L'essenza dell'Arte

15 Arte coverCi si interroga da sempre sull’essenza dell’arte, quasi che il poter enucleare e rendere conoscibile il suo più profondo principio possa rasserenarci.

Eppure, per quanto si possa analizzare il fenomeno artistico nel suo complesso o sminuzzarlo nelle numerose fasi del processo creativo, bisogna ammettere che esiste un margine oltre il quale scorre l’incomprensibile.

Dopotutto, è proprio questa parte inspiegabile dell’arte ad attrarci; parte con la quale è possibile un colloquio esclusivamente interiore, in grado di elevare l’animo umano, emozionarlo, atterrirlo, farlo sentire piccolo, prossimo al nulla, o talmente grande da misurarsi con l’Eterno.

Laura1 giocDue strade sono state percorse nei secoli per identificare l’atto creativo e, di conseguenza, spiegarne la natura: l’una a ritroso, per riprendere le fila dalle origini; l’altra, rivolta verso l’opera d’arte e il suo processo di genesi. Nel percorrere la prima, ci si è chiesti quando e come sia nata l’arte, come se capire la pulsione del fare artistico ne potesse spiegare l’essenza.

In pieno clima illuministico, Joseph Wright of Derby, pittore interessato agli eventi naturali, così come ai progressi della tecnica, dipinse La fanciulla di Corinto, riprendendo la storia mitica di una ragazza che delineando sulla parete di una stanza l’ombra del profilo dell’amato dormiente, determinò la nascita della pittura. È curioso che un pittore, figlio di un’epoca che tentava di dare una spiegazione razionale ai fenomeni umani e naturali, rappresentasse questo episodio per nulla scientifico, perso in un tempo e in un luogo tra l’immaginario e il reale. Il soggetto sarà sicuramente piaciuto a Wright of Derby per la possibilità di studiare gli effetti del lume di candela, come aveva già fatto in passato; ma il dipinto ci dice molto di più. Getta una luce, è proprio il caso di dirlo, sui tre principi generatori dell’arte: innanzitutto, la necessità di rappresentare il dato naturale; poi, il tentativo di trattenere qualcosa, di bloccarlo ad un determinato attimo, concedendogli l’immortalità; e, infine, il sentimento.

Laura2 corinthianmaidIn questo dipinto riecheggia il consueto modo di vedere l’arte che pone la sua essenza nell’imitazione della natura. Ma, accanto a queste tendenze naturalistiche, non dobbiamo dimenticare altri concetti che, allo stesso modo, hanno accompagnato l’arte in gran parte del suo percorso, come il concetto di “selezione” e quello del “bello ideale”, cui si tendeva ricorrendo al modello antico, poiché in esso era già avvenuto il processo di epurazione dai difetti.

L’altra strada percorsa per individuare l’essenza dell’arte è stata quella di dividere nelle sue fasi principali il processo artistico nel vano tentativo di scorgere e isolare il momento creativo. Sono stati così distinti i disegni preparatori dalla stesura pittorica, il progetto dall’opera finita, il bozzetto dalla statua compiuta. Due le questioni principali: da una parte ci si chiede dove risieda il momento ideativo, dall’altra, cosa si debba considerare predominante tra il momento concettuale e quello tecnico.

Appartiene al filone della critica toscana, cui fa capo il Vasari, la considerazione del disegno come padre di tutte le arti. Esso, infatti, secondo questa visione, conterrebbe l’idea che verrà poi tradotta attraverso il colore, inteso come “puro accidente”, come diceva Leonardo.

Laura3 caravaggioMolto più tardi, Caravaggio verrà criticato dai fautori del bello ideale proprio per questa assenza della mediazione concettuale del disegno; il pittore lombardo, infatti, non disegnava quasi per niente, in un’epoca in cui, in genere, si presentava una prima idea sotto forma di disegno, poi un bozzetto colorato e, infine, l’opera vera e propria la cui esecuzione poteva essere anche affidata ad altri.
È già con il Rinascimento che si impone il concetto dell’assoluto prevalere del momento ideativo su quello esecutivo.

Seguendo questo assunto, il Vasari va ancora oltre osservando che l’idea , anche se non espressa, ha già valore di opera d’arte; i mezzi tecnici, infatti, a volte non sono sufficienti a tradurla, come nel caso del “non finito” di Michelangelo.
L’idea, dunque, come essenza dell’arte e il disegno come modo di rappresentarla. Oggi saremmo pronti ad affermare tutto il contrario.

Laura4 pietaDopo la stagione romantica che ha posto l’attenzione sul sentimento e ha dato nuovo significato alla creazione artistica, il nostro interesse si è spostato sugli aspetti delle opere in cui ci sembra di riconoscere l’espressione del genio. Sull’onda di questa nuova sensibilità, apprezziamo il “non finito” michelangiolesco non in quanto portatore in nuce di un’idea di perfezione intraducibile nella pietra, ma in quanto crediamo di scorgervi i moti dell’animo dell’artista, l’espressione più pura del suo fare artistico. Allo stesso modo, sono stati letti i bozzetti che gli scultori preparavano prima di realizzare la loro opera.

Anche i bozzetti di Canova sono stati visti come espressione del genio in contrapposizione alle gelide forme delle sue statue finite (lettura, questa, fuorviante, poiché per Canova i bozzetti rappresentavano il suo primo tentativo di realizzare una forma ideale e non il momento di libero sfogo del suo furor creativo).

Con la nascita di nuove tecniche per la riproduzione della realtà, l’arte si è svincolata da quella necessità, che l’aveva sempre accompagnata, di imitazione della natura. 

La prima cesura, in questo senso, si ha con l’Impressionismo. A quella che diventerà famosa come la prima mostra impressionista, nel 1874, Monet presentò un piccolo dipinto dalla tecnica assolutamente innovativa.

Laura5 monetGià nel titolo, “Impressione: levar del sole”, è implicito lo scollamento tra la rappresentazione di un paesaggio, in questo caso una marina, e la rappresentazione dell’impressione della vista di quel paesaggio al sorgere del sole. Nel tentativo di registrare ciò che l’occhio vede in un determinato momento, sotto un determinato effetto di luce, Monet scardina totalmente il concetto tradizionale di composizione, giungendo ad una netta smaterializzazione della realtà. 

A questo punto, la conquista più grande che possiamo individuare è l’introduzione nell’arte della soggettività.

Questa porterà a moltissimi esiti differenti, poiché moltissimi diventeranno i mondi indagati dagli artisti, primo fra tutti il mondo interiore. Nel celebre dipinto di Vincent Van Gogh, Notte stellata, il colore è acceso, antinaturalistico, la linea fluisce liberamente disegnando ampi meandri tormentati.

Laura6 vangoghCi sembra veramente di osservare i moti dell’animo dell’artista e quella notte non appare come un paesaggio notturno indeterminato, ma diventa, inesorabilmente, la sua notte, quella e basta, irripetibile.

All’inizio del XX secolo si sperimenta moltissimo, dunque, e lo si fa da molteplici punti di vista: compositivo, figurativo, plastico, cromatico, tecnico.
Ciò che è certo è che all’artista non interessa più rappresentare lo spazio e gli oggetti in esso contenuti attraverso una rassicurante costruzione prospettica. Non bisogna dimenticare, infatti, che la prospettiva rinascimentale, basata sui punti di fuga fissi, non è il modo reale in cui vediamo lo spazio, ma pur sempre un artificio tecnico di costruzione spaziale.

Questo modo razionale, quindi, non viene preso più in considerazione, anzi, viene volutamente negato.

Laura6 MatisseCiò che avviene, ad esempio, nei dipinti di Matisse in cui la superficie si ribalta verso di noi e gli oggetti sembrano fluttuare. Il colore domina e gode della sua autonomia espressiva.
Con le Avanguardie, la sperimentazione e la libera espressione creativa finiscono per acquisire una valenza fondamentale, anzi, proprio a queste si può ricondurre il nucleo vero e proprio dell’arte di quegli anni.
I cubisti scompongono la forma per studiarne il volume, i futuristi trasfigurano la realtà in nome di quella che lo stesso Boccioni definisce “una poetica soggettiva degli stati d’animo” e i dadaisti arrivano alla negazione stessa dell’arte attraverso il loro rifiuto di ogni valore e canone estetico.
Il movimento Dada, in particolare, con la promozione della libertà più sfrenata, con il modo irriverente di porsi nei confronti dei valori artistici, già a partire dal nome, una parola composta da due sillabe che non significano nulla, arriva ad esiti fino ad allora sconosciuti.

 Laura7B Braque Laura7 Picasso  Laura8 Boccioni

Con l’invenzione del ready made, di cui il più celebre è “Fountain” di Marchel Duchamp, l’oggetto non è più un’opera d’arte perché è stato “fatto” dall’artista, ma perché è stato “scelto” dall’artista.

Laura9 DuchampQuest’opera (vedi foto) non è sconvolgente solo per il dissacrante ghigno con cui ci viene presentata (altro non è, infatti, che un orinatoio girato), ma, soprattutto, perché getta i semi dell’arte concettuale e ironizza sulla figura dell’artista demiurgo, il quale può decidere cosa possa assurgere al rango di opera d’arte, solo ponendola su un piedistallo.

L’altra grande stagione di sperimentazione è rappresentata dal secondo dopoguerra. È in questo periodo, infatti, che gli artisti si accostano a nuovi modi di fare arte, sviluppando linguaggi inediti, esprimendosi, in particolare, attraverso il gesto, il segno e la materia.

Si tratta, evidentemente , di una schematizzazione, questa, a cui la critica è giunta per tentare di dare una spiegazione uniforme ai molteplici esiti a cui erano arrivati gli artisti. Si cerca un contenitore comune a cui si dà il nome di “arte informale”, ma è evidente che, quando l’arte diventa libera espressione di pulsioni ed emozioni individuali, qualsiasi definizione finisce per essere una forzatura.

Le concrezioni materiche, cariche di drammaticità, di Fautrier, il segno ripetuto in tante possibili combinazioni di Capogrossi (vedi foto qui sotto)

Laura10 capogrossie i gesti istintivi di Hartung, che eliminano ogni frapposizione tra momento ideativo e momento esecutivo, sono solo pochi esempi diversissimi dell’universo Informale.
Nuovi materiali entrano a far parte degli strumenti dell’artista. Sono celebri i “sacchi” di Burri e il suo progressivo passaggio dall’organico all’inorganico, fino a giungere alle “plastiche”: materiali residuali e irrituali che sembrano presi da una discarica, per rappresentare un’umanità lacerata.

Anche la tecnica, nel caso delle plastiche, è messa a punto ex novo; quella che potrebbe sembrare un rifiuto, posto lì quasi per sbaglio, in realtà è il frutto di una combustione effettuata con un cannello ossidrico, che richiede un controllo assoluto della fiamma, un gesto misurato, attento, in cui basterebbe anche solo un istante in più o un millimetro di distanza in meno per far accartocciare su se stessa la materia divorata dal fuoco.

Non è un caso che proprio in questo periodo sia avvenuta una riconsiderazione delle avanguardie storiche.

Si va ancora oltre, però. Infatti, le avanguardie, pur avendo stravolto il modo di rappresentare la realtà e l’animo umano, non avevano scardinato le categorie di “pittura” e “scultura”. È vero che con Braque e Picasso, nei loro collage, la realtà era entrata dentro la superficie pittorica con pezzetti di carta, legno, corda, ma è anche vero che si aveva a che fare ancora con una superficie. Allo stesso modo, anche il ready made di Duchamp, sconvolgente per il suo significato, rimane pur sempre un oggetto, qualcosa con una sua presenza fisica, materiale.

 I sacchi di Burri I tagli di Fontana  I buchi di Fontana

Invece, dagli anni ‘50 in poi abbiamo una vera e propria rottura. In alcuni casi, infatti, le sculture non sono più nemmeno costituite da un oggetto; sono atmosfera, spazio vuoto, concetti.

A tal proposito, sono celebri i Concetti spaziali di Lucio Fontana, più noti come "tagli" e “buchi”; ecco, in questo caso, lo stesso scultore ci confessa di aver pensato inizialmente di chiamarli “oggetti spaziali”, ma di aver poi cambiato idea perché gli pareva di fare, con quel nome, un riferimento troppo spiccato alla materialità.

E allora, noi come dobbiamo intenderli? Dipinti? Effettivamente sono costituiti da supporti tradizionalmente utilizzati in pittura, la tela tirata su un telaio o, in altri casi, il foglio di carta. Oppure si tratta di scultura? A ben guardare hanno una loro tridimensionalità, si rapportano con lo spazio: per quei buchi passa l’Infinito.

Laura14 PascaliUn’opera di Pascali, in particolare, registra l’esito della forzatura dei confini della scultura e della pittura. La Decapitazione della scultura si presenta come un oggetto dalla forma zoomorfa in cui quella che dovrebbe rappresentare la testa è riversa a terra davanti al corpo. Decreta, anche attraverso l’ironia, la fine delle categorie tradizionali: è una (finta) scultura, tridimensionale, ma fatta con gli strumenti del pittore, legno su cui è tirata la tela. Lo stesso Pascali ci confessa di aver scelto questo nome al posto di “scultura decapitata”, poiché non gli interessava rappresentare qualcosa di già avvenuto, qualcosa di finito, morto, ma voleva rappresentare l’azione in atto. Il nome e, di conseguenza, l’opera trattengono al loro interno il gesto supremo dell’artista.

Liberata dal dover essere pittura o scultura, l’arte figurativa inizia a comparire sotto nuove forme. Nascono le istallazioni in cui l’opera d’arte è portata ad invadere lo spazio e lo spettatore è invitato a muoversi in esso o a guardarla sorpreso da più parti. Nascono gli happening, azioni creative spontanee e improvvisate, custodi di una novità assoluta, ovvero l’arte come emozione pura e semplice.

L’arte, infatti, è associata per sua stessa natura all’emozione; guardare un quadro o una statua provocano nell’animo umano le più disparate sensazioni emotive, ma al termine di queste, rimane pur sempre l’opera. Al termine dell’happening, invece, non rimane nulla, solo il ricordo; in questo caso, l’opera si è cibata di se stessa fino al totale esaurimento.

Laura15 KleinNasce, infine, la performance, in cui l’artista presenta l’opera attraverso se stesso. Tutto sembra ruotare attorno a lui che diventa il perno, il nucleo, l’essenza della sua arte. La performance di Yves Klein, eseguita nel 1960, in cui vengono realizzate le sue Antropometrie, è eloquente in tal senso. L’artista è lì, vestito elegante; dirige da fuori un meccanismo tutto suo, non si “sporca” nemmeno le mani. La sua creazione si muove al ritmo da lui dettato: gli strumenti suonano, le modelle si cospargono di colore blu e si stampano sulla tela.

La centralità dell’artista e l’aura di magia che inizia a circondarlo porta ad uno scollamento tra l’opera intesa in senso estetico e l’opera intesa come espressione, produzione, al limite anche scarto, dell’artista stesso.

Un’opera d’arte può, a questo punto, consistere in qualunque cosa, basta solo che l’artista l’abbia pensata tale.
Laura16 ManzonibaseEcco, allora, che Pietro Manzoni pone una Base magica per far diventare opera d’arte tutto ciò che ci stia sopra, firma modelle per farle assurgere al rango di sculture viventi, costruisce un piedistallo al mondo per trasformare tutta la terra in una creazione artistica e, infine, irridendo il sistema consumistico, produce fiato d’artista, linee d’artista, fino ad arrivare, inesorabilmente, alla merda, d’artista pure quella.

Nel punto d’arrivo di questo percorso, geniale e provocatorio, stupefacente mix di scelta, simbologia ed artigianalità troviamo Maurizio Cattelan, recentemente consacrato da una retrospettiva dedicatagli dal Guggenheim di New York.

In Cattelan l’idea di rottura si sposa mirabilmente con la confezione patinata, al punto che ci si domanda se ormai l’arte e la pubblicità non coincidano, quasi che l’Artista stia “vendendo” la sua idea con la stessa efficacia di un’agenzia che promuova un prodotto.

 


 Cattelan PapaCattelan L.O.V.E. Cattelan:

Cadute le categorie tradizionali, superati i vecchi modi di fare arte, le tecniche e i materiali consueti, messo da parte il tradizionale percorso formativo dell’artista, abbiamo la sensazione di dover riformulare la domanda: non ci chiediamo più in cosa consista l’essenza dell’arte o dove essa risieda, ma cosa, a questo punto, si debba considerare arte. E a volte, a maggior ragione, ci sembra che sia il sistema artista-critico-gallerista a definirlo e ad indicarcelo.

Consapevoli di aver toccato, in questo rapidissimo viaggio attraverso l’arte, più punti da cui dipartire che approdi sicuri, ci abbandoniamo, per ora, all’unica certezza: l’essenza dell’arte è mutevole e appena ci sembra di averla afferrata, ecco che di nuovo, ci sfugge.

 

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