci alla rovina.
Certo non è facile fare un salto nel buio le cui conseguenze non si possono valutare completamente, essendo quella economica una scienza del tutto inesatta.

eurotrappola

Ma tra la sofferenza indotta dalla miseria e dalla riduzione in semischiavitù, con l'ex consumatore trasformato in pura e semplice forza lavoro (vedi l'articolo di Piero Priorini: analisi del Suicidio di Stato) anche i topi da laboratorio trovano la forza di ribellarsi o morire.
Insomma, dovrebbe ormai essere chiaro per tutti che da questa crisi i Paesi del sud Europa non ce la faranno ad uscire, soprattutto perché le regole dell'Unione sono incompatibili con l'adozione della moneta unica. Ma anche perché chi tiene il coltello per il manico non ha nessuna intenzione di rinunciare ai vantaggi che l'attuale assetto comporta.
Restare nell'Euro sarebbe possibile solo se l'Europa accettasse di accollarsi (come farebbe uno stato unitario) gli squilibri finanziari di ciascuno stato membro adottando gli Eurobond e pretendendo in cambio da ciascuno auspicabili riforme strutturali. In tal modo l'effetto "strozzinaggio" provocato dallo spread sugli interessi sul debito di ogni singolo Stato verrebbe azzerato e - nel tempo e con uno sforzo sulle riforme, sul lavoro e grazie all'iniziativa individuale - si potrebbe sperare ottimisticamente in un nuovo "miracolo" italiano.
Ma si tratterebbe dello scenario ipotizzato al punto 4 e, francamente, mi sembra fantascientifico.

bilancio

Chi uscirà per primo dall'Euro?

paul-krugman

Vedo più probabile, al contrario, un'uscita della Germania dall'Euro sulla spinta di motivazioni populiste (e del suo moralismo luterano) con il ritorno nel vecchio Continente ad una nuova guerra (stavolta finanziaria) senza regole né prigionieri. Come afferma il premio Nobel per l'Economia Paul Krugman (nella foto) "l’Austerità imposta dalla Troika BCE, FMT e Commissione Europea è una della armi della Guerra dell’Euro". Non si può non considerare, a tal proposito, che ormai la sfida globale si è estesa ben al di là dei confini del mondo occidentale e che vincere la nuova guerra significa proporsi come esportatore leader verso Russia, Cina, India, Tigri asiatiche e mercati emergenti dell'America Latina. Ma la globalizzazione è arma a doppio taglio. La piccola e debole Italia potrebbe proprio in questi nuovi clienti-fornitori emergenti trovare i partner disposti a fornire energia, petrolio e materie prime a prezzi sostenibili in cambio di rapporti privilegiati e nuovi equilibri.
Le seguenti affermazioni di Krugman in un  post pubblicato il 29 aprile sul NYTimes, sono illuminanti in proposito.

"...è diventato evidente che l’austerità non è stata altro che un pretesto per un’operazione politica: distruggere la rete di solidarietà sociale, a vantaggio dei privilegiati e a danno di masse di poveri, utilizzando giustificazioni di tipo moralistico e non economico, sostenendo che la sofferenza fa bene, che i sacrifici giovano. Ma quanti altri anni di sacrifici ci vorranno? Non è affatto certo che i rimedi proposti funzionino".
E più avanti: "Soltanto pochi mesi fa nutrivo qualche speranza per l´Europa. Forse ricorderete che alla fine dell'autunno scorso l´Europa sembrava sull´orlo di una catastrofe finanziaria. Ma la Banca centrale europea - l'equivalente europeo della Fed - corse in aiuto dell´Europa. Concesse alle banche europee linee di credito aperte a condizione che esse offrissero come collaterali i cosiddetti "eurobond". Ciò servì a puntellare direttamente le banche e indirettamente i governi e mise fine al panico.
La situazione a quel punto cambiò: si trattava di capire se quell'intervento temerario ed efficace sarebbe stato l´inizio di un più ampio cambiamento; se la leadership europea avrebbe utilizzato il margine di respiro creato dalle banche per riprendere in considerazione le politiche che in primis avevano portato a una crisi tanto profonda.
Così, però, non è stato. Anzi: i leader europei hanno rilanciato e ribadito le loro idee e le loro politiche fallimentari. E di giorno in giorno diventa sempre più difficile credere che qualcosa possa indurli a cambiare strada”.

La conclusione di Paul Krugman ricalca ciò che sto scrivendo da mesi: uscire dall’Euro è un salto nel buio che richiederà “lacrime e sangue”, ma ogni alternativa sarebbe di gran lunga peggiore. Quando si tratta di scegliere fra una dolorosa amputazione e la morte certa nessun chirurgo esita e opera.

“Qual è l´alternativa? – conclude Krugman - Beh, negli anni Trenta – un’epoca che la moderna Europa sta iniziando a ricalcare in modo sempre più fedele - il requisito basilare per la ripresa fu uscire dal sistema aureo (gold standard). Oggi una mossa equivalente sarebbe uscire dall´euro e ripristinare le valute nazionali. Si potrebbe affermare che ciò è inconcepibile, e senza dubbio si tratterebbe di una soluzione dirompente, dalle enormi ripercussioni sia a livello economico sia politico.
D´altro canto, a essere davvero inconcepibile è l´idea di poter continuare lungo questa strada e imporre un´austerità sempre più intransigente a paesi che già soffrono per una disoccupazione a livelli da Grande Depressione”.

Anche Edward Luttwak, celebre politologo ed economista, scrive che i Paesi del Sud Europa dovrebbero "uscire dall'euro e pagarne le conseguenze, ma anche averne i benefici che ne deriverebbero: competitività e lavoro per i giovani, invece di disoccupazione. L'ipotesi di uscire dalla crisi del debito attraverso l'imposizione fiscale, che non fa altro che deprimere l'economia è aritmeticamente impossibile. Gli europei  fanno finta di non sapere che la crisi del debito non è risolvibile."

Ed io mi permetto di chiosare che chi comanda in Europa lo sa benissimo, ma ritarda la resa dei conti perché nel frattempo guadagna sulla crisi e deprime, castrandola, la concorrenza delle industrie italiane e spagnole.

Per concludere

È chiaro che chi ci ha governato finora è annegato fino al collo nel paradigma europeo. Che lo sia per cecità politica, per interessi di partito o personali poco importa. Sarà la Storia a giudicare meriti e demeriti di Monti, Napolitano, Bersani, Berlusconi, Prodi e compagni. Ciò che invece ci dovrebbe preoccupare, soprattutto per l’avvenire dei nostri figli, è la mancanza di una forza politica che abbia il coraggio (o la credibilità e la competenza) per agire.
Occorrerebbe avviare negoziati con la Troika, ma anche trattative parallele con altri partners extra europei per assicurarci energia e materie prime in cambio di nuove alleanze strategiche. Oggi che il mondo si è frammentato in molteplici blocchi ciò è molto più ipotizzabile che non 10 o 20 anni fa. Ma per fare ciò servirebbe una maggioranza stabile guidata da un vero Statista che sappia guardare lontano.
Ma tutto questo non avverrà. Si tirerà a campare cercando di accaparrarsi fette di potere nella guerricciola per bande della nostra misera politica di periferia per poi restare, come nel '15 e nel '39, spettatori impotenti di fronte alla Storia, coinvolti nelle scelte di altri Paesi e travolti da eventi decisi altrove.

 

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